Una ragazza seduta al tavolo di un bar di Boston ascolta il suo fidanzato parlare a raffica di club universitari esclusivi e di come entrare nel giro giusto. Lei lo lascia in cinque minuti di dialogo serrato. Per arrivare a quella scena, che apre The Social Network, David Fincher ha fatto girare a Rooney Mara e Jesse Eisenberg novantanove ciak. Non è un aneddoto di colore: è il metodo di un regista che in trent’anni ha costruito un cinema in cui niente è lasciato al caso, dalla posizione di una tazza al colore della luce in un corridoio.
David Fincher è il regista di Seven, Fight Club, Zodiac e The Social Network. È stato candidato tre volte all’Oscar per la regia senza mai vincerlo, ha portato la serialità d’autore su Netflix prima che diventasse la regola e ha formato una scuola di collaboratori che oggi vincono premi anche senza di lui. Questa è la sua storia, film dopo film.
Le origini: il vicino di casa George Lucas
David Fincher nasce il 28 agosto 1962 a Denver, in Colorado. Quando ha due anni la famiglia si trasferisce a San Anselmo, in California, e tra i vicini c’è un giovane regista che di lì a poco avrebbe cambiato Hollywood: George Lucas. Il padre, Jack Fincher, è un giornalista che ha lavorato come capo dell’ufficio di Life e che coltiva una passione mai sopita per la sceneggiatura. Sarà lui, molti anni dopo, a firmare il copione di Mank.
Il cinema per Fincher è prima di tutto un mestiere da imparare in bottega. Ancora ragazzo entra nello studio di animazione di John Korty, dove lavora come produttore degli effetti visivi su Twice Upon a Time, film d’animazione prodotto proprio da Lucas. Nel 1983 passa alla Industrial Light & Magic, la fabbrica degli effetti speciali di Lucasfilm, e mette le mani su Il ritorno dello Jedi e su Indiana Jones e il tempio maledetto. Impara lì, tra modellini e pellicole composite, che il cinema è un’illusione costruita pezzo per pezzo.
Il ragazzo della pubblicità e dei videoclip
Il primo lavoro che fa parlare di lui dura pochi secondi. Nel 1984 gira per l’American Cancer Society uno spot contro il fumo in cui un feto, nel ventre materno, fuma una sigaretta. L’immagine è disturbante, precisa, impossibile da dimenticare: c’è già tutto Fincher.
Nel 1986 è tra i fondatori di Propaganda Films, la casa di produzione che negli anni successivi sforna alcuni dei videoclip e degli spot più influenti dell’epoca. Fincher dirige per Madonna Express Yourself, Oh Father, Vogue e Bad Girl, e con Express Yourself e Vogue vince due volte l’MTV Video Music Award per la miglior regia. Il bianco e nero scultoreo di Vogue, con le sue pose prese dalle fotografie hollywoodiane degli anni Trenta, è la prova che quel ragazzo sa costruire un’immagine iconica in tre minuti. Hollywood se ne accorge.

Alien³, il battesimo del fuoco
Il primo film arriva nel modo peggiore possibile. Nel 1992 la 20th Century Fox affida a Fincher, che non ha ancora trent’anni, il terzo capitolo della saga di Alien, con Sigourney Weaver di nuovo nei panni di Ellen Ripley. La produzione è un disastro annunciato: le riprese partono senza una sceneggiatura definitiva, dopo una lunga serie di copioni scritti e abbandonati, e lo studio interviene di continuo sulle scelte del regista.
Il film esce con una cupezza che spiazza il pubblico del precedente Aliens di James Cameron: la morte di Newt e Hicks nei primi minuti, una colonia penale di detenuti rasati, un finale che non concede nulla. Ottiene una candidatura all’Oscar per gli effetti visivi, ma Fincher lo rinnega. Ha detto che nessuno lo odia più di lui, e quando nel 2003 la Fox prepara la versione estesa, la cosiddetta Assembly Cut, si rifiuta di partecipare. Eppure, rivisto oggi, Alien³ ha già lo sguardo che conosceremo: la luce sporca, la claustrofobia, l’idea che il male più spaventoso non sia quello che arriva dallo spazio.
Seven: la scatola che ha cambiato il thriller
Dopo Alien³ Fincher pensa di lasciare il cinema. A farlo tornare è una sceneggiatura di Andrew Kevin Walker, un giovane autore che a New York lavorava in un negozio di dischi: la storia di un serial killer che uccide seguendo i sette peccati capitali. Fincher accetta dopo aver letto la versione originale del copione, quella con il finale più nero, e New Line alla fine sceglie di mantenerlo.
Seven esce nel 1995. Brad Pitt è il detective David Mills, giovane e impulsivo; Morgan Freeman è William Somerset, il veterano stanco a una settimana dalla pensione; Gwyneth Paltrow è Tracy, la moglie di Mills, l’unico spiraglio di luce in una città dove piove sempre. Kevin Spacey è John Doe, l’assassino, e chiede che il suo nome non compaia nei titoli di testa per non rovinare la sorpresa.
La pioggia incessante, i titoli di testa graffiati e montati come il quaderno di un maniaco, il deserto finale e la scatola consegnata da un corriere: Seven incassa oltre 320 milioni di dollari nel mondo e ridefinisce il thriller degli anni Novanta. Dopo di lui, per un decennio, i polizieschi americani proveranno a somigliargli, quasi sempre senza riuscirci.
The Game, il gioco che inghiotte la vita
Nel 1997 arriva The Game: Nessuna regola. Michael Douglas è Nicholas Van Orton, un banchiere ricco e solo che per il compleanno riceve dal fratello Conrad, interpretato da Sean Penn, un regalo misterioso: l’iscrizione a un gioco organizzato da una società che sembra in grado di manipolare ogni aspetto della sua vita.
Accolto da buone recensioni e da incassi discreti, il film è stato rivalutato nel tempo fino a entrare nella Criterion Collection, la collana che negli Stati Uniti è considerata una sorta di canone del cinema d’autore. Ed è il primo film di Fincher in cui il tema della paranoia, il sospetto che la realtà sia una messa in scena, diventa esplicito.

Fight Club, il flop che diventò un culto
Nel 1999 Fincher porta al cinema il romanzo di Chuck Palahniuk. Edward Norton è il narratore senza nome, un impiegato insonne che passa le serate nei gruppi di sostegno per malati terminali; Brad Pitt è Tyler Durden, il venditore di saponette anarchico che lo trascina in un club di combattimenti clandestini; Helena Bonham Carter è Marla Singer, l’altra impostora dei gruppi di sostegno.
Fincher dissemina il film di indizi: per alcuni fotogrammi Tyler compare di sfuggita nelle scene, prima ancora di presentarsi al protagonista, come un’immagine subliminale. Uscito con un budget di 63 milioni di dollari, Fight Club ne incassa poco più di cento nel mondo e divide la critica in modo violento. È in home video che esplode, fino a diventare uno dei film più citati, discussi e fraintesi della sua generazione.
Panic Room e Zodiac, la stanza chiusa e l’ossessione
Panic Room (2002) è il film più compatto di Fincher: una madre e una figlia barricate nella stanza blindata di una casa di Manhattan mentre tre ladri le assediano. Il ruolo della madre era di Nicole Kidman, costretta a rinunciare per un infortunio; la sostituisce Jodie Foster. La figlia è una giovanissima Kristen Stewart.
Zodiac (2007) è il suo film più ambizioso e, per molti, il suo capolavoro. Racconta la caccia mai conclusa al killer che terrorizzò San Francisco tra gli anni Sessanta e Settanta. Jake Gyllenhaal è il vignettista Robert Graysmith, che dall’ossessione per il caso trasse i libri da cui nasce il film; Mark Ruffalo è l’ispettore Dave Toschi; Robert Downey Jr. è il giornalista Paul Avery.
È il primo film di Fincher girato in digitale, con una cinepresa Thomson Viper, mentre per alcune scene degli omicidi vengono usate cineprese ad alta velocità su pellicola. Sul set alcuni attori arrivano a ripetere una scena più di settanta volte. Al botteghino Zodiac va meno bene del previsto, ma oggi è il titolo che più spesso compare quando si parla del miglior Fincher: un film sull’impossibilità di sapere, che rinuncia alla soddisfazione del colpevole.
Il curioso caso di Benjamin Button, la svolta degli Oscar
Nel 2008 Fincher cambia registro. Il curioso caso di Benjamin Button, tratto da un racconto di Francis Scott Fitzgerald, segue la vita di un uomo che nasce vecchio e ringiovanisce. Brad Pitt, alla terza collaborazione con il regista, è Benjamin; Cate Blanchett è Daisy, l’amore di tutta una vita, che invecchia mentre lui torna giovane.
Il film ottiene tredici candidature agli Oscar e ne vince tre, per la scenografia, il trucco e gli effetti visivi. Fincher riceve la sua prima candidatura per la regia. Gli effetti che invecchiano e ringiovaniscono il volto di Pitt sono una delle prove tecniche più notevoli del decennio, ed è difficile non rivederci il ragazzo che aveva cominciato alla Industrial Light & Magic.

The Social Network, il ritratto di una generazione
Due anni dopo arriva il film che per molti definisce il cinema americano degli anni Dieci. The Social Network (2010), scritto da Aaron Sorkin, racconta la nascita di Facebook e le cause legali che ne seguono. Jesse Eisenberg è Mark Zuckerberg; Andrew Garfield è Eduardo Saverin, l’amico e cofondatore estromesso; Justin Timberlake è Sean Parker, il fondatore di Napster che seduce Zuckerberg con il miraggio del grande salto. Armie Hammer interpreta entrambi i gemelli Winklevoss, con l’aiuto della controfigura Josh Pence e degli effetti digitali.
I dialoghi di Sorkin, velocissimi, si incontrano con la precisione glaciale di Fincher e con la colonna sonora elettronica di Trent Reznor e Atticus Ross. Il film vince tre Oscar, per la sceneggiatura non originale, il montaggio e la colonna sonora, mentre Fincher conquista il Golden Globe e il BAFTA per la regia. All’Oscar per la regia, invece, si ferma alla candidatura.
Uomini che odiano le donne e L’amore bugiardo
Nel 2011 Fincher affronta il primo romanzo della trilogia Millennium di Stieg Larsson con Millennium, Uomini che odiano le donne. Daniel Craig è il giornalista Mikael Blomkvist, Rooney Mara è l’hacker Lisbeth Salander: per lei arriva la candidatura all’Oscar come miglior attrice. Il film vince l’Oscar per il montaggio, il secondo consecutivo per Kirk Baxter e Angus Wall, i montatori di fiducia del regista.
L’amore bugiardo (Gone Girl), nel 2014, è il suo maggior successo commerciale: 369 milioni di dollari incassati nel mondo con un budget di 61. Gillian Flynn adatta il proprio romanzo; Ben Affleck è Nick Dunne, il marito sospettato della scomparsa della moglie, e Rosamund Pike è Amy, la moglie scomparsa, in un ruolo che le vale la candidatura all’Oscar. Sul set la media è di cinquanta ciak per scena. Il film è una satira feroce del matrimonio e dei media, travestita da thriller coniugale.
La televisione: House of Cards e Mindhunter
Fincher è tra i primi grandi registi a credere nello streaming. Nel 2013 dirige i primi due episodi di House of Cards, con Kevin Spacey e Robin Wright, una delle prime grandi produzioni originali di Netflix, e vince l’Emmy per la regia del primo episodio.
Nel 2017 arriva Mindhunter, forse il suo lavoro televisivo più personale. Jonathan Groff e Holt McCallany sono due agenti dell’FBI che alla fine degli anni Settanta cominciano a intervistare i serial killer in carcere per capire come pensano; Anna Torv è la psicologa Wendy Carr. Due stagioni acclamate, poi lo stop: nel 2023 è arrivata la conferma che una terza stagione non si farà.
Come produttore esecutivo, insieme a Tim Miller, Fincher è anche dietro l’antologia animata Love, Death & Robots, per cui nel 2022 ha diretto l’episodio Bad Travelling, scritto da Andrew Kevin Walker: la sua prima regia d’animazione.

Mank e The Killer, il cinema che guarda sé stesso
Mank (2020) è un film che Fincher aspettava da trent’anni. La sceneggiatura l’aveva scritta suo padre Jack negli anni Novanta, ed era rimasta nel cassetto dopo la sua morte nel 2003. Racconta Herman J. Mankiewicz, interpretato da Gary Oldman, lo sceneggiatore alcolizzato e geniale che scrisse Quarto potere per Orson Welles. Girato in bianco e nero, con il suono e le imperfezioni dei film dell’epoca ricostruiti apposta, ottiene dieci candidature agli Oscar e ne vince due, per la fotografia di Erik Messerschmidt e per la scenografia. Amanda Seyfried è candidata come attrice non protagonista per il ruolo di Marion Davies.
The Killer (2023), presentato a Venezia, è tratto da una graphic novel francese e torna a Walker per la sceneggiatura. Michael Fassbender è un sicario metodico che, dopo un lavoro andato male, diventa a sua volta un bersaglio. È quasi un autoritratto: un professionista ossessionato dal controllo che scopre quanto poco, alla fine, si possa davvero controllare.
Il metodo Fincher
I novantanove ciak di The Social Network, i settanta di Zodiac, la media di cinquanta di Gone Girl: la fama di perfezionista ha accompagnato Fincher per tutta la carriera. La sua spiegazione è semplice. In genere, ha detto, al diciassettesimo ciak la recitazione perde quell’impostazione troppo seria e diventa naturale: le ripetizioni servono a togliere, non ad aggiungere.
Lo stile si riconosce in pochi fotogrammi. La macchina da presa si muove solo quando deve, con movimenti fluidi e quasi invisibili; la luce tende a toni verdastri e ambrati; i dettagli in scena sono calibrati con una cura maniacale. Intorno a lui è cresciuta una squadra stabile: il montatore Angus Wall, con lui dal 1988, e Kirk Baxter; i direttori della fotografia Jeff Cronenweth ed Erik Messerschmidt; Trent Reznor e Atticus Ross, che hanno scritto le musiche di quasi tutti i suoi film dagli anni Dieci in poi; e Andrew Kevin Walker, lo sceneggiatore di Seven che continua a tornare.
Cosa arriva adesso: Cliff Booth
Il prossimo film è anche il più inatteso. Fincher dirige Le nuove disavventure di Cliff Booth, scritto da Quentin Tarantino come seguito ideale di C’era una volta a Hollywood: Brad Pitt torna nei panni dello stuntman Cliff Booth, al fianco di Timothy Olyphant, Elizabeth Debicki, Yahya Abdul-Mateen II, Scott Caan e Carla Gugino. È la quarta volta di Pitt con Fincher, dopo Seven, Fight Club e Benjamin Button. Il film arriva su Netflix il 23 dicembre, dopo due settimane in esclusiva nelle sale IMAX a partire dal 25 novembre.
Non tutti i progetti, invece, sono andati in porto: la versione americana di Squid Game che Fincher stava preparando per Netflix si è fermata ad agosto.

Il lascito di David Fincher
Fincher non ha mai vinto l’Oscar per la regia, e forse non gli interessa. Il suo lascito è altrove: nell’aver dimostrato che il thriller può essere un’opera d’autore, che lo streaming può ospitare il cinema senza abbassarlo, che un film sulla nascita di un social network può raccontare un’intera generazione meglio di un saggio. Guardare oggi un poliziesco cupo, una serie sui serial killer o un dramma tecnologico freddo e preciso significa, quasi sempre, guardare qualcosa che ha imparato da lui.
Come i grandi della nostra rubrica sui Maestri della regia, da Kubrick a Hitchcock, Fincher ha fatto del controllo una forma di poetica. La differenza è che, nei suoi film migliori, il controllo è anche il tema: personaggi che pianificano tutto e scoprono che il mondo non si lascia pianificare.
Tutti i film da regista


















Dati e locandine da TMDB. Sito non approvato né certificato da TMDB.









