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Recensione: “Carrie”, cinquant’anni dopo De Palma

Mike Flanagan porta il romanzo d'esordio di Stephen King su Prime Video in otto episodi: meno paura, più crudeltà quotidiana e una protagonista che non si dimentica.

by Mauro Terrone

La recensione non contiene spoiler sul finale.

Una chiamata al 911, una ragazza che non riesce a finire una frase, le sirene in sottofondo e il bagliore di un incendio che si mangia una palestra. Carrie comincia dalla fine, dalla notte del ballo che tutti conoscono, e da lì torna indietro per capire come si è arrivati fin lì. È la prima mossa di Mike Flanagan e dice già tutto del suo approccio: la storia di Carrie White la sappiamo a memoria, quindi tanto vale scoprire subito le carte e spostare la tensione da un’altra parte.

Gli otto episodi della serie sono disponibili su Prime Video dal 7 ottobre, usciti tutti insieme in oltre 240 Paesi. Flanagan firma la sceneggiatura, fa da showrunner e dirige quattro puntate, mentre Stephen King compare tra i produttori esecutivi. Per la prima volta il romanzo d’esordio dello scrittore del Maine, pubblicato nel 1974, diventa una serie, e lo fa a cinquant’anni esatti dal film di Brian De Palma con Sissy Spacek: un confronto che nessuna recensione, compresa questa, può permettersi di evitare.

Rifare Carrie: la domanda che Flanagan si è fatto da solo

L’idea non è nata da Flanagan ma da Amazon, e la sua prima reazione, raccontata in un’intervista a Variety, è stata una domanda secca: perché, se è già stato fatto? Quando ha girato la proposta a King, la risposta dell’autore è stata quasi identica, con un’aggiunta che suona come una carezza al personaggio: lasciatela in pace, ne ha già passate abbastanza. Il regista ha preso la questione così sul serio che ai critici, insieme agli episodi, è arrivata una sua lettera di tre pagine intitolata proprio così, Why?, per spiegare le ragioni del progetto prima ancora che qualcuno le chiedesse.

Il peso del precedente è reale. Il film di De Palma del 1976 valse le candidature all’Oscar a Sissy Spacek e a Piper Laurie, e da allora Carrie è diventata un’icona pop, al punto che il vestito del ballo inzuppato di sangue è un costume di Halloween da supermercato. Dopo sono arrivati un sequel nel 1999, un film per la televisione nel 2002, il remake di Kimberly Peirce del 2013 con Chloë Grace Moretz e Julianne Moore, e perfino un musical. Nessuno di questi titoli ha scalfito il ricordo del primo.

Flanagan, però, con King ha un rapporto collaudato: Carrie è il suo quarto adattamento dopo Il gioco di Gerald, Doctor Sleep e The Life of Chuck. Ed è anche il suo primo progetto per Prime Video dopo gli anni d’oro su Netflix, quelli di Hill House, Midnight Mass e La caduta della casa degli Usher. Alla fine King si è convinto: un mese prima dell’uscita ha definito brillante questa versione, sottolineando quanto sia vero, e scioccante, ciò che racconta dei social. Ne avevamo parlato già all’annuncio della serie.

Courtesy of Prime Video

Una Carrie che sorride: Summer H. Howell

Il cambiamento più forte rispetto al romanzo riguarda il punto di partenza. Questa Carrie a scuola non c’è mai andata. Il padre Ralph (Tahmoh Penikett), un complottista che vive da prepper, muore in un incidente in cantiere, e solo a quel punto le istituzioni scoprono una famiglia di cui quasi nessuno conosceva l’esistenza. Il patto per Margaret è semplice: trovarsi un lavoro e mandare la figlia alla scuola pubblica, oppure perderne la custodia. Così Carrie varca i metal detector della Ewen High School, fa scattare l’allarme con la sua croce al collo e da quel momento diventa la ragazza strana.

La differenza la fa lo sguardo. La Carrie di Spacek era una ragazza già schiacciata da anni di umiliazioni, paralizzata dalla paura. Quella di Summer H. Howell è curiosa, aperta, quasi impaziente di piacere: cita i suoi libri preferiti, si cuce i vestiti da sola, non si aspetta la cattiveria perché non ha mai avuto occasione di conoscerla. È esattamente ciò che Flanagan cercava, una protagonista fatta di gentilezza e sincerità invece che di terrore, e il risultato è che ogni colpo che riceve fa più male.

Howell, canadese del Manitoba, l’horror lo conosce da bambina: era la piccola Alice di La maledizione di Chucky e Il culto di Chucky, poi è passata per titoli come Hunter Hunter. Per il ruolo Flanagan ha visto oltre mille candidate, e secondo quanto raccontato in fase promozionale l’attrice non aveva mai letto il romanzo né visto il film del 1976, e il regista ha preferito che restasse così. La somiglianza fisica con la Spacek di allora è evidente, la produzione lo sa e ha scelto di conviverci. È la carta migliore della serie.

Margaret White, da fanatica a influencer

Samantha Sloyan è una fedelissima di Flanagan dai tempi di Hush, ed era la temibile Bev Keane di Midnight Mass. Qualcosa di quel personaggio rimane nella sua Margaret White, ma la serie le toglie gli occhi spiritati della tradizione. La paranoia la condivideva con il marito, lo sgabuzzino della preghiera resta, ma il bisogno di controllo nasce da un amore feroce per la figlia, e tra le due affiorano momenti di tenerezza autentica.

Poi arriva la svolta più divertente: quando la scuola esplode, Margaret si mette alla testa dei genitori furiosi e diventa una specie di influencer di quartiere, capace di manipolare la comunità che prima la ignorava. È un’idea che rende il personaggio meno caricaturale e, a modo suo, più inquietante.

Courtesy of Prime Video

Chris Hargensen e l’account anonimo che incendia Chamberlain

Il primo episodio si intitola First Period, e il doppio senso è voluto: la prima ora di lezione e il primo ciclo. Tutti i titoli giocano sulle materie scolastiche, fino all’ultimo, AP Physics. La scena delle docce resta traumatica come nel libro, ma qui l’umiliazione viene filmata dai telefoni delle compagne e finisce online prima ancora di essere finita. Carrie non può più tornare a casa e aspettare che gli altri dimentichino.

Dietro c’è Chris Hargensen, ed è il personaggio che Flanagan riscrive di più. Alison Thornton la interpreta come una reginetta crudele ma ferita, con una vita familiare che va in pezzi e un’insicurezza che trova nella nuova arrivata la distrazione perfetta. È lei ad aprire un account Instagram anonimo che prende di mira Carrie e chiunque le capiti a tiro, studenti e insegnanti, finché Chamberlain diventa un vortice di veleno. Accanto a lei Siena Agudong dà alla sua Sue Snell uno spessore morale nuovo, Josie Totah è Tina, la gregaria che farebbe qualsiasi cosa pur di avere un po’ della popolarità di Chris, Joel Oulette è un Tommy Ross simpatico e Arthur Conti un Billy Nolan sinistro al punto giusto, con i contatti in un allevamento di maiali che i lettori di King sanno a cosa serviranno.

Gli adulti della Ewen High

Una delle intuizioni più interessanti è che la serie non si ferma agli studenti. Amber Midthunder è Rita Desjardin, l’insegnante di educazione fisica che prova a proteggere Carrie e intanto comincia a dubitare della propria scelta di vita. Matthew Lillard, il Ghostface di Scream, è il preside Henry Grayle, sempre più esasperato e sempre meno efficace. Il personaggio più tenero è forse il consulente scolastico Peter Morton di Tim Bagley, che con Carrie trova un’intesa sui libri: quando le cita Frankenstein di Mary Shelley, lei risponde che le storie di paura non fanno per lei, uno dei lampi di umorismo nero che punteggiano la serie.

Non mancano i volti abituali dell’universo Flanagan, da Kate Siegel a Rahul Kohli. Siegel, moglie del regista, firma anche la regia del terzo episodio, mentre le altre puntate non dirette da Flanagan sono affidate ad Axelle Carolyn, Kyra Sedgwick e Hiromi Kamata. La serie è stata girata a Vancouver tra giugno e ottobre del 2025.

Le altre donne con il dono: la parte che non funziona

King, nel romanzo, lasciava intendere che Carrie non fosse l’unica ad avere quei poteri. Flanagan prende quell’accenno e lo trasforma in una serie di parentesi: quasi ogni episodio si apre su una donna del passato, da Giovanna d’Arco in giù, il cui dono l’ha resa bersaglio di paura, scherno e violenza. Alcune storie sono ispirate a casi reali, altre sono inventate, e la serie non aiuta a distinguerle.

Sulla carta è un’idea forte, un modo di inserire Carrie in una lunga storia di persecuzione femminile. Nella pratica queste vignette sono la parte più debole del racconto: arrivano come interruzioni più che come approfondimenti, e lasciano l’impressione di servire soprattutto a preparare il terreno per un seguito.

Courtesy of Prime Video

Meno paura, più crudeltà: il confronto con De Palma

Chi cerca lo spavento resterà in parte deluso. L’horror di questa Carrie è più esistenziale che fisico, e il vero terrore sta nella crudeltà quotidiana, nella mentalità di branco, nella velocità con cui un video diventa una condanna. Dove Flanagan vince è nella struttura. Il romanzo di King era costruito come un dossier, con articoli di giornale, testimonianze e documenti che ricostruivano la tragedia a posteriori. La serie fa lo stesso con le telefonate al 911 e con una cornice documentaristica in cui i sopravvissuti provano a mettere insieme i pezzi di quella notte. La colonna sonora dei Newton Brothers, compositori di fiducia del regista da Oculus in poi, si alterna a canzoni interpretate quasi tutte da voci femminili, che accompagnano il punto di vista di Carrie. E per i fan più attenti non mancano gli easter egg, a partire dal nome del negozio dove lavora Margaret.

Il ballo, quando arriva, arriva per una strada diversa da quella che conosciamo, come Flanagan aveva promesso. Dopo tutto quello che lo precede, rischia quasi di sembrare un passaggio obbligato più che un’esplosione. E sul finale il paragone con De Palma resta impietoso: quella mano che spunta dalla terra nell’ultima scena del 1976 rimane imbattuta.

Un finale che guarda avanti

Senza svelare nulla, basta dire che l’ultimo episodio non chiude tutte le porte. Flanagan ha dichiarato che il suo scenario ideale sarebbe portare avanti la storia per tre stagioni, mentre Prime Video, al momento, non ha annunciato rinnovi. È la scelta più discutibile della serie: l’ambizione di allargare il mondo di Carrie oltre Chamberlain toglie a questa prima stagione una conclusione davvero appagante. Nel frattempo il regista è già al lavoro su un altro classico, The Exorcist: Martyrs con Scarlett Johansson, il nuovo capitolo di una saga che abbiamo raccontato dalle origini.

Il verdetto

La Carrie di Flanagan non è la più spaventosa, ma è la più stratificata. Funziona quando resta addosso ai personaggi, e i rapporti tra Carrie, Margaret, Sue e Chris evolvono in modo credibile e doloroso. Inciampa quando si allarga troppo, tra vignette storiche e sottotrame social che allungano un romanzo di meno di trecento pagine oltre il suo respiro naturale. Ma la risposta alla domanda che il regista si è posto all’inizio c’è, e ha il volto di Summer H. Howell: una Carrie che per la prima volta crede davvero che il mondo possa essere gentile, e proprio per questo ci fa più male vederla sbagliarsi.

SERIE TV
★★★★☆ 4/5

Scheda tecnica

  • Genere: Horror, drammatico
  • Nazione: USA
  • Uscita: 07/10/2026
  • Stagioni: 1  ·  Puntate: 8
  • Durata: 400 min
  • Piattaforma / Distribuzione: Prime Video
  • Produzione / Network: Amazon MGM Studios
  • Regia: Mike Flanagan, Kate Siegel, Axelle Carolyn, Kyra Sedgwick, Hiromi Kamata
  • Sceneggiatura: Mike Flanagan
  • Basato su: Carrie di Stephen King
  • Fotografia: Michael Fimognari
  • Montaggio: Brett W. Bachman, Mike Flanagan
  • Musiche: The Newton Brothers

Cast principale

  • Summer H. Howell – Carrie White
  • Samantha Sloyan – Margaret White
  • Siena Agudong – Sue Snell
  • Alison Thornton – Chris Hargensen
  • Josie Totah – Tina
  • Joel Oulette – Tommy Ross
  • Arthur Conti – Billy Nolan
  • Amber Midthunder – Rita Desjardin
  • Matthew Lillard – Henry Grayle

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