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‘Carrie’, Mike Flanagan porta Stephen King su Prime Video

Prime Video annuncia la serie tratta dal romanzo d'esordio di Stephen King, scritta e diretta da Mike Flanagan, in arrivo in autunno.

by Valeria Bernardo

Carrie White ha un nome che nell’immaginario horror pesa quanto pochi altri, e ora quel nome torna a occupare uno schermo con una forma nuova. Prime Video ha diffuso oggi le prime immagini della serie Carrie, adattamento seriale del romanzo d’esordio di Stephen King firmato dallo showrunner Mike Flanagan, autore già noto al pubblico streaming per Midnight Mass e Hill House. La serie debutterà in autunno su Prime Video in oltre 240 Paesi e territori, e rappresenta il primo caso in assoluto in cui il romanzo del 1974 viene trasposto in un formato televisivo seriale.

La trama segue Carrie White, adolescente cresciuta in isolamento sotto lo sguardo ossessivamente protettivo della madre Margaret. La morte improvvisa del padre la spinge fuori da quel guscio domestico e dentro le dinamiche spietate di un liceo pubblico, dove deve affrontare un episodio di bullismo che finisce per travolgere l’intera comunità, la pressione costante dell’ambiente scolastico amplificata dai social media, e il progressivo manifestarsi di poteri telecinetici che accompagnano la sua crescita. Su otto episodi, la serie promette di allargare lo sguardo rispetto al romanzo originale, dando più spazio ai personaggi secondari e alle scelte quotidiane che costruiscono, passo dopo passo, la notte che ha reso Carrie un’icona della cultura pop.

Siena Agudong, Joel Oulette

Nel ruolo della protagonista debutta Summer Howell, scelta al termine di una selezione che ha coinvolto oltre mille attrici, un dettaglio che da solo racconta quanto la produzione considerasse delicata l’operazione di riportare in vita un personaggio così stratificato. Al suo fianco Samantha Sloyan, già vista in The Pitt, veste i panni di Margaret White, la madre il cui rigore religioso è da sempre uno dei motori drammatici della storia. Completano il cast Siena Agudong, nota per Resident Evil, nel ruolo di Sue Snell; Alison Thornton, di Fire Country, in quello di Chris Hargensen; Joel Oulette, visto in Uno splendido errore, nei panni di Tommy Ross; Josie Tota, da The Buccaneers, nel ruolo di Tina; Arthur Conti, presente in Beetlejuice Beetlejuice, in quello di Billy; Thalia Dudek, di The Running Man, nel ruolo di Emaline; Amber Midthunder, già protagonista di Prey, in quello dell’insegnante Miss Desjardin; e Matthew Lillard, reduce da Man of Tomorrow, nella parte del preside Grayle.

Dietro la macchina da presa c’è Mike Flanagan, che firma la sceneggiatura ed è anche produttore esecutivo oltre che regista dei primi quattro episodi: una scelta che lascia intuire quanto la sua impronta autoriale, fatta di tensione dilatata e attenzione psicologica ai personaggi, guiderà il tono complessivo della stagione. Stephen King compare tra i produttori esecutivi, un coinvolgimento diretto che aggiunge peso simbolico a un progetto costruito sul suo libro d’esordio.

Thalia Dudek, Summer H. Howell, Alison Thornton

Vale la pena ricordare cosa rappresenti quel libro nella storia della narrativa horror. Pubblicato nel 1974, Carrie ha segnato l’inizio di una carriera che avrebbe portato Stephen King a vendere oltre 350 milioni di copie nel mondo; il romanzo è rimasto per 14 settimane nella classifica dei best seller del New York Times ed è stato tradotto in più di 35 lingue. Il primo adattamento cinematografico, firmato da Brian De Palma nel 1976 e candidato all’Oscar, ha contribuito non poco a trasformare Carrie in un riferimento culturale che va oltre la pagina scritta; quest’anno cade proprio il cinquantesimo anniversario di quel film.

Portare Carrie in una serie di otto episodi, e non in un nuovo lungometraggio, è di per sé una dichiarazione di intenti: il tempo disteso della serialità permette di seguire con più calma la costruzione del personaggio, il modo in cui il rifiuto sociale si accumula giorno dopo giorno prima di esplodere. Inserire i social media nell’equazione, come annunciato, sposta il racconto in un presente riconoscibile, aggiornando la pressione del gruppo dei pari a un contesto in cui l’umiliazione trova casse di risonanza molto più ampie di un liceo americano degli anni Settanta. Resta da vedere come Flanagan gestirà l’equilibrio tra l’orrore soprannaturale e quello, più sottile e quotidiano, della crudeltà adolescenziale: è lì, storicamente, che il romanzo di King ha sempre trovato la sua forza più autentica.

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