Sergio Leone non ha mai filmato il West. Ha filmato la sua leggenda. Mentre il western americano inseguiva il realismo, la frontiera vera, la polvere autentica, lui inseguiva il mito. E per arrivarci ha fatto due cose che nessuno, prima, aveva osato davvero: ha dilatato il tempo fino allo spasimo e ha trasformato il duello in un rito quasi sacro. Così un regista italiano ha preso il genere più americano che esista e l’ha restituito al mondo trasformato in opera lirica.
L’invenzione dello spaghetti western
Tutto comincia con la trilogia del dollaro. Per un pugno di dollari nel 1964, Per qualche dollaro in più nel 1965 e Il buono, il brutto, il cattivo nel 1966: tre film che capovolgono le regole del genere e che fanno di un giovane Clint Eastwood, l’uomo senza nome dal sigaro sempre acceso, una star mondiale. Quello che colpisce, rivedendoli oggi, è quanto poco abbiano a che fare con il western classico hollywoodiano. Per un pugno di dollari, remake non dichiarato di La sfida del samurai di Akira Kurosawa, reinventò il genere western, ormai in declino, ridefinendone gli archetipi.
La critica li liquidò come spaghetti western, etichetta che Leone detestava e che oggi suona quasi affettuosa. Ma quei film avevano uno stile che il western non aveva mai conosciuto: ironia tagliente, crudezza fisica, una grandezza quasi mitologica nei primi piani. Anche un dettaglio aneddotico racconta lo spirito dell’operazione: poiché era il primo film di questo genere a essere mostrato negli Stati Uniti, molti membri della troupe e del cast assunsero nomi statunitensi: Sergio Leone usò il nome Bob Robertson, Ennio Morricone firmò con lo pseudonimo Dan Savio, mentre Gian Maria Volonté apparve come John Wells. Era un western italiano che si travestiva da americano per conquistare l’America. E ci riuscì.
C’era una volta il West: il tempo come rito
Il vertice di questo linguaggio arriva nel 1968 con C’era una volta il West. Qui ci troviamo davanti a un’operazione di sovversione totale. Leone chiama Henry Fonda, da sempre simbolo del buono americano per antonomasia, e gli affida il ruolo di un killer dagli occhi di ghiaccio, ribaltando trent’anni di immaginario hollywoodiano. È un colpo di teatro che funziona perché gioca con la memoria dello spettatore, non contro di essa.
La sequenza iniziale, lunghissima e quasi muta, con i primi piani sugli occhi, una mosca che ronza e il cigolio di un mulino, è una lezione su come il tempo dilatato possa diventare suspense pura. Qui il duello non è azione: è liturgia. È il momento in cui il cinema di Leone smette di raccontare e comincia a celebrare. Non a caso il film nasce con una pedigree di scrittura sorprendente: la storia è firmata da Dario Argento, Bernardo Bertolucci e dallo stesso Leone, tre sensibilità diverse che convergono su un’unica idea di mito.

Leone e Morricone: il cinema che si fa musica
Niente di tutto questo esisterebbe senza Ennio Morricone, compagno di scuola di Leone da bambino e suo complice per tutta la carriera. Morricone ha musicato quasi ogni suo film, e con un metodo unico nel panorama del cinema: spesso le musiche venivano composte prima delle riprese e suonate sul set, così che gli attori si muovessero al loro ritmo. È un’inversione del processo standard, dove di solito la musica arriva dopo, in fase di montaggio, per sottolineare ciò che è già stato girato. Da Leone, invece, la partitura precede l’immagine, la genera.
L’armonica di C’era una volta il West, i fischi e gli ululati della trilogia del dollaro non accompagnano le immagini, le comandano. Vale la pena ricordare che il brano fischiato della colonna sonora di Per un pugno di dollari, che ebbe grande successo anche sul mercato discografico, fu eseguito da Alessandro Alessandroni. Un dettaglio che dice molto del sodalizio Leone-Morricone: ogni suono è scelto, costruito, riconoscibile. È uno di quei matrimoni artistici che il cinema concede a pochissimi, come Fellini con Nino Rota o Hitchcock con Bernard Herrmann.
C’era una volta in America e l’eredità di Leone
Il testamento arriva nel 1984 con C’era una volta in America, monumentale racconto gangster sulla memoria e sul tempo, con Robert De Niro. È un film fluviale, costruito su salti temporali, volti che invecchiano, ricordi che si confondono col sogno e con il rimpianto. Fu massacrato dalla distribuzione americana, che lo rimontò in ordine cronologico stravolgendolo, prima di essere restituito alla visione originaria di Leone. Oggi è considerato un capolavoro assoluto, e a ragione: è il film in cui il maestro del western chiude il cerchio applicando le sue ossessioni — il tempo, il mito, lo sguardo — a un altro mito americano, quello della gangster story.
Sergio Leone, nato il 3 gennaio 1929 a Roma, morì il 30 aprile 1989, all’età di 60 anni, pochi anni dopo C’era una volta in America. Ha lasciato una filmografia da regista breve ma densissima, e un’influenza enorme: registi come Quentin Tarantino lo citano di continuo, dichiaratamente, dai titoli alle inquadrature. La sua misura di maestro della regia è tutta qui. Ha insegnato al cinema che lo stile e il tempo, da soli, possono essere il racconto. Che non serve un’azione per costruire tensione: basta uno sguardo tenuto un secondo in più del necessario, una mosca, un cigolio, e il mito si forma sotto gli occhi dello spettatore. È per questo che Leone, a quasi quarant’anni dalla sua scomparsa, resta inimitabile. Lo imitano in tanti. Nessuno lo eguaglia.












