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Paolo Sorrentino, la bellezza che marcisce sotto la festa

Da Il Divo a la Grazia, viaggio nella cifra di un regista che filma la decadenza come fosse un sogno a occhi aperti.

by Mauro Terrone

Jep Gambardella cammina lungo il Tevere all’alba, dopo l’ennesima festa terminata nel vuoto, e in quel volto stanco di Toni Servillo c’è già tutto Paolo Sorrentino. La macchina da presa che scivola, la musica che gonfia, la sensazione che dietro l’opulenza si nasconda qualcosa che sta marcendo. La grande bellezza, film del 2013 co-scritto e diretto da Sorrentino, è interpretato da Toni Servillo alla sua quarta collaborazione con il regista, insieme a Carlo Verdone, Sabrina Ferilli e Isabella Ferrari: una commedia drammatica ambientata a Roma, incentrata sulla figura di Jep Gambardella, scrittore e giornalista mondano che, dopo un solo romanzo di successo giovanile, riflette sulla propria vita tra ricordi, incontri e disincanto.

Riconoscere un film di Sorrentino è questione di pochi secondi. La cifra sta in una tensione costante fra il sacro e il profano, fra la festa e il funerale che la festa nasconde. Non è un caso che la sua radice più profonda affondi in Federico Fellini: se La grande bellezza dialoga apertamente con La dolce vita nel suo smontare la grandezza di Roma, Youth raccoglie il conflitto esistenziale e artistico di 8½, mentre È stata la mano di Dio riecheggia Amarcord e I Vitelloni nella sua rievocazione dolorosa. Il regista, insomma, aggiorna una tradizione italiana che il mondo intero associa ancora al maestro riminese.

Ma sarebbe riduttivo fermarsi al talento visivo. Prima della bellezza barocca c’è stato il rigore feroce de Il Divo. Nel 2008 il film arriva in concorso a Cannes, dove Sorrentino centra il Premio della Giuria, mentre alcuni puntavano su di lui per la Palma d’Oro; la pellicola raggiunge anche gli Oscar con una nomination per il trucco che trasforma Toni Servillo in Giulio Andreotti. Lì la cifra di Sorrentino si mostra in una versione più tagliente: il potere raccontato come teatro grottesco, la Storia italiana filmata con l’ironia di chi non concede assoluzioni.

Poi arriva la consacrazione. La sera del 2 marzo 2014 Sorrentino sale sul palco degli Academy Awards e ritira l’Oscar per il miglior film in lingua straniera con La grande bellezza. Quella vittoria, oggi, sembra quasi scritta nel destino, eppure fu tutt’altro che scontata. Sorrentino vinse un Oscar che avrebbe potuto facilmente finire in altre mani: oltre a un testa a testa finale con il danese Il sospetto di Thomas Vinterberg, si portò a casa la statuetta anche grazie a un enorme, involontario regalo del cinema francese. Restano leggendari i ringraziamenti dal palco. Sorrentino, emozionato, cita Maradona, i Talking Heads, Federico Fellini e Martin Scorsese, con Toni Servillo raggiante al suo fianco. In quei quattro nomi c’è la mappa del suo cinema: il calcio come mito, la musica come pulsazione, Fellini come padre, l’ambizione americana come orizzonte.

Il sodalizio con Toni Servillo, del resto, è uno dei tratti più riconoscibili del suo lavoro: un volto che Sorrentino usa come strumento, capace di passare dalla maschera di Andreotti al disincanto di Jep senza mai perdere ambiguità. Quando il regista ha voltato lo sguardo verso la propria Napoli, con È stata la mano di Dio, la sua cifra si è fatta più nuda e nostalgica, meno protetta dall’armatura dello stile. Quel film, il più personale e intimo, gli è valso ai David di Donatello il record assoluto di sedici nomination.

Poi arriva Parthenope. Film del 2024 scritto, prodotto e diretto da Sorrentino, coproduzione tra Italia e Francia, ha come protagonisti Celeste Dalla Porta, Stefania Sandrelli, Gary Oldman, Silvio Orlando, Luisa Ranieri, Peppe Lanzetta e Isabella Ferrari. È stato selezionato in concorso per la Palma d’Oro al Festival di Cannes 2024, dove ha avuto la sua premiere il 21 maggio. In Italia è uscito nelle sale il 24 ottobre 2024, distribuito da PiperFilm. Qui Sorrentino sposta la sua ossessione da Roma a Napoli e, per la prima volta, mette al centro una figura femminile. La collaborazione con la direttrice della fotografia Daria D’Antonio dipinge un ritratto sontuoso dei paesaggi italiani, mentre la struttura episodica lascia spazio a un’immersione profonda nell’esperienza della protagonista.

Non tutti hanno amato l’esito. Parthenope ha ricevuto recensioni contrastanti: su Rotten Tomatoes il 46% delle recensioni raccolte è positivo. Ed è proprio in questa divisione critica che si intravede il nocciolo di Sorrentino: un autore che rischia sempre l’eccesso, che filma la bellezza fino a sfiorare il vuoto, e che accetta la vertigine di questa scommessa. Chi lo accusa di privilegiare la forma sulla sostanza coglie qualcosa di vero, ma dimentica che la forma, in lui, è il messaggio. La superficie luccicante è il modo per raccontare cosa si nasconde sotto.

L’ultimo capitolo porta Sorrentino dove non era mai entrato, dentro il Palazzo. La grazia, presentato nell’agosto 2025 come film d’apertura della Mostra di Venezia e uscito nelle sale italiane il 15 gennaio 2026, ritrova Toni Servillo alla loro settima collaborazione, qui nei panni di Mariano De Santis, immaginario Presidente della Repubblica vedovo e cattolico, giurista rigoroso arrivato alla fine del mandato. Il film nasce da una scintilla reale, la grazia concessa a suo tempo da Sergio Mattarella a un uomo che aveva ucciso la moglie malata di Alzheimer, ma il protagonista è dichiaratamente inventato, e attorno a lui Sorrentino costruisce una riflessione sul dubbio come virtù, sui dilemmi morali della grazia e dell’eutanasia, sull’amore che sopravvive alla perdita. A Venezia quella prova è valsa a Servillo la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile. È la conferma di un percorso che, invece di ripetersi, continua a spostare lo sguardo: da Roma a Napoli, dal privato al potere dello Stato, sempre cercando sotto la superficie la stessa vertigine tra decadenza e incanto.

Resta un dato che nessun giudizio critico scalfisce. Da Il Divo a La grazia, Sorrentino ha costruito un mondo riconoscibile al primo fotogramma, dove la festa è sempre a un passo dalla fine e la bellezza è sempre a un passo dalla rovina. È la firma di un maestro che non ha smesso di guardare l’Italia negli occhi, tra decadenza e incanto, senza mai decidere quale delle due prevalga.

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