Prima di diventare uno dei registi più celebri al mondo, Quentin Tarantino passava le giornate dietro il bancone di una videoteca in California, a divorare film di ogni genere. Da quella cultura sterminata, accumulata un noleggio alla volta, è nato un cinema che del cinema si nutre apertamente: lo cita, lo saccheggia, lo reinventa, e così facendo ha creato uno stile che chiunque, oggi, riconosce in pochi secondi.
Dalla videoteca a Cannes
L’esordio, nel 1992, è Le iene: pochi soldi, una rapina che non si vede mai, dialoghi serratissimi e una struttura che salta avanti e indietro nel tempo. Ma è con Pulp Fiction, nel 1994, che Tarantino travolge il cinema mondiale: Palme d’Oro a Cannes, Oscar per la sceneggiatura, e un racconto a incastro che diventa subito un modello. In due film soltanto, un ex commesso di videoteca aveva riscritto le regole del racconto cinematografico. Il film successivo, Jackie Brown, nel 1997, spiazzò chi si aspettava il bis: tratto da un romanzo di Elmore Leonard, con Pam Grier protagonista in omaggio al cinema blaxploitation, è il suo lavoro più maturo e trattenuto, la prova che sapeva anche rallentare.
Un cinema fatto di cinema
La firma di Tarantino è la contaminazione. Western, arti marziali, film di guerra, blaxploitation, cinema d’esposizione anni Settanta: tutto entra nel suo frullatore e ne esce trasformato in qualcosa di personale. A quella cultura di serie B ha dedicato un omaggio diretto con Death Proof, nel 2007, un gioco al massacro su quattro ruote. Ama dividere i film in capitoli, costruire colonne sonore con brani presi dal passato, intrecciare personaggi e marchi immaginari in un unico universo. Il suo non è citazionismo freddo: è la dichiarazione d’amore di chi conosce ogni angolo della storia del cinema e la usa come materia viva.
La violenza e la parola
Due cose, soprattutto, definiscono il suo cinema: la parola e la violenza. Le scene di dialogo si dilatano, apparentemente su nulla, finché la tensione diventa insostenibile e basta un gesto a farla esplodere. La violenza, quando arriva, è improvvisa, stilizzata, a tratti grottesca, mai neutra. Kill Bill è forse l’esempio più puro di questa alternanza tra attesa parlata e furia coreografica.

Riscrivere la storia
Negli anni Tarantino si è preso una libertà sempre più radicale: riscrivere la Storia. In Bastardi senza gloria il finale immagina una vendetta che la realtà non ha mai concesso, e lo stesso fa, in altro modo, con C’era una volta a… Hollywood. Con Django Unchained, che gli è valso il secondo Oscar per la sceneggiatura, affronta la schiavitù con la grammatica del western. Il cinema, per lui, non riproduce il mondo: lo corregge, lo vendica, lo reinventa.
Il suono di Tarantino
Per anni Tarantino ha costruito le sue colonne sonore con musica già esistente, attingendo spessissimo a Ennio Morricone, le cui partiture per il western all’italiana echeggiano in Kill Bill e Django Unchained. Il sogno di farsi scrivere da lui una colonna sonora originale si avverò con The Hateful Eight: dopo un primo rifiuto al telefono, Tarantino si presentò a casa del maestro con la sceneggiatura in mano e lo convinse. Quelle musiche valsero a Morricone, nel 2016, il suo primo Oscar competitivo. Non a caso Tarantino indica proprio in Sergio Leone uno dei suoi padri artistici.
I dieci film e l’addio annunciato
Tarantino si è imposto una regola: dieci film e poi basta, per andarsene, dice, prima di iniziare a ripetersi. C’era una volta a… Hollywood, del 2019, è il nono. Il decimo ha cambiato più volte forma. Annunciato come The Movie Critic, è stato accantonato perché, ha spiegato lui stesso, per l’ultimo film ha bisogno di trovarsi in territorio inesplorato, e quel progetto lo riportava su strade già battute. Nel frattempo ha continuato a scrivere: ha firmato la sceneggiatura di The Adventures of Cliff Booth, un seguito autonomo di C’era una volta a Hollywood incentrato sul personaggio di Cliff Booth, ma ha scelto di non dirigerlo, affidandolo a David Fincher e lasciando che Brad Pitt tornasse nel ruolo. Il suo prossimo progetto, a sorpresa, non è nemmeno un film: è una commedia teatrale, The Popinjay Cavalier, ambientata nell’Europa dell’Ottocento, che scriverà e dirigerà per il palcoscenico londinese. Ha perfino ipotizzato che, se la piéce fosse un trionfo, potrebbe diventare il suo ultimo film. E poi ci sono i libri, dal saggio Cinema Speculation ai racconti sui film che l’hanno cresciuto: l’ex commesso di videoteca che, con qualsiasi mezzo, continua a parlare di cinema. Che il decimo film arrivi davvero o no, la sua eredità è già enorme: è tra i registi più imitati di sempre, l’uomo che ha insegnato a una generazione che amare il cinema, fino all’ossessione, può diventare un modo per farlo.












