Estate del 1973, campagna di Round Rock, Texas. In una vecchia casa colonica senza aria condizionata, con le pareti sporche di sangue animale e le ossa sparse sul pavimento, una troupe di ragazzi lavora sette giorni su sette, fino a sedici ore al giorno, con il termometro che a fine luglio tocca i 43 gradi. Il regista è un trentenne di Austin, Tobe Hooper, che fino a quel momento ha girato documentari e un solo lungometraggio passato inosservato. Quando la lavorazione finisce, racconterà, tutti lo odiavano. Da quella casa esce Non aprite quella porta, uno degli horror più influenti mai girati e il primo capitolo di una saga che in cinquant’anni ha attraversato nove film, quattro linee temporali diverse e un numero imprecisato di maschere fatte di pelle umana.
Leatherface, l’uomo dietro quelle maschere, non parla, non ha un piano e non ha nemmeno una vera ragione per uccidere. È la sua forza. Freddy Krueger ha le battute, Michael Myers ha il silenzio dell’inevitabile, Jason ha il lago: Leatherface ha una famiglia, ed è la famiglia a fare paura.
Come nasce Non aprite quella porta: un grande magazzino a Natale
L’idea arriva a Hooper nella calca dello shopping natalizio del 1972. Bloccato in un grande magazzino affollato, il regista si ritrova davanti a un espositore di motoseghe e, secondo il suo racconto, la storia gli si compone in testa in una manciata di secondi. Il resto lo fanno le letture e i ricordi d’infanzia: la fiaba di Hansel e Gretel, con la casa nel bosco che inghiotte chi ci entra, e soprattutto i crimini di Ed Gein, l’uomo del Wisconsin che negli anni Cinquanta riempiva la sua fattoria di oggetti costruiti con resti umani. Lo stesso Gein che aveva già ispirato Psyco e che, molti anni dopo, sarebbe diventato il protagonista della terza stagione di Monster su Netflix.
Hooper scrive la sceneggiatura con Kim Henkel, un amico conosciuto nell’ambiente universitario di Austin. I titoli provvisori sono macabri e un po’ goffi, Head Cheese e poi Leatherface. Quello definitivo, The Texas Chain Saw Massacre, viene proposto da Warren Skaaren, all’epoca a capo della commissione cinematografica del Texas, circa una settimana prima del primo ciak.

Il film si presenta come una storia vera. La voce narrante dei titoli di testa annuncia che quello che stiamo per vedere è realmente accaduto, e la locandina insiste sullo stesso tasto. È una trovata di marketing, nient’altro: nessun massacro con la motosega è mai avvenuto in Texas nell’agosto del 1973. A leggere quel prologo è un giovane attore sconosciuto, John Larroquette, che anni dopo vincerà quattro Emmy con la sitcom Giudice di notte. Per Hooper lo fece praticamente gratis.
Il titolo italiano merita un discorso a parte. Non aprite quella porta sposta l’attenzione dalla motosega alla soglia di casa, e non tradisce lo spirito del film: tutto quello che accade di terribile accade dopo aver varcato un ingresso che sarebbe stato meglio lasciare chiuso.
Non aprite quella porta (1974): la casa dei Sawyer
Sally Hardesty, interpretata da Marilyn Burns, attraversa il Texas rurale su un furgone con il fratello Franklin, costretto sulla sedia a rotelle e interpretato da Paul A. Partain, e tre amici: Kirk (William Vail), Pam (Teri McMinn) e Jerry (Allen Danziger). Vogliono controllare che la tomba del nonno non sia stata profanata, dopo le notizie di saccheggi nel cimitero locale. Lungo la strada caricano un autostoppista inquietante, interpretato da Edwin Neal, che si taglia la mano con un coltello e ferisce Franklin. Poi si fermano a un distributore di benzina senza benzina, gestito da un uomo gentile e nervoso, il cuoco interpretato da Jim Siedow. Quando i ragazzi si separano per cercare carburante in una casa vicina, la porta si apre e compare Leatherface.
Dietro la maschera c’è Gunnar Hansen, poeta e scrittore di origine islandese, alto un metro e novantatré. Non era la prima scelta: l’attore designato aveva abbandonato il ruolo. Hansen costruisce il personaggio come un uomo con una grave disabilità intellettiva, terrorizzato dal mondo più di quanto il mondo sia terrorizzato da lui. Per prepararsi osserva i maiali di un amico, per rubarne i versi, e i movimenti dei pazienti di una struttura di Austin. Indossa la maschera per settimane, dodici o sedici ore al giorno, senza che venga mai lavata. In tutto le maschere sono tre: una per uccidere, una da nonna per la casa, una truccata per la cena.
Proprio la cena è la scena che ha consegnato il film alla storia. Sally, legata a una sedia, viene costretta a sedere a tavola con la famiglia al completo: il cuoco, l’autostoppista, Leatherface e il nonno, interpretato da John Dugan sotto un trucco che richiedeva circa dieci ore. Dugan si rifiuta di sottoporsi due volte a quella tortura, e la scena viene girata tutta di fila, in circa ventisette ore consecutive, in una stanza chiusa, con il caldo e il cibo che marcisce sul tavolo. Lo sfinimento che si legge sul volto di Marilyn Burns non è solo recitazione. Per di più, quando il meccanismo del sangue finto sulla lama si inceppa, Hansen, esausto, toglie il nastro protettivo dal coltello e taglia davvero il dito dell’attrice.
La motosega è vera e funzionante. In alcune inquadrature le vengono tolti i denti, ma durante l’inseguimento finale Hansen inciampa con la sega accesa in mano e se la ritrova a pochi centimetri dal corpo. Gli attori che interpretano le vittime, intanto, evitano Hansen anche fuori dal set, e l’urlo di Jerry alla prima apparizione di Leatherface in costume è autentico.
Poco sangue, molta paura
Il dettaglio più sorprendente di Non aprite quella porta è che quasi non si vede sangue. Hooper sperava di ottenere un divieto leggero e girò le uccisioni lasciando la violenza fuori campo o tagliandola un istante prima. La celebre scena del gancio da macellaio, in cui Pam viene appesa viva, mostra pochissimo: il resto lo fa il montaggio, insieme alla fotografia sporca di Daniel Pearl e alla colonna sonora di Hooper e Wayne Bell, fatta di rumori metallici e stridori più che di musica.

Il risultato fu considerato insopportabile lo stesso. Il film costò meno di 140.000 dollari e negli Stati Uniti e in Canada superò i 30 milioni di incasso, ma i soldi presero altre strade. Il distributore, la Bryanston, che secondo varie ricostruzioni aveva legami con la famiglia mafiosa Colombo, versò al cast e alla troupe cifre irrisorie: Edwin Neal raccontò di aver ricevuto un assegno da 28 dollari e 45 centesimi. I produttori fecero causa e vinsero, ma la Bryanston nel frattempo era fallita. Nel 1983 i diritti passarono alla New Line Cinema.
Fuori dagli Stati Uniti la strada fu ancora più difficile. Nel Regno Unito il film rimase vietato fino al 1999, e per anni perfino la parola chainsaw fu sgradita nei titoli. Divieti temporanei arrivarono anche in Francia, Germania Ovest, Svezia, Norvegia, Finlandia, Brasile, Cile e Australia. Eppure, già nel 1975, il film era stato selezionato alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes, e oggi fa parte della collezione permanente del Museum of Modern Art di New York.
Non aprite quella porta – Parte 2 (1986): Hooper sceglie la commedia nera
Dodici anni dopo Hooper torna sul luogo del delitto, ma non per ripetersi. Il sequel è prodotto dalla Cannon di Menahem Golan e Yoram Globus, sceneggiato da L.M. Kit Carson, e prende la strada della farsa macabra. La famiglia ora vive in un vecchio luna park abbandonato, e il cuoco Drayton, di nuovo Jim Siedow, vince i concorsi di chili del Texas con una ricetta che è meglio non chiedere.
Caroline Williams è Stretch, una conduttrice radiofonica che finisce in diretta ad ascoltare un omicidio. Dennis Hopper è il tenente Lefty Enright, Texas Ranger e zio di Sally e Franklin, che da tredici anni cerca vendetta e si presenta alla resa dei conti armato di motoseghe come fossero pistole. Bill Moseley è Chop Top, fratello gemello dell’autostoppista, reduce del Vietnam con una placca di metallo nel cranio che si gratta con una gruccia arroventata. Leatherface ha il volto di Bill Johnson e, sorpresa, si innamora di Stretch.
La Cannon si aspettava un horror e si ritrovò una commedia nera: secondo il documentario Electric Boogaloo, i produttori non furono affatto contenti. Negli Stati Uniti il film ricevette un divieto X e uscì senza classificazione, con la locandina che faceva il verso a quella di The Breakfast Club. Tom Savini realizzò gli effetti speciali, compresa una strage dentro un cinema poi tagliata in montaggio. Costato circa 4,7 milioni di dollari, ne incassò circa 8. Oggi è un cult proprio per quello che allora sembrò un tradimento.
Non aprite quella porta 3 (1990): New Line cerca il suo nuovo Freddy
Con i diritti in mano, la New Line Cinema vuole fare di Leatherface quello che aveva fatto con Freddy Krueger, cioè il centro di una saga redditizia, come abbiamo raccontato nella guida completa a Nightmare. Il titolo originale, Leatherface: The Texas Chainsaw Massacre III, mette il personaggio in primo piano fin dalla copertina. Prima di approdare a Jeff Burr, il progetto passa per i nomi di Tom Savini e di un giovane Peter Jackson. La sceneggiatura è di David J. Schow.
Kate Hodge è Michelle, che attraversa il Texas con il fidanzato Ryan, interpretato da William Butler, e finisce nelle mani di una nuova famiglia di cannibali. Ken Foree, il protagonista di Zombi di George A. Romero, è Benny, un sopravvissuto armato fino ai denti. Nel ruolo di Tex Sawyer, il fratello affascinante e sadico, c’è un attore che undici anni dopo sarebbe diventato Aragorn: Viggo Mortensen. Leatherface ha il fisico di R.A. Mihailoff, scelto dopo che Gunnar Hansen non aveva trovato un accordo economico con la produzione.

Il film paga una lavorazione travagliata, con incendi che distruggono alcune location e il regista licenziato e poi richiamato. Le riprese si svolgono in California, accanto a un parco divertimenti Six Flags: alcune delle urla che si sentono nel film arrivano proprio dalle attrazioni del parco. La commissione di classificazione americana assegna un divieto X e New Line taglia oltre quattro minuti per ottenere una versione distribuibile. Il teaser originale mostrava Leatherface che riemergeva dall’acqua con la motosega in pugno, parodia della Dama del Lago di Excalibur. Al botteghino americano si ferma a 5,7 milioni di dollari.
Non aprite quella porta IV (1994): i due futuri premi Oscar
Il quarto capitolo è l’unico, oltre all’originale, scritto da Kim Henkel, che qui firma anche la regia. Lo gira nel 1994 tra Pflugerville e Bastrop, in Texas, con 600.000 dollari. Quattro studenti, la notte del ballo di fine anno, hanno un incidente in mezzo al nulla e finiscono nella casa di una famiglia di assassini. Renée Zellweger è Jenny, l’unica a sopravvivere. Matthew McConaughey è Vilmer, il carrattrezzi della famiglia, che grida, ride e uccide con una ferocia quasi comica. Robert Jacks è un Leatherface più truccato del solito, e una figura misteriosa di nome Rothman, interpretata da James Gale, lascia intendere che dietro i massacri ci sia qualcosa di più grande. Nel finale compaiono in brevi camei Marilyn Burns, Paul A. Partain e John Dugan.
Il destino del film è una piccola storia di Hollywood. Presentato ai festival nel 1994 con il titolo The Return of the Texas Chainsaw Massacre, resta in un cassetto per tre anni, il tempo che Zellweger diventi una star con Jerry Maguire e McConaughey con Il momento di uccidere. Secondo diverse ricostruzioni, l’agente di McConaughey fece pressioni perché il film non uscisse in grande. La Columbia lo rimonta, lo ribattezza Texas Chainsaw Massacre: The Next Generation e lo distribuisce in poche sale il 29 agosto 1997. Incassa meno di 200.000 dollari.
Non aprite quella porta (2003): il remake di Michael Bay
Nel 2003 la saga riparte da zero. Michael Bay inaugura con questo film la sua casa di produzione horror, la Platinum Dunes, e affida la regia a Marcus Nispel, regista di videoclip al primo lungometraggio. Hooper e Henkel figurano come coproduttori. La sceneggiatura di Scott Kosar riscrive la storia: la famiglia ora si chiama Hewitt e Leatherface ha un nome, Thomas Hewitt, con il volto massiccio di Andrew Bryniarski, ingrassato fino a circa 136 chili per il ruolo.
Jessica Biel è Erin, che nell’agosto del 1973 viaggia verso un concerto dei Lynyrd Skynyrd con il fidanzato Kemper (Eric Balfour) e gli amici Morgan (Jonathan Tucker), Andy (Mike Vogel) e Pepper (Erica Leerhsen). Lungo la strada raccolgono una ragazza sconvolta e in stato confusionale che si spara in bocca dentro il loro furgone. Da lì entra in scena lo sceriffo Hoyt, la vera rivelazione del film: R. Lee Ermey, il sergente Hartman di Full Metal Jacket, costruisce un tutore della legge sadico e viscido che ruba la scena a Leatherface.

Due ritorni legano il remake all’originale: alla fotografia c’è di nuovo Daniel Pearl, e la voce narrante dell’inizio è ancora di John Larroquette. Costato 9,5 milioni di dollari, il film debutta al primo posto del botteghino americano con 29 milioni nel primo fine settimana e chiude con oltre 107 milioni nel mondo, il miglior risultato della saga. Il successo apre la stagione dei remake horror della Platinum Dunes, che negli anni successivi rifarà anche Venerdì 13 e Nightmare.
Non aprite quella porta: l’inizio (2006): come nasce Leatherface
Il prequel del remake, diretto da Jonathan Liebesman, racconta le origini di Thomas Hewitt. Si comincia nel 1939, con una donna che muore di parto sul pavimento di un mattatoio: il supervisore getta il neonato in un cassonetto, dove lo trova la giovane Luda Mae, che lo cresce come un figlio. Trent’anni dopo, nel 1969, il mattatoio chiude, Thomas uccide il suo capo a martellate e prende in mano per la prima volta una motosega. Charlie Hewitt, interpretato ancora da R. Lee Ermey, uccide lo sceriffo vero e ne prende il posto: è così che nasce lo sceriffo Hoyt.
Le vittime sono due fratelli in partenza per il Vietnam, Eric (Matt Bomer) e Dean (Taylor Handley), con le loro fidanzate Chrissie (Jordana Brewster) e Bailey (Diora Baird). La fotografia desaturata, nei toni di un rosso, bianco e blu sbiaditi, voleva raccontare il declino del sogno americano. Il film incassa circa 52 milioni di dollari a fronte di un budget di 16, ma la critica lo stronca e la linea Hewitt si chiude qui.
Non aprite quella porta 3D (2013): l’erede dei Sawyer
Il settimo film ignora tutti i sequel e si presenta come seguito diretto del 1974. Nel prologo gli abitanti della zona danno fuoco alla casa dei Sawyer; l’unica superstite, una neonata, viene rapita e cresciuta da un’altra famiglia. Decenni dopo, la ragazza è diventata Heather Miller, interpretata da Alexandra Daddario, che scopre di essere stata adottata quando riceve in eredità una villa in Texas. Nella cantina la aspetta il cugino, Leatherface, con il fisico di Dan Yeager. Trey Songz è il fidanzato Ryan e Scott Eastwood, figlio di Clint, è il vice sceriffo Carl Hartman.
Il film, diretto da John Luessenhop, è soprattutto un passaggio di consegne. Gunnar Hansen compare come Boss Sawyer, Marilyn Burns come la nonna di Heather, John Dugan torna nei panni del nonno e Bill Moseley prende il posto di Jim Siedow, scomparso nel 2003, come Drayton. Per Burns e Hansen sarà l’ultima volta nella saga: lei muore nel 2014, lui nel 2015. Il film debutta al primo posto negli Stati Uniti, ma porta con sé un problema di calendario che i fan non gli hanno mai perdonato: se Heather è nata nel 1973, nel 2013 dovrebbe avere quarant’anni, mentre Daddario all’epoca ne aveva ventisei.
Leatherface (2017): il prequel girato in Bulgaria
I francesi Julien Maury e Alexandre Bustillo, autori dell’horror À l’intérieur, raccontano la giovinezza di Jedidiah Sawyer. Nel 1955 il bambino attira una ragazza in un fienile dove la famiglia la uccide; la vittima è la figlia del Texas Ranger Hal Hartman, interpretato da Stephen Dorff, che fa rinchiudere il ragazzo in un istituto. Dieci anni dopo una rivolta permette a un gruppo di internati di fuggire, trascinandosi dietro un’infermiera in ostaggio. Tra loro c’è Jackson, interpretato da Sam Strike, e il film gioca a nascondere fino all’ultimo quale dei ragazzi diventerà Leatherface. Lili Taylor è la matriarca Verna Sawyer.

È il primo film della saga girato fuori dagli Stati Uniti, in Bulgaria. Lionsgate lo tiene fermo per più di un anno e lo distribuisce quasi solo in streaming nell’autunno del 2017. I ritardi costano ai produttori i diritti per i film successivi.
Non aprite quella porta (2022): il sequel di Netflix
L’ultimo capitolo, uscito il 18 febbraio 2022 direttamente su Netflix, cancella di nuovo tutto e riparte dal 1974, cinquant’anni dopo. Il soggetto è di Fede Álvarez, il regista di La casa e L’uomo nel buio, che produce insieme a Kim Henkel. La regia, dopo che i fratelli Ryan e Andy Tohill sono stati allontanati alla prima settimana di riprese, passa a David Blue Garcia.
Un gruppo di giovani imprenditori arriva a Harlow, una cittadina texana abbandonata, per comprarla all’asta e trasformarla in un quartiere alla moda. Tra loro le sorelle Melody e Lila, interpretate da Sarah Yarkin ed Elsie Fisher. Nell’ultimo orfanotrofio rimasto vive un uomo enorme e silenzioso, un Leatherface anziano con il fisico di Mark Burnham, che si risveglia quando i nuovi arrivati sfrattano l’anziana che si prendeva cura di lui. Sulle sue tracce c’è Sally Hardesty, ora interpretata da Olwen Fouéré: è diventata una Texas Ranger e aspetta da mezzo secolo la sua vendetta. L’operazione ricalca quella dell’Halloween di David Gordon Green, ma senza la stessa cura. Il film parte bene nelle classifiche di Netflix e convince pochissimo la critica.
Il futuro della saga: A24, Curry Barker e la serie con Glen Powell
Nel febbraio 2026 i diritti cinematografici e televisivi sono passati ad A24, la casa indipendente diventata il marchio di riferimento dell’horror d’autore. Sono in sviluppo due progetti. Il primo è una serie TV affidata a JT Mollner, regista di Strange Darling e sceneggiatore di The Long Walk, con Glen Powell, texano di Austin, tra i produttori. Il secondo è un nuovo film, una rilettura del classico del 1974, scritto e diretto da Curry Barker, l’autore di Obsession, annunciato ad aprile. Tra i produttori torna ancora una volta Kim Henkel. Per nessuno dei due progetti è stata annunciata una data di uscita.
Il lascito di Leatherface
Tobe Hooper è morto nel 2017, dopo aver firmato anche Poltergeist. Non ha mai più ritrovato la furia di quell’estate in Texas, e forse nessuno l’ha più ritrovata. Non aprite quella porta ha insegnato che si può terrorizzare senza mostrare il sangue, che la casa può essere più spaventosa del mostro, e che un film girato con pochi spiccioli può finire in un museo. Ha dato al genere una delle prime ragazze sopravvissute dell’horror moderno, quella Sally Hardesty che fugge urlando sul cassone di un pickup mentre Leatherface agita la motosega nella luce del mattino: un’immagine da cui il cinema dell’orrore dei decenni successivi avrebbe attinto a piene mani.
Gli altri otto film hanno provato a spiegare, ad aggiungere, a ricominciare. Nessuno ha replicato quella sensazione di sporco, di caldo e di follia domestica. È per questo che, ogni volta che qualcuno annuncia un nuovo capitolo, il confronto torna sempre lì: a una cena di ventisette ore, a una famiglia seduta a tavola, a una porta che non andava aperta.
Per orientarsi tra gli altri volti dell’horror, la nostra guida ai generi del cinema racconta l’horror accanto a tutti gli altri grandi filoni, da Alien al poliziottesco.









