Home Serie TV“Pistol”, la serie sottovalutata rimossa dalle piattaforme

“Pistol”, la serie sottovalutata rimossa dalle piattaforme

Sei episodi, la regia febbrile del padre di Trainspotting e la storia dei Sex Pistols vista da Steve Jones: la miniserie che oggi in Italia non si trova più da nessuna parte.

by Mauro Terrone

Nel maggio del 1977, mentre il Regno Unito addobbava le strade per il Giubileo d’argento di Elisabetta II, una band di ragazzi arrabbiati mandava in classifica una canzone che paragonava la sovrana a un regime. La BBC si rifiutò di trasmetterla, i negozianti si rifiutarono di esporla, le classifiche ufficiali lasciarono in bianco il primo posto pur di non stamparne il titolo. Quella canzone era God Save the Queen dei Sex Pistols, e quel gesto di rabbia collettiva è il cuore pulsante di Pistol, la miniserie che Danny Boyle ha girato nel 2022 e che oggi, con una beffa quasi punk nel suo stesso destino, è diventata di fatto introvabile in Italia.

Vale la pena parlarne proprio adesso, perché Pistol è una delle cose più elettriche che la televisione recente abbia dedicato alla musica, e rischia di sparire dalla memoria collettiva prima ancora di essere stata vista come meritava. Sei episodi, la regia febbrile del padre di Trainspotting, e la pretesa quasi impossibile di raccontare non solo una band, ma il momento esatto in cui la cultura britannica cambiò per sempre.

Cosa racconta Pistol e da quale libro nasce

La serie è tratta da Lonely Boy: Tales from a Sex Pistol, il libro di memorie che il chitarrista Steve Jones pubblicò nel 2018. È una scelta di prospettiva decisiva: Pistol non è la storia raccontata dal frontman carismatico, Johnny Rotten, né dal manager geniale e cinico Malcolm McLaren. È la storia vista dagli occhi di Jones, un ragazzo di West London cresciuto in un contesto durissimo, cleptomane, praticamente analfabeta, che si autodefinì con feroce ironia “il 94esimo miglior chitarrista di tutti i tempi”.

Da questo punto di vista defilato la miniserie ricostruisce i tre anni che vanno dalla formazione della band nella metà degli anni Settanta fino alla sua deflagrazione. C’è il negozio SEX di Vivienne Westwood e Malcolm McLaren sulla King’s Road, laboratorio di moda e provocazione dove tutto ha inizio. C’è l’ingresso di John Lydon, ribattezzato Johnny Rotten proprio da Jones per via dei suoi denti guasti. C’è la sostituzione del bassista fondatore Glen Matlock, considerato troppo “pulito” per l’immagine della band, con l’amico di Lydon, Sid Vicious, incapace di suonare ma perfetta incarnazione del caos. E c’è la parabola autodistruttiva di Sid e Nancy Spungen, destinata a finire in tragedia in una stanza del Chelsea Hotel di New York.

Lo stile di Danny Boyle: il punk filmato come si suona

La scelta più intelligente di Boyle è di natura formale. Pistol non è la solita biografia musicale ordinata e reverente. Il regista filma gli anni Settanta come li avrebbe suonati un chitarrista dei Sex Pistols: montaggio a scatti, materiale d’archivio innestato dentro la finzione, pellicola sporca e sgranata, un continuo cambio di formato e di consistenza dell’immagine. È lo stesso istinto viscerale di Trainspotting, applicato a una generazione precedente e a una rabbia diversa.

La struttura stessa degli episodi è musicale. Ognuno dei sei porta il nome di una “traccia” e prende in prestito un titolo dal repertorio della band o dal suo immaginario: Track 1: The Cloak of Invisibility, poi Rotten, Bodies, la beffarda Pretty Vaaaycunt, Nancy & Sid, e infine Who Killed Bambi?. È un espediente che trasforma la miniserie in una sorta di concept album televisivo, dove ogni puntata è un pezzo a sé e insieme parte di un disco unico.

Il rischio di un approccio così esagerato esiste, e la serie a tratti lo corre: la messa in scena è talmente strabordante da poter risultare eccessiva. Ma è un difetto coerente con il soggetto. Raccontare i Sex Pistols con sobrietà sarebbe stato un tradimento.

Il cast di Pistol: chi interpreta i Sex Pistols

La forza del progetto sta anche in un gruppo di giovani interpreti scelti con cura, molti dei quali sono poi esplosi altrove. Al centro c’è Toby Wallace nei panni di Steve Jones, la nostra guida dentro la storia. Anson Boon costruisce un John Lydon nevrotico e magnetico, tutto sguardi obliqui e provocazione. Louis Partridge, che il pubblico più giovane conosceva da Enola Holmes, presta il volto d’angelo a Sid Vicious, rendendone ancora più straziante la deriva.

Completano la band Jacob Slater come il batterista Paul Cook e Christian Lees nel ruolo del bassista fondatore Glen Matlock. Attorno a loro ruota una galleria di figure che negli anni Settanta furono altrettanto centrali: Thomas Brodie-Sangster è un Malcolm McLaren istrionico e manipolatore, Talulah Riley dà corpo alla stilista Vivienne Westwood, Emma Appleton è la tormentata Nancy Spungen, e Sydney Chandler interpreta Chrissie Hynde, la futura leader dei Pretenders, qui ancora commessa da SEX e amica-testimone di quella scena.

Merita una menzione a parte Maisie Williams, l’Arya Stark del Trono di Spade, irriconoscibile nei panni di Jordan, l’icona punk e commessa del negozio la cui immagine radicale definì l’estetica di un’intera sottocultura. La seconda puntata è dedicata alla memoria della vera Jordan, Pamela Rooke, scomparsa poche settimane prima della messa in onda della serie.

Perché Pistol è una serie sottovalutata

Il paradosso di Pistol è cominciato dalla sua distribuzione. Una serie sui Sex Pistols, la band più anti-establishment della storia del rock, arrivò in Italia sulla piattaforma di Topolino. Disney+ la collocò dentro Star, il proprio contenitore per contenuti adulti, facendola debuttare l’8 settembre 2022 con tutti e sei gli episodi disponibili in blocco. Un’uscita silenziosa, senza il clamore promozionale riservato ai grandi titoli, che contribuì a farla passare quasi inosservata al di fuori della cerchia degli appassionati.

Anche la critica internazionale si divise: c’è chi lodò l’energia e chi accusò la serie di essere tutta forma e poca sostanza, un disco di cover di canzoni che già conosciamo a memoria. È una critica legittima ma parziale, perché ignora quanto sia raro vedere un regista del calibro di Boyle mettere tutto il suo talento visivo al servizio di un soggetto così ostinatamente scomodo. A questa freddezza si aggiunse la scomunica del diretto interessato: John Lydon bollò pubblicamente il progetto come irrispettoso e tentò perfino la via legale per impedire l’uso delle canzoni della band, perdendo la causa.

A distanza di qualche anno, Pistol si rivela per quello che è: non un documentario, non un santino, ma un ritratto febbrile e imperfetto di un momento irripetibile. La storia di come un gruppo di ragazzi arrabbiati di West London, senza quasi saper suonare, riuscì per un attimo a spaventare un intero paese. E questo, in fondo, era esattamente il punto.

Dove vedere Pistol oggi, tra Disney+ e il vuoto

Qui arriva la beffa finale. Chi oggi volesse recuperare Pistol in Italia si troverebbe davanti a un muro: la miniserie non è più disponibile in streaming nel nostro paese. Dopo il periodo trascorso su Disney+ nella sezione Star, il titolo è uscito dal catalogo e al momento non risulta offerto da alcuna piattaforma italiana in abbonamento, né a noleggio o acquisto. All’estero, in diversi paesi, resta reperibile, ma per lo spettatore italiano è di fatto svanito.

C’è qualcosa di quasi poetico in questo finale: una serie sulla band che rese l’inafferrabilità e il rifiuto una bandiera è diventata essa stessa inafferrabile, cancellata dagli scaffali digitali come un vinile fuori catalogo. Trattandosi di una miniserie autoconclusiva in sei episodi, non esiste né è prevista una seconda stagione: la storia dei Sex Pistols raccontata da Steve Jones inizia e finisce qui. Resta solo da sperare che prima o poi qualcuno la riporti alla luce, perché è troppo viva per finire dimenticata in un magazzino.

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