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Recensione: ‘Lioness’ 3×05, cos’è l’esercito degli idioti

La quinta puntata mette in pausa il rapimento e torna indietro di sei mesi: coercizione, denaro e ideologia dentro le istituzioni americane.

by Mauro Terrone

Attenzione: da qui in avanti si entra nei dettagli della trama della quinta puntata.

Per gran parte della sua durata, la quinta puntata di Lioness fa una cosa che una serie d’azione firmata Taylor Sheridan raramente si concede: mette in pausa il thriller. Joe è ancora nelle mani dei russi, il rapimento rimasto sospeso in «Murder Hornets» non trova soluzione, eppure «L’esercito degli idioti» sceglie di tornare indietro di sei mesi e passare quasi un’ora dentro sale interrogatori e aule universitarie, invece che sotto il fuoco. È la scelta più spiazzante della stagione, ed è anche la sua tesi.

La puntata segue la campagna di controspionaggio che ha reso Joe un bersaglio, e nel farlo allarga lo sguardo dai singoli agenti a un’intera rete di reclutamento russa e cinese, annidata tra impiegati della difesa, università e istituzioni di peso. Il messaggio è netto: la minaccia non è un gruppo di spie con la valigetta, ma un tessuto molto più diffuso di persone ricattate, pagate o semplicemente convinte.

La trappola che parte da Cade

L’operazione si apre con più trappole fatte scattare in parallelo. Cruz e Josie contribuiscono a incastrare Cade McWeaver, un giovane legato a Booz Allen con accesso a informazioni preziose. Messo alle strette, Cade chiede subito un avvocato, ma Joe gli mette in chiaro che al gruppo non interessa incriminarlo: interessa chi lo muove.

Ed è qui che la puntata trova il suo meccanismo più interessante. Cade non vende segreti per denaro. Il suo gestore, che si fa chiamare Rooster, lo ha agganciato molto prima passandogli le risposte di un esame di strutture dati e algoritmi. Da quel momento il ragazzo è in trappola: se l’imbroglio venisse a galla, carriera e reputazione salterebbero. Rooster non ha comprato un informatore, ha costruito qualcuno che si sente senza vie d’uscita. Joe ribalta lo schema e usa Cade come esca: il ragazzo contatta Rooster come sempre e finisce dritto in un incontro dove la CIA lo aspetta già.

Chi è Rooster e come funziona la sua rete

Interrogato, Rooster viene identificato come Mr. Lin, agente a contratto dell’intelligence cinese con una copertura da ingegnere informatico alla Raytheon. Prova a giocarsi la carta dell’immunità diplomatica appellandosi al visto da studente, ma Kaitlyn lo smonta in una battuta: quella protezione tocca solo ai diplomatici registrati.

Il punto è un altro: Rooster non è l’inizio della rete. La pista sale fino al professor Richard Ealy, che avrebbe insegnato a più figure coinvolte e fatto circolare le risposte degli esami tramite un assistente. Un banale imbroglio accademico diventa così uno strumento di reclutamento, il primo gancio con cui trasformare uno studente vulnerabile in una futura fonte.

Il fronte russo e le informazioni avvelenate

Mentre la pista cinese si dipana, Kyle lavora il lato russo. Tra gli operativi fermati c’è Alex, entrato negli Stati Uniti con un’identità lituana ma riconosciuto come ex membro della 5ª Brigata Spetsnaz bielorussa. La puntata aggiunge un dettaglio da manuale del mestiere: parte delle informazioni fatte girare dagli operativi legati a Mosca è stata piazzata ad arte, e Kyle lo capisce perché ciò che gli viene passato è già verificabile dall’NSA.

Il confronto con Alex regala il momento più sottile. Kyle lo sente pregare in arabo, gli chiede se sia un tataro di Lipka e perché un musulmano dovrebbe aiutare la Russia. La risposta è secca: il nemico del mio nemico è mio amico. Interrogato su un tentato rapimento in Virginia condotto da operativi bielorussi, Alex nega di saperne nulla, e la puntata non lo lega direttamente al sequestro di Joe.

La lista che mette Washington con le spalle al muro

La rivelazione più grossa arriva durante il vertice dell’intelligence. La CIA riceve da una fonte interna all’SVR russo dei file che indicano chi, nella finzione della serie, lavorerebbe per interessi russi dentro gli Stati Uniti. E l’elenco arriva in alto: dirigenti di reti televisive, direttori di grandi quotidiani, quattro giudici distrettuali, due giudici d’appello, sette membri della Camera e due senatori, di cui vengono fatti i nomi, Olson e Mayer. I documenti conterrebbero coordinate bancarie, calendari dei pagamenti e denaro fatto passare per fondazioni, ONG e contributi elettorali.

È un problema politico prima che operativo: arrestare tutti insieme rischierebbe di far crollare la fiducia nelle istituzioni, cioè esattamente l’obiettivo che Mosca insegue. Joe propone allora una strada diversa. Invece di incriminare subito i compromessi, il governo li mette davanti alle prove e impone loro di lasciare l’incarico entro ventiquattr’ore, consegnando tutto ciò che sanno e diventando fonti americane invece che russe. In una battuta: Joe non vuole distruggere la rete russa, vuole rubarla.

Perché Joe arresta il professor Ealy

Se Cade è il ricattato e Rooster il reclutatore, Ealy è il volto dell’adesione ideologica, quella che non ha bisogno di essere pagata. Joe lo trova mentre tiene lezione su intelligenza artificiale, fine dei mestieri tradizionali e una società futura in cui alle persone si garantiscono casa, sanità, cibo e servizi al posto di un reddito. E lo attacca sulla contraddizione: figli alla scuola privata, una proprietà al mare, milioni in investimenti, mentre userebbe le risposte degli esami per reclutare studenti da consegnare al Ministero per la Sicurezza dello Stato cinese. Ealy invoca un avvocato e contesta l’autorità di Joe, che lo fa comunque portare via. La catena Cade, Rooster, Ealy si chiude, e con lei l’idea che questa rete non abbia un solo movente.

Cosa significa «l’esercito degli idioti»

Il titolo si scioglie a casa, in una conversazione tra Joe e Neal. Lui le racconta di aver curato una ragazza di sedici anni con un tumore al colon al terzo stadio, e si interroga sui fattori ambientali dietro malattie che compaiono così presto. Da lì Joe allarga il ragionamento al Paese: gli avversari dell’America, dice, combattono da decenni una guerra sotterranea fatta di piccoli tagli a infrastrutture, governo, istruzione, i social.

È qui che invoca l’idea degli «utili idioti», attribuendo la formula a Lenin. Il senso, nelle sue parole, è che a una potenza straniera non servono solo spie addestrate: servono divulgatori, diffusori di contenuti, alleati ideologici e persone comuni disposte a propagare idee che remano nella stessa direzione. Quello è l’esercito degli idioti. La puntata mette in fila le sue categorie: Cade è costretto, Rooster recluta, alcuni funzionari sembrano comprati, Ealy crede. Messi insieme, sono il tessuto che secondo Joe sta logorando il Paese dall’interno.

Il finale riporta tutto al rapimento

Gli ultimi minuti ricuciono di proposito il filo lasciato in sospeso. Dopo il discorso a Neal, la serie taglia dalla sicurezza di casa alla prigionia: Renat ordina più volte alla prigioniera di aprire la bocca mentre lei si divincola. La scena conferma che tutto ciò che abbiamo visto appartiene alla catena di eventi che ha portato Joe a diventare un bersaglio russo. E soprattutto, non arriva nessun salvataggio.

È la chiave di lettura dell’intera puntata: «L’esercito degli idioti» non apre un nuovo mistero, spiega quello vecchio. Joe non è stata presa a caso. Aveva iniziato a smontare una struttura che andava dai giovani ingegneri ricattati fino ai professori, ai gestori stranieri e ad alcune delle istituzioni più potenti del Paese. Smascherandola, si è resa il suo nemico più pericoloso.

Una puntata manifesto che rischia grosso

Va detto con chiarezza: questa è l’ora più parlata e meno adrenalinica della stagione, e la scelta è tanto coraggiosa quanto rischiosa. Sheridan firma un episodio che somiglia a un saggio travestito da spy story, e il baricentro si sposta dai proiettili alle idee. Funziona quando il confronto è teso e concreto, come nel duello verbale tra Joe ed Ealy o nella logica fredda con cui Kyle fiuta l’informazione avvelenata. Convince meno quando il messaggio si fa didascalico e i monologhi rischiano di prendere il posto della scrittura.

Resta il fatto che, come tassello, «L’esercito degli idioti» è il cuore concettuale della terza stagione: ridefinisce la posta in gioco e trasforma un sequestro in un discorso sul modo in cui un Paese può essere eroso senza un colpo di pistola. Chi è salito su Lioness per l’azione potrebbe uscirne spiazzato. Chi cerca un thriller di spionaggio che prova a dire qualcosa, qui trova la sua puntata più ambiziosa e più bella.

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