Bastava una goccia. Uno schizzo in piscina, un bicchiere rovesciato, la doccia di troppo dopo l’allenamento: dieci secondi di conto alla rovescia e la vita di tre ragazze australiane si trasformava, letteralmente, in qualcos’altro. Chi aveva tra i dieci e i quindici anni alla fine degli anni Duemila lo ricorda benissimo, perché H2O non era solo una serie da guardare il pomeriggio su Italia 1: era una promessa. La promessa che l’acqua, elemento più banale e quotidiano che ci sia, nascondesse un segreto pronto a cambiarti la vita. Vent’anni dopo il debutto australiano, quella promessa continua a fare presa, e non solo sui nostalgici.
Una gita a Mako Island e tre poteri diversi
La trama di H2O: Just Add Water, questo il titolo originale della serie creata dal produttore Jonathan M. Shiff, parte da un espediente semplice e perfetto per il pubblico a cui si rivolge. Tre sedicenni della Gold Coast, Emma, Cleo e Rikki, restano bloccate al largo e finiscono sulla misteriosa isola di Mako. Lì, durante la luna piena, nuotano in una pozza collegata a una grotta magica. Da quel momento le regole della loro esistenza cambiano: ogni volta che entrano in contatto con l’acqua, dopo dieci secondi esatti, si trasformano in sirene con una coda arancione e scintillante.
La trovata che ha reso la serie riconoscibile è la specializzazione dei poteri. Emma, l’atletica e disciplinata nuotatrice interpretata da Claire Holt, è in grado di congelare l’acqua e di abbassarne la temperatura fino al ghiaccio. Cleo, la più dolce e insicura del gruppo, interpretata da Phoebe Tonkin, ha il potere opposto e complementare, quello di riscaldare e far bollire i liquidi. Rikki, la ribelle anticonformista a cui presta il volto Cariba Heine, può invece modellare l’acqua a suo piacimento, gonfiarla e farla esplodere. A completare il quartetto c’è Lewis, il fidato amico e aspirante scienziato interpretato da Angus McLaren, unico depositario del segreto e motore di molte delle soluzioni casalinghe con cui le ragazze provano a controllare i loro poteri.

Attorno a questo nucleo ruota tutta la tensione della serie: proteggere il segreto. C’è il Rikki’s, il locale sul molo che diventa il quartier generale del gruppo, c’è il ricco e arrogante Zane interpretato da Burgess Abernethy, e nella seconda stagione arriva Charlotte, nipote di una delle sirene originarie che, esposta da sola alla trasformazione, eredita tutti e tre i poteri e mette in crisi gli equilibri del trio. Girata interamente al Sea World e in altre località della Gold Coast, in Queensland, la serie sfrutta un’ambientazione balneare che agli occhi di uno spettatore italiano suonava come una lunga estate senza fine.
Perché H2O è rimasta addosso a una generazione
In Australia H2O debuttò su Network Ten il 7 luglio 2006. In Italia le prime due stagioni arrivarono in prima visione su Italia 1 il 22 aprile 2008, mentre la terza passò prima sul canale a pagamento Joi, il 17 maggio 2010, per poi approdare in chiaro sempre su Italia 1 dal 7 giugno dello stesso anno. Furono anni in cui la serie occupò con costanza i pomeriggi della programmazione ragazzi, costruendo un pubblico affezionatissimo e trasversale.
Pensata inizialmente per due sole stagioni, cinquantadue episodi in tutto, H2O venne allungata a una terza annata di ventisei episodi grazie al successo di ascolti, arrivando a un totale di settantotto episodi. Non fu un caso locale: nel giro di pochi anni la serie fu venduta in oltre centoventi paesi, raggiungendo un pubblico stimato in più di duecentocinquanta milioni di spettatori nel mondo. La sigla No Ordinary Girl, interpretata nella terza stagione da Indiana Evans, è ancora oggi uno di quei ritornelli che basta accennare per riportare in mente un intero periodo.

La ragione per cui H2O ha resistito così bene al tempo, però, va oltre i numeri. La serie centrava un desiderio universale dell’adolescenza, quello di scoprirsi speciali e diversi, e lo travestiva da fiaba acquatica in cui la parte più difficile non era avere i poteri, ma nasconderli. Sotto la superficie fantasy, H2O parlava di amicizia femminile, di primi amori, di gelosie scolastiche e di famiglie complicate, temi in cui il pubblico si riconosceva senza fatica. È questa la miscela che ha reso Cleo, Emma e Rikki un ricordo condiviso da chi oggi ha tra i venticinque e i trentacinque anni.
Da sirene a star: dove sono finite Cleo, Emma e Rikki
Uno degli aspetti più affascinanti di H2O, riscoperto proprio da chi la rivede da adulto, è che quella piccola serie australiana per ragazzi si è rivelata un formidabile trampolino di lancio. Due delle tre protagoniste, in particolare, hanno costruito carriere internazionali partendo proprio dalla coda arancione.
Claire Holt, la Emma della prima e della seconda stagione, e Phoebe Tonkin, la Cleo di tutte e tre le annate, sono amiche nella vita reale e si sono ritrovate insieme in uno degli universi seriali più popolari degli anni Dieci. Entrambe sono infatti approdate a The Vampire Diaries e poi al suo spin-off The Originals: Holt nel ruolo della vampira Rebekah Mikaelson, Tonkin in quello della lupo mannaro poi ibrida Hayley Marshall. Un dettaglio che diverte i fan attenti riguarda proprio il personaggio di Claire Holt: in H2O si chiamava Emma Gilbert, e nell’universo di The Vampire Diaries il cognome Gilbert appartiene alla protagonista Elena, nemica giurata della sua Rebekah. Oltre alla saga dei vampiri, Holt è diventata un volto noto del cinema di genere grazie all’horror sottomarino 47 metri, mentre Tonkin ha continuato a lavorare con costanza, comparendo di recente anche in produzioni prestigiose come la serie Netflix Boy Swallows Universe.

Non è solo una questione di protagoniste femminili. Luke Mitchell, entrato nel cast nella terza stagione come Will Benjamin, è forse quello che ha spinto più lontano la propria carriera oltre l’Australia. Dopo H2O e la soap Home and Away, che gli è valsa un Logie Award come miglior nuovo talento maschile, Mitchell si è trasferito negli Stati Uniti, dove ha recitato in The Tomorrow People, ha vestito i panni dell’inumano Lincoln Campbell in Agents of S.H.I.E.L.D. dell’universo Marvel, è stato Roman in Blindspot e dal 2024 fa parte del cast fisso di Chicago Med. Cariba Heine, la Rikki tanto amata dai fan, e Angus McLaren, l’insostituibile Lewis, hanno continuato a lavorare soprattutto in patria, restando volti familiari della televisione australiana.
La galassia di Mako: lo spin-off e il reboot animato
H2O non si è chiusa con la terza stagione. Il suo successo ha convinto Jonathan M. Shiff a espandere l’universo delle sirene di Mako Island, dando vita a un piccolo franchise che ha accompagnato la generazione successiva.
Nel 2013 debuttò Mako Mermaids, in Italia distribuito come Vita da tritone, spin-off ambientato nello stesso mondo ma con protagonisti nuovi: il sedicenne Zac e un gruppo di giovani sirene alle prese con la loro natura segreta. Anche questa serie, prodotta con l’ormai collaudata formula di Shiff, trovò casa su Netflix e conquistò un pubblico affezionato in molti paesi. Due anni dopo, nel 2015, arrivò invece una riproposizione in chiave animata, H2O: Mermaid Adventures, distribuita in Italia come H2O – Avventure da sirene, che tornava alle protagoniste originali per portarle a un pubblico ancora più giovane. Nel complesso, tra serie madre, spin-off in carne e ossa e reboot animato, l’immaginario delle sirene di Mako ha attraversato più di un decennio, cementando l’idea che dietro l’apparente semplicità di H2O ci fosse un mondo capace di rigenerarsi.

Dove rivedere H2O oggi
La buona notizia per chi volesse recuperare o rivedere la serie è che H2O è tornata facilmente accessibile in streaming. In Italia le tre stagioni sono disponibili in abbonamento su Netflix e su Prime Video, oltre a essere presenti nel catalogo di NOW. Un ritorno che ha permesso a molti spettatori adulti di riscoprirla e, in diversi casi, di condividerla con figli e fratelli minori. La disponibilità dei cataloghi cambia spesso, quindi conviene sempre una verifica al momento in cui si decide di premere play.
Rivista oggi, a vent’anni dal debutto, H2O mostra inevitabilmente qualche ingenuità produttiva: gli effetti speciali erano quelli di una serie per ragazzi di metà anni Duemila, con trasformazioni e code realizzate senza i budget delle grandi produzioni. Eppure è proprio quella dimensione artigianale, unita alla genuinità dei suoi personaggi e alla luce perenne della Gold Coast, a spiegare perché quel piccolo miracolo acquatico non abbia mai smesso di brillare nella memoria di chi c’era. Bastava una goccia, allora. E a giudicare da quanti continuano a cercarla, basta ancora.












