Un negozio di quartiere a South Boston, un ragazzino al bancone, un uomo che si avvicina e si presenta. La voce fuori campo è quella di Jack Nicholson e pronuncia la frase che contiene già tutto il film: Frank Costello non vuole essere il prodotto del suo ambiente, vuole che sia l’ambiente a essere un prodotto suo. Quel ragazzino si chiama Colin Sullivan. Da grande farà il poliziotto, e lavorerà per lui.
Così si apre The Departed – Il bene e il male di Martin Scorsese, uscito nelle sale americane il 6 ottobre 2006, vent’anni fa. In Italia arrivò il 27 ottobre con Medusa, dopo l’anteprima come evento speciale alla prima edizione della Festa del Cinema di Roma. Rivisto oggi, resta il thriller più teso e meglio costruito della carriera di Scorsese, e il film che gli ha dato finalmente l’Oscar dopo una vita di attese.
The Departed, la trama: due infiltrati e nessuna via d’uscita
Boston, polizia di Stato del Massachusetts. Billy Costigan (Leonardo DiCaprio) è una recluta con un passato familiare troppo vicino alla malavita del quartiere per indossare la divisa alla luce del sole. Il capitano Queenan (Martin Sheen) e il sergente Dignam (Mark Wahlberg) gli offrono l’unica strada possibile: sparire, farsi un precedente in carcere e infiltrarsi nella banda di Costello.

Nello stesso momento Colin Sullivan (Matt Damon) fa carriera dall’altra parte dello specchio. Brillante, sicuro di sé, entra nella squadra investigativa speciale del capitano Ellerby (Alec Baldwin), proprio quella che dà la caccia a Costello, e passa al boss ogni mossa dei colleghi.
Quando entrambe le parti capiscono di avere una talpa in casa, comincia la caccia incrociata: Costigan deve scoprire chi è l’uomo di Costello nella polizia, Sullivan deve scoprire chi è l’uomo della polizia nella banda. Due persone che si cercano senza conoscere il volto dell’altra, e in mezzo una donna, la psichiatra Madolyn Madden (Vera Farmiga), che senza saperlo frequenta tutti e due.
DiCaprio e Damon, lo specchio rotto al centro del film
Il cuore di The Departed sta in una simmetria crudele. Costigan è l’uomo onesto costretto a vivere da criminale, e la sua recita lo consuma: insonnia, ansia, pasticche, la paura costante di sbagliare una parola. Sullivan è il criminale che vive da uomo onesto, e la sua recita lo premia: promozioni, un appartamento con vista sulla cupola dorata del palazzo del governo, una fidanzata da presentare in società. Uno sta all’inferno pur essendo innocente, l’altro sta in paradiso pur essendo marcio.
Leonardo DiCaprio, alla terza collaborazione con Scorsese dopo Gangs of New York e The Aviator, regala qui la sua interpretazione più nervosa e fisica. È il film in cui smette definitivamente di essere il ragazzo di Titanic: ogni scena con Costello è un esercizio di sopravvivenza recitato con i muscoli del collo.

Matt Damon gioca la partita opposta, tutta sorrisi e controllo, e ha dalla sua un’arma in più: Boston la conosce davvero, ci è cresciuto, e il suo Sullivan parla e si muove come uno del posto. Chi lo aveva amato in Will Hunting, genio ribelle ritrova lo stesso accento al servizio di un personaggio molto più oscuro. Curiosità: quel ruolo in origine doveva essere di Brad Pitt, che aveva acquistato i diritti con Warner Bros. e Brad Grey. Pitt si fece da parte ritenendosi troppo grande per la parte e restò nel progetto come produttore con la sua Plan B.
Jack Nicholson, il diavolo che improvvisa
Se DiCaprio e Damon sono le due metà dello specchio, Jack Nicholson è la mano che lo rompe. Il suo Frank Costello è ispirato in buona parte a James “Whitey” Bulger, il boss della mafia irlandese di Boston che per anni guidò la sua organizzazione mentre faceva da informatore per l’FBI. Il nome invece è un omaggio al Frank Costello reale, il gangster newyorkese del secolo scorso.
Nicholson costruì il personaggio strato dopo strato, con la complicità di uno Scorsese sempre aperto alle idee degli attori. La scena più celebre nasce proprio così: nel retro di un bar Costello interroga Costigan sulla talpa, e a un certo punto tira fuori una pistola e gliela punta in faccia. Nel copione la pistola non c’era. Nicholson, come raccontò lui stesso a Variety, chiese al responsabile degli oggetti di scena di nascondergliene una sul set, insieme a un estintore. DiCaprio non sapeva nulla: lo spavento che si legge sul suo volto è autentico, e lui stesso ha definito quella scena uno dei momenti più memorabili della sua vita da attore.

Non è l’unica invenzione. Fu di Nicholson l’idea della battuta agghiacciante dopo l’omicidio di una donna, una frase di commento sul modo in cui è caduta che trasforma l’orrore in sarcasmo, e fu sua anche la provocazione nel cinema a luci rosse, quando Costello si presenta all’appuntamento con Sullivan sfoggiando un giocattolo erotico. Eccessivo? Certo. Ma è proprio questa imprevedibilità a rendere Costello così pericoloso: nessuno sa cosa farà un attimo dopo, nemmeno gli altri attori.
Wahlberg, Sheen, Farmiga e gli altri: un gruppo di attori in stato di grazia
Attorno ai tre protagonisti Scorsese mette in piedi un gruppo di comprimari che da solo varrebbe il biglietto. Mark Wahlberg, bostoniano anche lui, fa del sergente Dignam un concentrato di volgarità e lealtà, sempre a un passo dall’insulto: è l’unico attore del film candidato all’Oscar, la prima nomination della sua carriera.

Martin Sheen dà a Queenan il calore di un padre, l’unico punto fermo nella vita di Costigan. Ray Winstone è Mr. French, braccio destro di Costello, una presenza massiccia e silenziosa che fa più paura di molti dialoghi. Alec Baldwin trasforma Ellerby in un capitano tutto chiacchiere e testosterone, con alcune delle battute più divertenti del film. Vera Farmiga, nel ruolo che la fece conoscere al grande pubblico, regge il personaggio più difficile: Madolyn è il punto in cui le due vite parallele si toccano, e da lei passa la scoperta della verità. Nel gruppo ci sono anche Anthony Anderson nei panni di Brown, compagno d’accademia di Costigan, e James Badge Dale in quelli del poliziotto Barrigan.
Da Hong Kong a Boston: il debito con Infernal Affairs
The Departed è il remake di Infernal Affairs, il thriller di Hong Kong diretto nel 2002 da Andrew Lau e Alan Mak, scritto da Mak e Felix Chong, con Andy Lau e Tony Leung nei ruoli delle due talpe. In patria fu un successo enorme, tanto da essere considerato il film che rimise in piedi il cinema di Hong Kong, e generò una trilogia completata da due capitoli nel 2003. Il titolo originale richiama il concetto buddhista dell’inferno senza fine, quello da cui non si esce: un’idea che il film americano trasforma in qualcosa di diverso.
Lo sceneggiatore William Monahan sposta infatti la storia nella Boston della mafia irlandese e la carica di tutto ciò che appartiene al mondo di Scorsese: il senso di colpa cattolico, il peso delle origini, la famiglia come destino. Infernal Affairs è un meccanismo elegante e asciutto, The Departed è una tragedia di strada, più rumorosa, più sporca e più cattiva. Entrambi sono grandi film, ma per ragioni diverse, ed è questo il segno di un remake riuscito: non copiare, ma tradurre in un’altra lingua.
Schoonmaker, Ballhaus e Howard Shore: il ritmo, la luce, il suono
Due ore e mezza che volano grazie al montaggio di Thelma Schoonmaker, compagna di lavoro di Scorsese da sempre e qui premiata con il suo terzo Oscar. Il film salta da una talpa all’altra con un ritmo da partita a scacchi giocata in apnea, e la tensione non cala mai. Di quanto pesi questo lavoro abbiamo parlato nel nostro approfondimento sul montatore, chi scrive il film una seconda volta.

Alla fotografia c’è Michael Ballhaus, alla sua ennesima collaborazione con il regista. Insieme disseminano il film di un dettaglio che molti spettatori scoprono solo alla seconda visione: una X, simbolo di morte, che compare in modo più o meno nascosto vicino ai personaggi destinati a morire, un’eco dello Scarface del 1932.
La musica originale porta la firma di Howard Shore, che costruisce un commento cupo con il suo tema di tango, ma il film vive anche delle canzoni scelte da Scorsese. I Dropkick Murphys con I’m Shipping Up to Boston accompagnano il finto arresto di Costigan e diventano da quel momento la colonna sonora non ufficiale della città. Poi Gimme Shelter dei Rolling Stones, e una scelta raffinata: Comfortably Numb dei Pink Floyd nella versione dal vivo di Roger Waters a Berlino nel 1990, cantata insieme a Van Morrison e The Band.
L’Oscar dopo cinque sconfitte
Il successo arrivò subito. Costato circa 90 milioni di dollari, The Departed ne incassò 291,5 nel mondo, e in Italia superò i 9 milioni di euro. Poi venne la stagione dei premi: il Golden Globe per la regia, il premio del sindacato dei registi americani e infine la notte degli Oscar 2007, con cinque candidature e quattro statuette. Miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale a William Monahan e miglior montaggio a Thelma Schoonmaker. L’unica candidatura rimasta senza premio fu quella di Wahlberg.
Per Scorsese era la sesta candidatura come regista. Le cinque precedenti, per Toro scatenato, L’ultima tentazione di Cristo, Quei bravi ragazzi, Gangs of New York e The Aviator, erano andate a vuoto. Il premio gli fu consegnato da tre amici di una vita, Francis Ford Coppola, George Lucas e Steven Spielberg, e lui salì sul palco scherzando sulla possibilità di ricontrollare la busta. Per ripercorrere tutta la strada che lo ha portato fin lì c’è il nostro ritratto di Martin Scorsese, il cinema come confessione.
Negli anni si è detto spesso che quell’Oscar fosse un premio alla carriera travestito. Non siamo d’accordo. The Departed non è il film più personale di Scorsese, quel posto spetta a Taxi Driver e Toro scatenato, ma è il suo lavoro di genere più perfetto, una macchina narrativa in cui ogni ingranaggio gira al momento giusto. Avrebbe meritato la statuetta anche se fosse stato il suo primo film.
Il finale di The Departed e il topo sul davanzale
Da qui in avanti si parla del finale. Scorsese non fa sconti a nessuno: la caccia tra le due talpe si chiude con una serie di morti improvvise e quasi casuali, senza musica epica né ultime parole. Costigan, che ha in mano le prove, viene ucciso in un ascensore. Sullivan sembra averla fatta franca, finché non trova Dignam ad aspettarlo nel suo appartamento, deciso a regolare i conti da solo.

L’ultima inquadratura è un topo che corre sul davanzale del terrazzo di Sullivan, con la cupola dorata alle spalle. Un simbolo esplicito, quasi sfacciato: la talpa, il traditore, il ratto di cui Costello parlava nella scena della pistola. E il titolo trova così il suo senso pieno, perché The Departed significa letteralmente i defunti, quelli che se ne sono andati. Alla fine, quasi tutti.
The Departed vent’anni dopo: perché rivederlo oggi
A due decenni dall’uscita, The Departed regge come pochi thriller della sua generazione. I telefonini a conchiglia sono invecchiati, il film no. La domanda che pone, chi siamo davvero quando passiamo la vita a fingere di essere un altro, resta attuale, e la risposta di Scorsese è senza consolazione: il bene e il male del sottotitolo italiano non stanno su due lati opposti della strada, ma dentro le stesse persone.
Resta anche il ritratto di un cinema che oggi si fa sempre meno: un grande film di studio, con star enormi, costruito per il pubblico delle sale e allo stesso tempo firmato da un autore. Vent’anni dopo vale ancora ogni minuto dei suoi centocinquanta, Scorsese davvero non ne spreca uno.
Scheda tecnica
Cast principale
- Leonardo DiCaprio – Billy Costigan
- Matt Damon – Colin Sullivan
- Jack Nicholson – Frank Costello
- Mark Wahlberg – Sean Dignam
- Martin Sheen – Oliver Queenan
- Ray Winstone – Arnold "Mr." French
- Vera Farmiga – Madolyn Madden
- Alec Baldwin – George Ellerby
- Anthony Anderson – Trooper Brown
- James Badge Dale – Barrigan












