Bastava un sorriso storto e una vocale allungata al momento giusto, e il male diventava la cosa più affascinante sullo schermo. Tim Curry, morto il 25 agosto 2026 a ottant’anni nella sua casa di Los Angeles, ha passato una carriera intera a dimostrare una cosa che pochi attori hanno saputo rendere così evidente: un cattivo scritto bene, e recitato meglio, vale sempre più dell’eroe. La conferma della scomparsa è arrivata dalla sua storica manager Marcia Hurwitz. La causa non è stata resa nota, ma da anni Curry conviveva con le conseguenze del grave ictus che lo aveva colpito nel 2012.
Definirlo caratterista sarebbe riduttivo e ingiusto. Curry è stato un fuoriclasse del ruolo secondario portato al centro della scena, un attore capace di trasformare ogni antagonista in un piccolo spettacolo teatrale, con quella dizione impeccabile da palcoscenico inglese e un gusto quasi sadico per l’eccesso misurato al millimetro.
Da Grappenhall al Royal Court: la scuola del teatro
Timothy James Curry nasce il 19 aprile 1946 a Grappenhall, nel Cheshire, figlio di un cappellano della Royal Navy. Si forma all’Università di Birmingham e debutta nel 1968 nella produzione londinese di Hair, il musical simbolo della controcultura. Sono gli anni della gavetta vera, quella fatta di Shakespeare, Brecht e Stoppard nei teatri inglesi, dal Royal Court al Citizens di Glasgow. Questa impronta teatrale non lo abbandonerà mai: anche nei ruoli più sopra le righe, Curry costruisce il personaggio come lo costruirebbe un attore di prosa, con il corpo e con la voce prima ancora che con il trucco.

The Rocky Horror Picture Show: la nascita di un culto
Il ruolo che gli cambia la vita arriva nel 1973, sul palco del Royal Court, con The Rocky Horror Show di Richard O’Brien. Curry è il Dottor Frank-N-Furter, scienziato ambiguo, seduttivo e provocatorio, avvolto in corsetto e calze a rete. Quando nel 1975 Jim Sharman ne firma l’adattamento cinematografico, The Rocky Horror Picture Show con Susan Sarandon e Barry Bostwick, il film viene inizialmente ignorato dalla critica, salvo poi rinascere come rito collettivo di mezzanotte, con il pubblico in costume che canta e recita insieme allo schermo.
Frank-N-Furter è insieme la fortuna e la gabbia di Curry: gli regala l’immortalità e un culto planetario, ma lo costringe per anni a rincorrere ruoli che dimostrassero quanto sapesse fare oltre quel corsetto. La risposta la trova, paradossalmente, nel male.
Il cattivo come firma: Pennywise, il Signore delle Tenebre, Wadsworth
Se esiste un filo rosso nella carriera di Curry, è la galleria di antagonisti che ha saputo rendere indimenticabili. Nel 1985 è Rooster Hannigan in Annie e, soprattutto, l’arguto maggiordomo Wadsworth in Signori, il delitto è servito, prova di comicità nera cronometrica. Sempre nel 1985 accetta la sfida più estrema: il Signore delle Tenebre in Legend di Ridley Scott (#), sepolto sotto ore di protesi, corna gigantesche e un rosso demoniaco, in una delle caratterizzazioni fisiche più impressionanti del fantasy anni Ottanta.
Ma il ruolo che lo consegna a un’intera generazione arriva nel 1990, con la miniserie It tratta da Stephen King. Il suo Pennywise, il pagliaccio danzante che si nutre della paura dei bambini, riscrive le regole dell’horror televisivo. Curry rifiuta il trucco pesante e sceglie una via più insidiosa, fatta di sguardi, sorrisi improvvisi e un umorismo malato che rende il pagliaccio ancora più disturbante. Il risultato è un’icona: gli attori sul set, secondo i racconti, lo evitavano davvero durante le pause. In Italia gli presta la voce Carlo Reali, contribuendo a fissare Pennywise nell’immaginario di chi la miniserie l’ha vista su Canale 5 nel 1993.

Oltre la maschera: quando Curry cambiava registro
Ridurlo al cattivo di turno sarebbe però un errore. Curry sapeva alleggerire e sapeva trattenersi. È il dottor Petrov, medico di bordo, nel teso Caccia a Ottobre Rosso (1990); è il portiere d’albergo untuoso di Mamma, ho riperso l’aereo: mi sono smarrito a New York (1992), spalla comica perfetta per Macaulay Culkin; è il cardinale Richelieu de I tre moschettieri (1993) e il pirata Long John Silver in I Muppet nell’isola del tesoro (1996), dove tiene testa a un gruppo di pupazzi con la serietà di chi recita Shakespeare. In ogni caso, Curry porta la stessa cosa: precisione teatrale e una gioia evidente nello stare in scena.
Una voce che ha cresciuto una generazione
La seconda vita di Curry è quella vocale, dove il suo baritono inconfondibile diventa strumento. Vince il Daytime Emmy nel 1991 per Capitan Uncino nella serie animata Peter Pan and the Pirates, dà voce all’esuberante Nigel Thornberry in The Wild Thornberrys, all’inquinamento fatto demone Hexxus in FernGully, e persino a Palpatine in Star Wars: The Clone Wars. È un lavoro che si intensifica dopo il 2012, quando i problemi di salute lo spingono verso il microfono, e che lo rende familiare a bambini che non avrebbero mai potuto vedere Frank-N-Furter o Pennywise.

Il palcoscenico non l’ha mai lasciato
Nonostante il cinema e la televisione, il teatro è rimasto la sua casa. Curry ottiene tre candidature ai Tony Award: nel 1981 per Wolfgang Amadeus Mozart in Amadeus a Broadway, nel 1993 per My Favorite Year e nel 2005 per il Re Artù del musical Monty Python’s Spamalot, che gli vale anche una candidatura agli Olivier quando riprende il ruolo nel West End. Tre nomination, nessuna statuetta: eppure pochi attori del suo tempo hanno lasciato sul palco un’impronta altrettanto riconoscibile.
Gli ultimi anni, il memoir e l’ironia intatta
Nel luglio 2012 un ictus grave, seguito da un intervento al cervello, lo costringe sulla sedia a rotelle per il resto della vita. Curry non nasconde la sua condizione e non perde l’autoironia: continua a lavorare come doppiatore e nel 2025 pubblica il memoir Vagabond. Nelle rare interviste degli ultimi anni parla della sua carriera con distacco elegante, definendo persino Pennywise “una parte meravigliosa”, lui che a lungo aveva evitato di commentarla.
L’eredità di un attore che rese il male irresistibile
Tim Curry lascia un vuoto che ha poco a che fare con il numero dei premi. Lascia un modo di stare in scena: la convinzione che un antagonista possa essere il cuore pulsante di un film, che la teatralità non sia un difetto ma una forma di generosità verso il pubblico, che si possa spaventare e divertire nello stesso istante. Da Frank-N-Furter a Pennywise, dal Signore delle Tenebre a Wadsworth, Curry ha reso desiderabile ciò che avremmo dovuto temere. È forse il complimento più grande che si possa fare a un attore: averci fatto tifare, ogni volta, per il cattivo.












