Da ragazzo, nella Little Italy di New York, Martin Scorsese pensava di diventare prete. Scelse invece il cinema, ma non abbandonò mai del tutto quella vocazione: i suoi film sono attraversati da un senso quasi religioso della colpa, del peccato e della possibilità di redenzione. È come se avesse continuato a fare i conti con Dio, soltanto cambiando altare.
Da Little Italy al Nuovo Hollywood
Bambino asmatico, costretto a guardare la strada dalla finestra più che a viverla, Scorsese cresce tra le chiese e i piccoli criminali del quartiere italoamericano di Manhattan, due mondi che ritroveremo in tutto il suo cinema. Studia regia alla New York University e arriva al cinema con la generazione della Nuova Hollywood, quella di Coppola e Spielberg. La sua voce esplode nel 1973 con Mean Streets, ritratto febbrile di piccoli malavitosi di quartiere e prima, decisiva collaborazione con Robert De Niro.
Taxi Driver e il ritratto della violenza
Nel 1976 arriva il capolavoro che lo consacra: Taxi Driver, Palme d’Oro a Cannes, con un De Niro indimenticabile nei panni di Travis Bickle, tassista solo e disturbato in una New York notturna e malata. La colonna sonora, jazzata e malinconica, è l’ultima firmata da Bernard Herrmann, morto poche ore dopo averla completata. Quattro anni più tardi, con Toro scatenato, Scorsese gira un film di boxe in un bianco e nero violentissimo che vale a De Niro l’Oscar e alla sua montatrice il primo dei suoi tre. È il cinema di Scorsese al suo stato più puro: nervoso, fisico, morale.
La colpa, la fede, la redenzione
Sotto la superficie dei gangster e della violenza, il vero tema di Scorsese è sempre spirituale. Lo dimostra apertamente con L’ultima tentazione di Cristo, nel 1988, film coraggioso e contestatissimo, poi con Kundun, nel 1997, dedicato alla figura del Dalai Lama, e ancora, quasi trent’anni dopo il primo, con Silence, sul martirio dei missionari gesuiti nel Giappone del Seicento. Tre film dichiaratamente religiosi che formano una sorta di trilogia della fede. Ma la stessa tensione tra peccato e grazia abita anche i suoi criminali: nessuno, nei suoi film, sfugge davvero al giudizio sulla propria coscienza.
Questa vocazione non si è mai spenta, e negli ultimi anni è tornata alla luce nella forma più diretta. Con la docuserie The Saints, che ha ideato, narrato e prodotto, Scorsese ha realizzato un desiderio che covava da sempre: raccontare una per una le vite dei santi cristiani. Il progetto ha registrato ascolti record e ha avuto una seconda stagione tra la fine del 2025 e la primavera del 2026, in cui la figlia Francesca ha firmato la regia dell’episodio su Carlo Acutis, il primo santo della generazione digitale. Nel frattempo sviluppa un film su Gesù ispirato allo scrittore giapponese Shūsaku Endō, lo stesso di Silence. A oltre ottant’anni, il prete mancato è tornato a occuparsi apertamente di ciò che non aveva mai smesso di cercare.

I gangster e il sogno americano
La sua galleria di malviventi è leggendaria. Quei bravi ragazzi, nel 1990, racconta l’ascesa e la caduta nella mafia con un ritmo travolgente, fatto di voci narranti, piani sequenza e musica pop. Seguiranno Casinò, The Wolf of Wall Street e The Irishman: storie di ambizione, denaro e rovina in cui il crimine diventa lo specchio deformante del sogno americano. È in questi anni che si salda anche il sodalizio con Leonardo DiCaprio, suo attore feticcio della maturità dopo gli anni di De Niro. La collaborazione comincia con Gangs of New York, nel 2002, e attraversa tutta la sua opera recente, da The Aviator a Shutter Island fino a The Wolf of Wall Street: sei film in poco più di vent’anni.
Il suono e gli artigiani di Scorsese
Pochi registi hanno usato la musica come lui. Le sue colonne sonore sono spesso costruite con brani rock e pop perfettamente incastonati nelle immagini, e per decenni il suo complice musicale è stato Robbie Robertson, la cui ultima fatica sono state le musiche di Killers of the Flower Moon, completate poco prima della morte, nel 2023, congedo da un’amicizia lunga una vita. Ma Scorsese ha lavorato anche con grandi compositori: Bernard Herrmann per Taxi Driver e Howard Shore per i film degli anni Duemila, da Gangs of New York a The Aviator, da The Departed a Hugo Cabret. Attorno a lui, una squadra fedelissima: la montatrice Thelma Schoonmaker, al suo fianco da Toro scatenato e vincitrice di tre Oscar, e lo scenografo Dante Ferretti.
Il documentarista e la custodia del cinema
Ridurre Scorsese al cinema di finzione significa perderne la metà. Con The Last Waltz, nel 1978, ha firmato quello che molti considerano il più bel film-concerto mai realizzato, l’addio sul palco del gruppo The Band, ed è anche il film che segnò l’inizio del suo lungo sodalizio con Robbie Robertson. Da lì è nato un filone documentaristico ricchissimo, soprattutto musicale: i ritratti di Bob Dylan in No Direction Home, di George Harrison in Living in the Material World, dei Rolling Stones in Shine a Light. E poi i suoi saggi filmati sulla storia del cinema, il lungo viaggio personale attraverso il cinema americano e My Voyage to Italy, dedicato ai maestri italiani che lo hanno formato, da Rossellini a Fellini. Documentari che sono anche dichiarazioni d’amore verso un’arte di cui Scorsese si sente custode.
L’Oscar tardivo e l’eredità
Per quasi quarant’anni l’Academy gli ha negato il premio alla regia, candidandolo e ignorandolo film dopo film. La riparazione arriva nel 2007 con The Departed, che gli vale finalmente l’Oscar come miglior regista e quello per il miglior film. Ma il suo lascito va oltre le statuette: Scorsese è anche un instancabile difensore della memoria del cinema. Nel 1990 ha fondato The Film Foundation, l’organizzazione con cui ha restaurato e salvato centinaia di pellicole a rischio di sparire, estendendo poi quel lavoro al cinema di tutto il mondo. E a oltre ottant’anni non ha smesso di girare: dopo Killers of the Flower Moon è tornato sul set all’inizio del 2026 per What Happens at Night, un cupo film di ispirazione gotica che segna la sua settima collaborazione con Leonardo DiCaprio e il primo incontro con Jennifer Lawrence. Più che un regista, è la coscienza vivente del cinema americano: qualcuno che lo ha amato, studiato e arricchito come pochissimi altri.












