Home FilmRecensione: ”The Ugly Stepsister”: quando la bellezza diventa ossessione.

Recensione: ”The Ugly Stepsister”: quando la bellezza diventa ossessione.

by Valerio Cicalini

Uscito nelle sale cinematografiche italiane il 30 ottobre, “The Ugly Stepsister” ha come obbiettivo quello di narrare l’iconica storia della principessa e della sua scarpetta di cristallo da una prospettiva inedita.

Sarà riuscito nel suo intento? Il body horror diretto da Emilie Blichfeldt reinterpreta la fiaba di Cenerentola ponendo al centro del racconto il punto di vista di Elvira, la sua sorellastra maggiore. Dopo la morte del patrigno sposarsi con un ragazzo facoltoso è l’unica via d’uscita per evadere dalla miseria ed essere belle per il principe idealizzato nel libro di poesie, diviene un’ossessione. La bellezza diventa quindi la sola forma di emancipazione possibile e sarà proprio questa ad opprimere Elvira che, non rispecchiando gli standard imposti dal sistema, si sottoporrà a interventi disumani e dolorosi come la cucitura delle ciglia e l’amputazione delle dita dei piedi per entrare nella scarpetta.

Molto divertente l’utilizzo dell’apparecchio dentale per sottolineare esplicitamente la bruttezza della giovane donna, un elemento volutamente anacronistico che viene impiegato nello stesso modo in cui vengono adoperate le Converse nel film “Marie Antoinette”. Invece l’assunzione dell’uovo di tenia per perdere peso non è altro che una metafora delle pasticche dimagranti, quasi sempre portatrici di effetti collaterali sfibranti. Infatti Elvira dovrà affrontare la caduta dei capelli, la rottura dei denti e continui rigurgiti, simboli di perdita di controllo, nel momento in cui gli effetti collaterali dell’uovo verranno a galla ed ella inizierà a vedere il suo amato principe sempre più lontano a scapito di una ragazza semplicemente più bella ovvero Agnes, la nostra Cenerentola.

I vermi all’interno della pellicola sono rivelatori della natura dei personaggi e il loro parassitare il corpo senza vita di Otto, il padre di Agnes, mette in evidenza la non curanza della matrigna nei confronti del defunto che probabilmente ha sposato solo per soldi e per il quale non ha intenzione di spendere un centesimo per dargli una degna sepoltura. Anche il corpo di Elvira viene a poco a poco parassitato, trasformandola sul finale in un mostro e rendendo visibile non solo fisicamente ma anche psicologicamente il dolore interiorizzato per riuscire a conquistare degli standard irraggiungibili che l’hanno portata alla decomposizione di se stessa. Tutti i personaggi femminili della storia sono vittime dell’aspetto esteriore e saranno in qualche modo costrette a scendere a patti con una valuta che la società associa naturalmente alle donne da sempre poiché il compito del gentil sesso è solo quello di piacere e compiacere lo sguardo maschile.

Essere quindi ornamento visivo e oggetto di fianco ad un uomo che ha invece il potere finanziario per emanciparsi anche da solo diventa purtroppo la regola. Non a caso quando la matrigna Rebekka perderà il suo nuovo marito, fonte di stabilità economica, cadrà nella più cupa disperazione, consapevole di non poter più competere nel mercato della bellezza in quanto troppo vecchia e quindi poco desiderabile ma soprattutto fuori tempo massimo. Questa presa di consapevolezza la spingerà a trattare la figlia Elvira come una bestia da macello, arrogandosi persino il diritto di decidere la forma e il modello che dovrà assumere il suo nuovo naso dopo un intervento correttivo straziante. Molto interessante anche il punto di vista di Alma, la sorellastra minore, una ragazza che dopo l’arrivo del menarca, avrà sempre più paura di entrare in un sistema così malato soprattutto dopo aver visto quanto Elvira sia ossessionata nel voler diventare la pretendente perfetta per il principe. Il dolore di chi ci è passato prima di lei la porteranno a voler uscire immediatamente dal meccanismo perdendo la propria femminilità e vestendosi e comportandosi da stalliera, sicuramente non per scelta ma per necessità.

E infine abbiamo Agnes che al contrario delle altre due ragazze possiede il cosiddetto “pretty privilege” ovvero un bias sociale che si traduce in vantaggi significativi per le persone considerate conformi agli standard di bellezza. Agnes infatti è la classica fanciulla bionda dagli occhi azzurri con un fisico snello e lineamenti facciali regolari. Queste caratteristiche dopo varie peripezie la porteranno dritta dal principe tanto ambito da Elvira, che però non si tratta del giovane galante e gentile del classico Disney ma di un ragazzino arrogante e privilegiato che non esita a fare commenti sessisti e violenti nei confronti delle pretendenti insieme ai suoi amici. Nonostante all’apparenza la futura principessa riesca a vincere su tutte le altre è in realtà costretta a sacrificare la sua libertà a scapito di un amore che non si prospetta essere così roseo.

La fotografia crea una fiaba romantica nelle fantasie di Elvira attraverso l’utilizzo di luci diffuse e lattiginose che evidenziano i toni pastello dei costumi e mostra delle ambientazioni quasi irreali, come se la bellezza in un contesto così soffocante fosse tanto irraggiungibile da apparire come un filtro ottico. Nei momenti più gore e drammatici invece aumentano i contrasti e si passa a tinte più scure che sottolineano anche la natura da horror gotico. Il lungometraggio è sicuramente il naturale erede di “The Substance”, essendo entrambi dei body horror che esplorano l’identità femminile in un ambiente soffocante e il disperato tentativo di adattarsi a discapito del proprio corpo. In definitiva “The Ugly Stepsister” riesce ad unire magnificamente atmosfere sognanti, adolescenziali e rosa con moltissimo splatter, nella speranza di ricordare quanto possa essere letale l’aspetto estetico per le donne come unica forma di emancipazione possibile.



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