Stai guardando attentamente? È la domanda che apre The Prestige, il quinto film di Christopher Nolan uscito nel 2006, ed è la domanda più sincera che il regista abbia mai rivolto al suo pubblico. Perché questo thriller ambientato tra i teatri della Londra vittoriana, dietro la storia di due illusionisti che si distruggono a vicenda, è in realtà un trattato su cosa significhi ingannare qualcuno che desidera essere ingannato. Girato subito dopo Batman Begins, in quello che è stato il periodo più fertile della sua carriera, è il film in cui Nolan smette per un momento di nascondere le proprie regole e le mette in scena apertamente. Chi vuole capire come funziona tutto il suo cinema, da Memento a Tenet, deve partire da qui.
Due maghi, un’ossessione, nessun limite
Robert Angier, interpretato da Hugh Jackman, e Alfred Borden, interpretato da Christian Bale, sono due giovani assistenti illusionisti nella Londra di fine Ottocento, allievi dell’ingegnere di scena Cutter, a cui Michael Caine presta la sua consueta autorevolezza. Sono amici, o quasi, finché un numero acquatico finisce in tragedia e la moglie di Angier muore in scena. Da quel momento l’amicizia si trasforma in una rivalità feroce e senza scrupoli, che li spinge a spiarsi, sabotarsi, rubarsi i segreti a vicenda, in una spirale che divora le loro vite e quelle di chi sta loro intorno.
Il duello raggiunge l’apice quando Borden presenta un numero impossibile, un teletrasporto che Angier non riesce a spiegarsi e che diventa la sua ossessione. Nel tentativo disperato di superare il rivale, Angier si spinge fino in America, sulle montagne del Colorado, dove lo scienziato Nikola Tesla, interpretato da un magnetico David Bowie, sta sperimentando la corrente alternata e costruisce per lui una macchina misteriosa. Cosa faccia davvero quel congegno, e quale prezzo terribile i due maghi siano disposti a pagare per il proprio numero, è il segreto che il film custodisce fino all’ultima inquadratura, e che qui non sveleremo: rovinarlo significherebbe rovinare il trucco.

La mano del regista, ovvero il cinema come illusione
The Prestige è costruito come un numero di magia, e lo dice esplicitamente. All’inizio del film, Cutter spiega che ogni trucco si compone di tre atti: la promessa, in cui l’illusionista mostra qualcosa di ordinario; la svolta, in cui quell’oggetto ordinario compie qualcosa di straordinario; e il prestigio, la parte più difficile, in cui ciò che è scomparso ritorna e lo stupore raggiunge il culmine. Ebbene, l’intero film è strutturato esattamente così, in tre atti che rispecchiano l’anatomia del trucco. Nolan non si limita a raccontare la magia, la pratica sullo spettatore: dissemina indizi in piena vista, li nasconde alla nostra attenzione contando sul fatto che, come dice il film, il pubblico in fondo vuole essere ingannato, e nel finale rivela di aver giocato con noi per due ore.
La complessità del montaggio è impressionante e mai gratuita. Il film salta continuamente tra tre linee temporali, con i due protagonisti che leggono ciascuno il diario dell’altro, dando vita a un racconto dentro il racconto dentro il racconto. Si contano circa centoquarantasei salti temporali, quasi uno al minuto, gestiti con una precisione che ricorda la struttura a ritroso di Memento. Christian Bale, per non perdersi, tenne uno schema per sapere sempre in quale momento della storia si trovasse il suo personaggio. È lo stesso rigore architettonico che avremmo poi ritrovato nei livelli di sogno di Inception e nel palindromo di Tenet, applicato qui a un intreccio che, per quanto vertiginoso, alla fine torna perfettamente.
C’è poi il tema del doppio, che governa la messa in scena a ogni livello. Il doppio dei due rivali speculari, il doppio tra magia e scienza incarnato dalla rivalità reale tra Tesla ed Edison, il doppio tra spettacolo e verità. E c’è la scelta di casting più ispirata, quel David Bowie che Nolan volle a tal punto da andarlo a convincere di persona a New York, dopo un primo rifiuto: un uomo che era lui stesso un’illusione vivente, una maschera in continua trasformazione, perfetto per dare corpo al genio elettrico di Tesla. La fotografia porta la firma di Wally Pfister, e sui titoli di coda scorre un brano di Thom Yorke dei Radiohead, a chiudere il cerchio tra rigore d’epoca e inquietudine contemporanea.

I temi, ovvero il prezzo dell’ossessione
Sotto la superficie del thriller, The Prestige è uno studio spietato sull’ossessione e sul sacrificio. Angier e Borden non rovinano le loro vite per denaro o per fama, ma per una dedizione fanatica al proprio numero, per il bisogno di superare l’altro a qualunque costo. Ognuno dei due rinuncia a qualcosa di irrecuperabile, gli affetti, la famiglia, l’identità stessa, in nome della perfezione del trucco. È il ritratto dell’artista come uomo che divora se stesso e chi ama pur di raggiungere l’impossibile, ed è un tema che percorre tutto il cinema di Nolan, dove ogni protagonista paga la propria fissazione con una perdita.
Non è un caso che tutto cominci con la morte di una donna. L’ossessione di Angier nasce dal lutto per la moglie perduta in scena, esattamente come, quattro anni dopo, il senso di colpa di Cobb in Inception sarebbe nato dalla morte di Mal. Sono lo stesso identico uomo: qualcuno che non riesce a elaborare una perdita e la trasforma in una fissazione autodistruttiva. Ma la ferita più profonda di The Prestige riguarda proprio noi che guardiamo. Il film ci ricorda che quando assistiamo a un’illusione, e per estensione quando guardiamo un film, accettiamo consapevolmente di essere ingannati, e proviamo piacere proprio in quell’inganno. Cutter lo dice con parole che valgono come una dichiarazione di poetica: non è la magia a contare, ma il trucco che si nasconde dietro, e la nostra volontà di non volerlo vedere. In una sola battuta, Nolan ha spiegato tutto il suo lavoro di regista.

Un successo silenzioso, un culto duraturo
All’uscita, The Prestige fu accolto con favore ma senza clamore, complice anche il fatto che nello stesso anno arrivò un altro film sui maghi, The Illusionist, e che il pubblico faticò a orientarsi tra i due. Incassò circa centonove milioni di dollari nel mondo su un budget contenuto, e ottenne due candidature agli Oscar, per la fotografia e la scenografia. Con il tempo, però, la sua reputazione è cresciuta fino a farne uno dei titoli più amati dai fan del regista, forse il suo capolavoro meno riconosciuto dal grande pubblico. È il film in cui si può leggere in trasparenza tutto ciò che Nolan avrebbe fatto dopo: la fascinazione per la struttura, l’ossessione come motore drammatico, e soprattutto l’idea del cinema come una magnifica truffa consensuale.
Da qui in poi, con la fiducia di chi ha appena dimostrato di saper ingannare il pubblico e fargliene un dono, Nolan si sarebbe sentito pronto a costruire il suo inganno più ambizioso, un furto compiuto dentro i sogni. Ed è lì, tra i livelli dell’inconscio, che ci porta la prossima tappa.
Lo specialeViaggio nella filmografia di Christopher NolanTutti i film di Nolan, uno per uno, in ordine cronologico →











