Un cortometraggio girato ad Addis Abeba, in lingua amarica, con ragazzi che non avevano mai avuto una macchina da presa puntata addosso: da qui parte il viaggio di Great Games – Grandi Giochi, il film nato da un progetto di Andrea Gris e diretto da Daniele Gobbin, che continua a raccogliere riconoscimenti nei festival internazionali. Dopo l’anteprima assoluta alla ventunesima edizione di Cortinametraggio, il corto ha allargato il proprio percorso fino a totalizzare cinque premi come miglior cortometraggio e otto semifinali in rassegne di quattro continenti.
Cinque premi come miglior corto, dagli Stati Uniti al Giappone
Il riconoscimento più ricorrente è quello di Best Short Film, arrivato da cinque festival diversi: Los Angeles Short Film Award, Ottawa Film Award, New Orleans International Film Award, Amura Festival e Tokyo Film & Screenplay Awards. Una geografia che va da Stati Uniti e Canada fino al Giappone, e che dice molto della capacità del film di parlare a pubblici lontanissimi dal contesto in cui è nato.
Alle vittorie si sommano otto qualificazioni come semifinalista: Washington Movie Makers Awards, Portland Movie Makers Award, Edinburgh Film Awards, Stockholm Short Festival, San Jose Independent Film Festival, Santa Barbara International Movie Awards, Oslo Independent Film Festival e Calgary Indie Film Awards. Per un progetto costruito fuori dai circuiti produttivi tradizionali, è un percorso che continua ad aprirsi nuove tappe.

Un sogno lungo quattordici anni tra i ragazzi di strada
Dietro il corto c’è una storia che precede di molto il set. Andrea Gris è in missione in Etiopia da quattordici anni, nella comunità di Bosco Children, accanto ai ragazzi di strada di Addis Abeba. Great Games – Grandi Giochi nasce come suo sogno e, dopo mesi di preparazione, si trasforma in un esperimento sociale pensato per dare spazio a quei ragazzi e alle loro capacità, con la regia di Daniele Gobbin a tenere insieme il racconto.
Il film è una coproduzione italo-etiope promossa dalle associazioni Emma’s Children Onlus e Nuovo Fiore in Africa. Mantiene una matrice italiana nella scrittura e nella produzione, ma affida la propria voce all’amarico e ai volti dei protagonisti, adolescenti al primo incontro con il cinema. Sullo sfondo, il tema dei giochi e dello sport come strumento di riscatto, in un anno segnato in Italia dallo spirito olimpico.
Ragazzi al primo ciak, una storia di riscatto e amicizia
La scelta di lavorare con attori non professionisti è il cuore del progetto. Gli autori raccontano di essersi avvicinati alle loro vite in punta di piedi, senza esibire le difficoltà: sotto i vestiti di scena, poi regalati a tutti i ragazzi al termine delle riprese, restano la povertà, la solitudine e l’emarginazione di chi una società tende a spingere ai margini.
Per Daniele Gobbin la posta in gioco era una sola, prima ancora della condizione sociale dei protagonisti: la loro umanità. «Trovare un pubblico capace di riconoscere l’umanità era la nostra sfida più importante», spiega il regista, che nei riconoscimenti internazionali legge la conferma che quell’incontro tra lo schermo e chi guarda è davvero possibile.

Un cinema che diventa strumento di inclusione
Tra le motivazioni ricevute, gli autori ne citano una che ne riassume lo spirito: quella di un cinema capace di farsi strumento di inclusione, crescita e trasformazione, in grado di accendere nuove possibilità anche in uno dei Paesi più poveri del mondo. È la sintesi di un’idea precisa di racconto, che sceglie di dare volto e voce a un’adolescenza schiacciata tra la povertà e l’espansione a tratti disumanizzante di una capitale come Addis Abeba.
Girato interamente in Etiopia e destinato ai festival, Great Games – Grandi Giochi trova proprio nella diffusione internazionale la sua conferma più significativa: un film pensato lontano dai riflettori che, tappa dopo tappa, porta con sé le storie dei ragazzi che lo hanno costruito insieme ai suoi autori. E il percorso, tra nuove selezioni e nuovi incontri con il pubblico, non è ancora finito.












