Home Curiosità‘Lo squalo’, il film che ha inventato l’estate al cinema

‘Lo squalo’, il film che ha inventato l’estate al cinema

Cinquant'anni dopo, il film di Steven Spielberg resta la pellicola che ha creato il blockbuster estivo: la produzione disastrosa, le due note di John Williams e la paura del mare che non ci ha più lasciato.

by Mauro Terrone

Due note, ripetute, alternate, sempre più veloci. Basta questo, un mi e un fa che si rincorrono, e chiunque abbia mai messo un piede in acqua sente un brivido corrergli lungo la schiena. Nell’estate del 1975 quel motivo insegnò a un’intera generazione ad avere paura del mare, e lo fece con un film che nessuno alla Universal si aspettava potesse funzionare. Lo squalo di Steven Spielberg non è soltanto un capolavoro di tensione: è il film che ha cambiato il calendario di Hollywood, inventando l’idea stessa del grande evento cinematografico estivo. Cinquant’anni e passa dopo, ogni volta che una spiaggia si svuota per un allarme squalo, il colpevole è ancora lui.

Amity, un sindaco e un grande squalo bianco

La storia è tanto semplice quanto perfetta. Sull’immaginaria isola di Amity, località balneare della costa atlantica che vive di turismo estivo, un enorme squalo bianco comincia a fare strage di bagnanti. Il capo della polizia Martin Brody, interpretato da Roy Scheider, vorrebbe chiudere le spiagge, ma il sindaco glielo impedisce per non rovinare la stagione e gli incassi della cittadina. Quando i morti si moltiplicano, Brody si imbarca insieme al giovane e spavaldo oceanografo Matt Hooper, a cui presta il volto Richard Dreyfuss, e al ruvido cacciatore di squali Quint, un magnetico Robert Shaw, per dare la caccia al mostro in mare aperto.

Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Peter Benchley, a sua volta ispirato a una vicenda reale, gli attacchi di squalo avvenuti lungo le coste del New Jersey nel 1916. La sceneggiatura, firmata da Benchley e riscritta in corsa dall’attore e sceneggiatore Carl Gottlieb, si concede momenti che nel libro non esistevano e che sono diventati leggenda, primo tra tutti il monologo di Quint sull’affondamento dell’incrociatore USS Indianapolis, uno dei vertici recitativi dell’intera pellicola. Diretto da uno Spielberg di appena ventotto anni, all’epoca un regista pressoché sconosciuto, Lo squalo trasforma un materiale da romanzo di consumo in un modello di suspense che si studia ancora.

Il film che ha inventato l’estate al cinema

Prima del 1975 l’estate era considerata la stagione debole per le sale, il periodo in cui si distribuivano i titoli minori pensati per intrattenere chi restava in città. I grandi film uscivano d’inverno, attorno alle feste. Lo squalo ribaltò questa logica quasi per caso: le riprese travagliate mandarono all’aria la data prevista in origine per il periodo natalizio, e la Universal, invece di rimandare, scelse di puntare tutto sull’estate.

Fu una scommessa che cambiò l’industria. Il film uscì negli Stati Uniti il 20 giugno 1975, in Italia dovette attendere fine dicembre dello stesso anno, e venne accompagnato da una campagna pubblicitaria televisiva senza precedenti e da una distribuzione in un numero di sale allora inconsueto. Il risultato fu travolgente: solo nel primo fine settimana americano superò i sette milioni di dollari e restò in testa alla classifica per settimane. A fronte di un costo lievitato ben oltre i sette milioni di dollari previsti, incassò oltre quattrocentosettanta milioni di dollari nel mondo, diventando il film di maggior incasso nella storia del cinema, primato che avrebbe mantenuto fino all’arrivo di Guerre stellari nel 1977. Non è un’esagerazione dire che il concetto stesso di blockbuster estivo nasce qui: da questo momento, ogni estate diventa il campo di battaglia per i film più ambiziosi di Hollywood.

Bruce, lo squalo che non voleva funzionare

Dietro il trionfo si nasconde una delle lavorazioni più disastrose della storia del cinema, e paradossalmente proprio quel disastro spiega la grandezza del film. Per dare corpo al mostro, la produzione fece costruire tre squali meccanici, ribattezzati affettuosamente Bruce dal nome dell’avvocato di Spielberg. Un modello serviva per le riprese subacquee, gli altri due, cavi da un lato per ospitare i meccanismi idraulici, per le inquadrature laterali.

Il problema è che Bruce non funzionava quasi mai. Lo squalo fu tra i primi grandi film girati in mare aperto, a Martha’s Vineyard, e l’acqua salata fece strage dei congegni: i modelli affondavano, si inceppavano, si guastavano di continuo, tanto che la troupe cominciò a chiamare scherzosamente il film Flaws, difetti, al posto di Jaws, fauci. La produzione sforò clamorosamente budget e tempi. Costretto a girare interi blocchi senza uno squalo utilizzabile, Spielberg prese la decisione che avrebbe fatto la fortuna del film: non mostrare quasi mai la creatura, e suggerirne la presenza con una pinna, un barile trascinato sott’acqua, il punto di vista dell’animale e, soprattutto, la musica. L’invisibile si rivelò infinitamente più terrificante del visibile. Un limite tecnico, incontrando il talento, era diventato linguaggio.

Due note e un intero oceano di paura

Se lo squalo resta nascosto per gran parte del film, qualcosa deve pur avvertire lo spettatore che il predatore si sta avvicinando. Quel qualcosa è la colonna sonora di John Williams, forse il vero protagonista invisibile del film. Il tema è costruito su due sole note che si alternano, un mi e un fa suonati alle tube in un registro basso e minaccioso, e accelerano man mano che il pericolo si fa vicino.

È una delle intuizioni musicali più semplici e più imitate di sempre. Williams tradusse in suono la logica stessa del film di Spielberg, quella dell’attesa e della minaccia che monta, e regalò al cinema un frammento sonoro entrato a tal punto nell’immaginario collettivo da funzionare, ancora oggi, come sinonimo universale di allarme imminente. Non stupisce che proprio quella partitura sia valsa a Williams uno dei tre premi Oscar conquistati dal film, insieme a quelli per il montaggio e per il sonoro. Lo squalo ricevette anche la candidatura come miglior film, che perse in favore di Qualcuno volò sul nido del cuculo, mentre Spielberg, curiosamente, non venne nemmeno nominato come miglior regista: un’ingiustizia che il tempo ha ampiamente corretto.

L’effetto squalo

L’eredità di Lo squalo va ben oltre i confini del cinema, e ha un lato oscuro che vale la pena raccontare. Il film ebbe un impatto culturale enorme, generando una vera psicosi collettiva nei confronti degli squali. Milioni di spettatori tornarono dalle sale con la paura di entrare in acqua, e quella paura si tradusse in una caccia indiscriminata al grande bianco, che nei decenni successivi contribuì a mettere in pericolo la specie. I biologi marini hanno passato anni a smontare la premessa del film: uno stesso squalo bianco che attacca ripetutamente esseri umani in una zona ristretta è uno scenario praticamente irrealistico.

Il pentimento più clamoroso è quello dell’autore stesso. Colpito da ciò che il suo romanzo e il film avevano scatenato, Peter Benchley dedicò gli ultimi anni della sua vita alla tutela degli squali, arrivando a definirsi un avvocato degli oceani e a scrivere un nuovo libro, questa volta pensato per difenderli e non per demonizzarli. È il paradosso più affascinante dell’intera vicenda: la stessa opera che aveva insegnato al mondo a temere gli squali finì per spingere il suo creatore a diventarne uno dei più convinti protettori.

Lo squalo non ha mai smesso di mordere

Rivisto oggi, Lo squalo mostra qualche ingenuità, e il mostro, quando finalmente compare per intero nel finale, tradisce la sua natura di modello di gomma. Eppure il film non ha perso nulla della sua forza, perché la sua tensione non dipende dagli effetti speciali ma dalla regia, dal montaggio e da quella musica. È il capostipite di un intero filone, quello degli shark movie e più in generale del cinema di creature, e resta un caso di studio su come i vincoli produttivi possano trasformarsi in scelte artistiche vincenti.

Cinquant’anni e passa dopo la sua uscita, con tre sequel alle spalle a cui Spielberg non prese mai parte e un posto stabile tra i migliori film americani di sempre secondo l’American Film Institute, Lo squalo è ancora la ragione per cui, prima di tuffarci, lanciamo istintivamente un’occhiata all’acqua. Bastano due note. E il mare non sembra più così sicuro.

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