Un uomo mascherato non combatte i criminali per vendetta, ma per dimostrare a una città spaventata che si può resistere alla paura. È questa l’idea che tiene insieme i tre film che Christopher Nolan ha dedicato a Batman tra il 2005 e il 2012, e che li rende qualcosa di diverso da una semplice saga di supereroi. Dopo la prova hollywoodiana di Insomnia, il regista accetta la sfida più rischiosa della sua carriera fino a quel momento: prendere in mano un personaggio reduce da un fallimento clamoroso al cinema e ricostruirlo da zero, con lo stesso rigore con cui aveva costruito i suoi puzzle temporali. Il risultato non ha soltanto salvato Batman. Ha ridefinito cosa poteva essere un film tratto da un fumetto, e resta la dimostrazione più ampia di come Nolan porti le sue idee dentro qualsiasi formato, anche il più commerciale.
Batman Begins, l’origine come studio della paura
Il primo film, del 2005, compie un’operazione che all’epoca sembrava controcorrente: prendersi sul serio. Dopo le atmosfere grottesche di Tim Burton e la deriva pop di Joel Schumacher, Nolan riparte dalle fondamenta e racconta come Bruce Wayne, interpretato da Christian Bale, diventi Batman. Non c’è nessuna magia, nessuna scorciatoia: c’è un uomo segnato dalla morte dei genitori che affronta il proprio terrore, si addestra tra le montagne con la Setta delle Ombre e torna a Gotham deciso a trasformare la paura in un’arma contro chi la usa per opprimere.

La firma del regista è già evidente. Il tema centrale, dichiarato fin dal titolo originale, è la paura: come nasce, come si trasmette, come la si può rovesciare. Il cattivo, lo Spaventapasseri, è letteralmente un uomo che diffonde il terrore attraverso una tossina, e Batman stesso sceglie il pipistrello proprio perché rappresenta ciò che Bruce teme di più. Nolan gira quasi tutto con effetti pratici, mezzi reali, scenografie fisiche costruite da Nathan Crowley, rifiutando la posticceria digitale a cui il genere si era abituato. Il film incassò oltre trecentosettanta milioni di dollari nel mondo, e curiosamente il regista non era convinto che avrebbe giustificato un seguito. Si sbagliava.
Il cavaliere oscuro, il caos che ha un volto
Il secondo capitolo, del 2008, è quello che ha cambiato la storia del cinema di supereroi, e non è un’esagerazione. Se Batman Begins studiava la paura, Il cavaliere oscuro mette in scena il caos puro, incarnato in un Joker che non ha origini, non ha piano, non ha scopo se non dimostrare che sotto la vernice della civiltà chiunque può crollare. L’interpretazione di Heath Ledger, scomparso prima dell’uscita del film, è entrata nella leggenda e gli valse l’Oscar postumo come miglior attore non protagonista, primo riconoscimento del genere per un film tratto da un fumetto.

Qui la mano di Nolan raggiunge una nuova ambizione tecnica. Il cavaliere oscuro è il primo lungometraggio a impiegare cineprese IMAX per girare alcune sequenze, una scelta che il regista difese non per ragioni economiche ma per l’impatto immersivo, e che sarebbe diventata una sua costante fino a The Odyssey. Ma la grandezza del film è soprattutto strutturale. È un thriller criminale nella tradizione di Michael Mann, in cui il supereroe è quasi un pretesto per una riflessione morale spietata: fino a che punto è lecito spingersi per combattere il male senza diventare ciò che si combatte. Il sistema di sorveglianza di massa che Batman costruisce nel finale, e che poi distrugge, è una domanda etica che il film lascia aperta, e che nel 2008 suonava profeticamente attuale. Superò il miliardo di dollari, primo cinecomic a riuscirci, e impose l’idea che questi film potessero essere cinema serio.
Il cavaliere oscuro – Il ritorno, il peso di finire
Il capitolo conclusivo, del 2012, è il più divisivo dei tre, e forse inevitabilmente. Chiudere un arco così alto significa scegliere, e Nolan sceglie di ambientare la storia otto anni dopo, con un Bruce Wayne ritirato e spezzato, costretto a rialzarsi di fronte a Bane, un antagonista interpretato da Tom Hardy che rappresenta la forza bruta e la rivoluzione nichilista. Il film torna alle suggestioni del primo, chiude i conti con la Setta delle Ombre e riporta tutto al tema della paura, questa volta come motore per risorgere, non per cadere.

Girato in larga parte in IMAX, compresi i primi sei minuti, è il più monumentale e ambizioso della trilogia, e insieme il più imperfetto: alcuni passaggi della trama sono forzati, la voce di Bane fece discutere, il personaggio di Miranda Tate resta poco a fuoco. Eppure la sua conclusione è tra le più coraggiose mai concesse a un blockbuster, perché insiste su un’idea che Nolan aveva seminato fin dall’inizio: che Batman non è un uomo, ma un simbolo, e che un simbolo può essere chiunque. Rinunciare all’eroe per affermare l’idea è una mossa autoriale, non da franchise, ed è il modo in cui il regista firma il proprio congedo dal personaggio.
La mano del regista, dentro il blockbuster
Vista nel suo insieme, la trilogia è il luogo in cui Nolan dimostra che le sue ossessioni non hanno bisogno di un film sperimentale per esistere. La paura, il senso di colpa, l’identità come costruzione instabile, il confine fragile tra ordine e caos: sono gli stessi temi di Following, di Memento, di Insomnia, calati dentro un immaginario popolare e amplificati su scala planetaria. Ritroviamo i suoi collaboratori fedeli, da Wally Pfister alla fotografia a Hans Zimmer alle musiche, da Michael Caine, presenza costante e cuore emotivo dei tre film, a Nathan Crowley alle scenografie. E ritroviamo il suo metodo: pellicola invece di digitale, IMAX per l’immersione, effetti pratici, camion ribaltati e aerei fatti esplodere per davvero, perché per Nolan la realtà fisica dell’immagine è parte del significato.

C’è poi una firma più sottile, la stessa che percorre tutta la sua opera. Come Leonard in Memento e Dormer in Insomnia, anche Bruce Wayne è un uomo che si racconta una storia per sopravvivere alla perdita, e che rischia di diventare prigioniero della propria maschera. Il supereroe, nelle mani di Nolan, non è un fantasma consolatorio ma un uomo diviso, che porta il lutto e la colpa esattamente come i protagonisti dei suoi film più intimi.
Un lascito che ha cambiato le regole
La trilogia del Cavaliere oscuro ha avuto conseguenze che vanno oltre i suoi incassi, pur enormi. Ha dimostrato che un film tratto da un fumetto poteva ambire al dramma adulto, alla riflessione politica, alla tragedia, aprendo una strada che l’intero genere avrebbe percorso, non sempre con gli stessi risultati. E ha consolidato definitivamente la posizione di Nolan: da autore di culto amato dai cinefili a regista capace di piegare la macchina hollywoodiana più grande alla propria visione, senza rinunciare a nulla. Non a caso, subito dopo aver rifondato Batman, e prima di portare a compimento la sua trilogia, il regista si sarebbe concesso una parentesi in apparenza più piccola ma rivelatrice, un thriller vittoriano sull’inganno e sull’ossessione che è forse la più limpida dichiarazione della sua intera poetica. Ed è lì che ci porta la prossima tappa: dentro il duello mortale di due illusionisti in The Prestige.”
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