Home Curiosità‘Fantascienza’: al cinema si divide in tre anime che vale la pena conoscere

‘Fantascienza’: al cinema si divide in tre anime che vale la pena conoscere

Hard sci-fi, space opera e distopia: come il cinema di fantascienza è diventato lo specchio più lucido delle nostre paure sul futuro, da Lang a oggi.

by Mauro Terrone

Un futuro immaginato nel 1926 aveva già capito quasi tutto. Metropolis, film muto del 1927 diretto da Fritz Lang, è ambientato in un futuro distopico, precisamente nel 2026, cento anni dopo rispetto a quando è stato scritto, in cui le divisioni classiste sembrano accentuarsi. La coincidenza fa quasi impressione: mentre leggete queste righe, il calendario ha raggiunto l’anno che Lang aveva scelto come teatro della sua città verticale, dominata dai grattacieli dei ricchi mentre gli operai sprofondano nel sottosuolo. È il paradosso più bello della fantascienza: guardare lontano per parlare del presente.

La fantascienza al cinema non è un contenitore di astronavi e alieni. È il genere che prende un’ipotesi, un’invenzione, una scoperta, un mondo alterato, e la spinge fino alle sue conseguenze umane. Per questo continua a contare: non predice il futuro, lo usa come specchio deformante per raccontare chi siamo adesso.

Dove nasce tutto: Lang e il primo futuro moderno

Prima di Lang c’era già stato il cinema fantastico delle origini, quello degli effetti a sorpresa. Ma se Viaggio nella Luna di Georges Méliès fu il primo film di fantascienza della storia, Metropolis fu il primo film di fantascienza “moderno”, cioè con una trama forte e strutturata in ogni elemento per rendere con la massima verosimiglianza l’idea del futuro. È la differenza tra un trucco e un mondo: Lang costruisce una società intera, con le sue gerarchie e la sua paura, e ci mette dentro un’immagine destinata a diventare mito, la donna-robot Maria.

L’eredità è enorme e documentata. Il DNA di ampie porzioni del cinema di fantascienza è rintracciabile nella produzione di Lang, dalla creazione da scienziato pazzo del robot Maria fino ai paesaggi urbani in stile Art Déco, diventati il modello per le successive rappresentazioni delle città distopiche, da Blade Runner a Brazil. Non è un’esagerazione da appassionati: il film è universalmente riconosciuto come modello per gran parte del cinema di fantascienza moderno, avendo ispirato pellicole quali Blade Runner e Guerre stellari.

Le tre anime del genere

Chi si affaccia alla fantascienza rischia di considerarla un blocco unico. In realtà convivono almeno tre grandi famiglie, con regole e obiettivi diversi.

La prima è la hard sci-fi, la fantascienza che vuole essere plausibile, ancorata alla scienza reale. Il suo monumento è 2001: Odissea nello spazio. Il titolo originale è “2001: A Space Odyssey” e la sua uscita segna uno spartiacque: il 12 dicembre 1968 usciva nelle sale italiane il capolavoro di Stanley Kubrick, pietra miliare della storia del cinema e opera fondante del genere fantascientifico. Kubrick portò l’ossessione della verosimiglianza fino all’estremo: chiese l’appoggio tecnico della NASA per verificare che ogni dettaglio fosse scientificamente verosimile e approvato dagli esperti, dal futuro alla riproduzione dell’universo, dai modellini delle astronavi ai movimenti in assenza di gravità. Il risultato fu anche tecnicamente rivoluzionario: nel 1968 il film venne candidato a quattro Oscar, vincendo però solo quello per gli effetti speciali. Vale la pena ricordare che 2001: Odissea nello spazio è un film di fantascienza del 1968 di produzione statunitense e britannica.

La seconda anima è la space opera: qui la scienza passa in secondo piano e conta l’avventura, il mito, il conflitto tra bene e male su scala galattica. È il territorio delle grandi saghe, di universi popolati da cavalieri, imperi e frontiere lontane. Star Wars e Star Trek sono i due poli di questo immaginario, ognuno con la propria filosofia l’epica cavalleresca da una parte, l’esplorazione utopica dall’altra. Sono mondi troppo vasti per stare in un solo articolo, e su likeinamovie.it trovano una casa dedicata: le due saghe hanno una sezione tutta loro, dove ricostruiamo trilogie, serie e derivazioni.

La terza famiglia è la distopia, che spesso non ha bisogno di lasciare la Terra. Le basta cambiare una regola del nostro mondo, il controllo, la sorveglianza, la fine dell’umano, per mostrarci l’abisso. Metropolis, con la sua città divisa in padroni e schiavi, è distopia allo stato puro. E lo è anche Blade Runner, che intreccia distopia e riflessione sull’identità: cosa distingue un uomo da un androide costruito per assomigliargli? Non a caso il film di Ridley Scott è il crocevia dove le tre anime si sfiorano, ed è per questo che merita un approfondimento a parte nel nostro ritratto dedicato a Blade Runner.

Dune, il futuro che nessuno riusciva a filmare

Se Blade Runner è il crocevia dove le tre anime si sfiorano, Dune è il film che le mescola fino a confonderle. Tratto dal romanzo che Frank Herbert pubblicò nel 1965, è space opera nell’ambientazione, con il suo impero feudale e il pianeta-deserto conteso, ma ha il rigore da hard sci-fi di un mondo costruito fino all’ultimo ingranaggio, dall’ecologia di Arrakis all’economia della spezia. E come ogni buona distopia guarda al presente più che al futuro: potere, sfruttamento delle risorse, fanatismo, colonialismo travestito da liberazione.

Non a caso Dune ha resistito al cinema per decenni. Il progetto colossale che Alejandro Jodorowsky immaginò a metà anni Settanta, con gli storyboard di Moebius e artisti come H.R. Giger, non si fece mai, ma la sua squadra si disperse nella fantascienza che invece nacque davvero, da Alien in avanti, e la vicenda è raccontata nel documentario Jodorowsky’s Dune del 2013. La prima versione arrivata in sala, quella di David Lynch del 1984, fu un insuccesso che lo stesso regista disconobbe. Perché Dune fosse davvero compiuto è servito attendere Denis Villeneuve, che ha diviso il romanzo in due film: il primo, uscito in Italia nel settembre 2021, è stato l’opera più premiata degli Oscar 2022 con sei statuette, tutte tecniche; Dune – Parte Due, del febbraio 2024, ne ha aggiunte altre due, e un terzo capitolo tratto da Messia di Dune completerà il disegno. La sua riuscita sta tutta lì: applicare la coerenza della hard sci-fi a una storia con la scala del mito, senza scegliere tra le tre anime del genere.

L’Italia e la sua fantascienza nascosta

Si tende a pensare che la fantascienza sia affare esclusivo di Hollywood. Non è così, anche se il caso italiano ha una storia particolare. La prima pellicola drammatica italiana di genere fantascientifico è del 1958, ma il filone si può far risalire già agli anni Venti e Trenta del Novecento con commedie fantastico-fantascientifiche.

Il tratto distintivo del nostro cinema di genere è la contaminazione. La cinematografia fantastica e fantascientifica italiana è caratterizzata dalla frequente commistione tra generi diversi, in particolare con l’horror. Da questa vocazione ibrida nasce l’esempio più celebrato: Mario Bava, già maestro dell’horror italiano, gira nel 1965 Terrore nello spazio, tratto da un racconto di Renato Prestiniero, un film che mescola fantascienza e horror anticipando di almeno un decennio atmosfere e spunti che verranno ripresi nell’Alien di Ridley Scott. È il paradosso virtuoso del cinema italiano: pochi mezzi, molte idee, e un talento tecnico capace di lasciare traccia oltreoceano.

Accanto a Bava c’è l’artigiano più prolifico del filone. Registi ed esperti di effetti speciali come Antonio Margheriti, noto con lo pseudonimo di Anthony M. Dawson, e lo stesso Mario Bava si distinsero rispettivamente nei filoni dell’avventura spaziale e del fanta-horror. Margheriti tentò addirittura una space opera all’italiana, in un contesto produttivo che imponeva ritmi da catena di montaggio.

Il genere non è rimasto confinato alla serie B. Vari registi del cinema d’autore si sono cimentati, occasionalmente, con il fantascientifico: tra questi Elio Petri, Marco Ferreri, Ugo Tognazzi, Pupi Avati e Gabriele Salvatores. Ed è proprio Salvatores a firmare la svolta più ambiziosa: con Nirvana del 1997 realizza il primo vero film italiano di fantascienza ad alto livello, in bilico tra cyberpunk e commedia. Un’opera che riconosceva finalmente al genere una dignità produttiva, cast internazionale compreso.

Perché la fantascienza conta ancora

La forza di questo cinema sta tutta nella sua capacità di invecchiare bene, o meglio, di non invecchiare affatto. Un film del 1927 continua a parlarci perché le domande che pone — la disuguaglianza, il rapporto tra uomo e macchina, il prezzo del progresso — non sono state risolte. Anzi, nell’anno in cui Metropolis è ambientato, suonano più attuali che mai.

La fantascienza è il genere che ci concede di sbagliare futuro per capire meglio il presente. Ed è per questo che, da Lang a Kubrick, da Ridley Scott alle nostre piccole grandi produzioni italiane, resta la lente più onesta che il cinema abbia mai puntato su di noi

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