Home Curiosità‘Manuale d’amore’, la trilogia in cui De Niro parla italiano

‘Manuale d’amore’, la trilogia in cui De Niro parla italiano

Da Carlo Verdone a Robert De Niro, i tre capitoli di Giovanni Veronesi trasformano la risata in un discorso su divorzio, omosessualità, disabilità, desiderio e vecchiaia.

by Valeria Bernardo

Roma, un professore americano in pensione scende da un taxi e comincia a corteggiare, in un italiano incerto e tenerissimo, la figlia del portiere del suo palazzo. L’attore è Robert De Niro, che qui recita nella nostra lingua con la propria voce, senza il doppiaggio a cui l’orecchio italiano lo aveva abituato. La scena appartiene a Manuale d’amore 3, ultimo tassello di una trilogia che Giovanni Veronesi ha costruito tra il 2005 e il 2011 e che, dietro la promessa di una risata leggera, ha finito per raccontare alcune delle cose più difficili che capitano a una coppia.

Tre film, undici episodi in totale, un catalogo di attori italiani ai loro anni migliori e un ospite di livello internazionale a chiudere il cerchio. Presi insieme, i Manuale d’amore sono molto più di una commedia sentimentale di stagione: sono una radiografia di come amiamo, ci lasciamo e ci ritroviamo, girata con la mano lieve di chi sa che il pubblico digerisce meglio il dolore quando arriva impacchettato in una battuta.

Un manuale travestito da commedia

L’idea di partenza è semplice e antica: prendere il sentimento amoroso e smontarlo nelle sue fasi, dall’innamoramento all’abbandono, affidando ogni tappa a una coppia e a una storia autonoma. Veronesi, che firma la regia di tutti e tre i capitoli e la sceneggiatura insieme al fedele Ugo Chiti, recupera così la vecchia formula del film a episodi, quella che la commedia italiana degli anni Sessanta aveva portato al successo, e la ricalibra sui costumi del nuovo millennio.

La scelta paga subito. Il primo Manuale d’amore, uscito nelle sale il 18 marzo 2005, incassa circa quattordici milioni di euro e si porta a casa due David di Donatello, per Carlo Verdone migliore attore non protagonista e per Margherita Buy migliore attrice non protagonista, oltre a riconoscimenti ai Nastri d’Argento. Il secondo capitolo, due anni dopo, farà ancora meglio al botteghino, superando i diciannove milioni. La colonna sonora del primo film porta la firma di Paolo Buonvino, uno dei compositori che meritano un posto stabile tra i nomi da tenere d’occhio nel racconto della musica per il cinema italiano.

La struttura resta la stessa nei primi due film, quattro episodi ciascuno, per poi cambiare nel terzo, che si concentra su tre storie più ampie. In ogni capitolo un espediente tiene insieme i frammenti: nel secondo è la voce di un dj radiofonico interpretato da Claudio Bisio, nel terzo è un tassista soprannominato Cupido che accompagna i protagonisti da un incontro all’altro.

Manuale d’amore, le quattro stagioni del sentimento

Il primo film divide l’amore in quattro tempi, indicati fin dai titoli degli episodi: innamoramento, crisi, tradimento, abbandono.

Si apre con Tommaso, un ragazzo disoccupato interpretato da Silvio Muccino, che perde la testa per Giulia, la Jasmine Trinca di quegli anni, e si inventa qualsiasi cosa pur di conquistarla. È la parte più solare, quella del colpo di fulmine e delle figure barbine. Poi il tono si incrina. Barbara e Marco, cioè Margherita Buy e Sergio Rubini, sono una coppia consumata dagli anni che sfiora il divorzio: lei piena di slanci, lui inchiodato alla sua routine. Il terzo episodio porta in scena il tradimento attraverso Ornella, una vigilessa interpretata da Luciana Littizzetto che scopre l’amante del marito e reagisce con una rabbia tutt’altro che comica. Chiude Goffredo, un Carlo Verdone abbandonato dalla moglie che affida la propria disperazione ai consigli di un manuale trovato in libreria, l’oggetto che dà il titolo all’intera saga.

Già in questo esordio, sotto la superficie della risata, si affacciano il fallimento di un matrimonio e la solitudine di chi resta. La commedia c’è, ma non nasconde del tutto la ferita: è la cifra che Veronesi svilupperà nei capitoli seguenti.

Manuale d’amore 2, dove la commedia osa

Il secondo capitolo, sottotitolato Capitoli successivi e arrivato in sala nel gennaio 2007, è il più coraggioso dei tre e, a distanza di anni, quello che regge meglio il confronto con il tempo. Qui Veronesi smette di limitarsi alle fasi del sentimento e va a toccare argomenti che l’Italia di allora faticava perfino a nominare.

Il primo episodio racconta il desiderio e la disabilità: Nicola, un giovane rimasto semiparalizzato dopo un incidente e interpretato da Riccardo Scamarcio, vive una relazione fisica e intensa con la fisioterapista Lucia, cioè Monica Bellucci. Il film mette in scena la sessualità di una persona disabile senza pietismi e senza imbarazzo, una scelta rara per una commedia destinata al grande pubblico.

Il secondo episodio affronta la fecondazione assistita. Una giovane coppia che non riesce ad avere figli è costretta ad andare all’estero, a Barcellona, per accedere alle cure. Nel 2007 la Legge 40 del 2004 imponeva in Italia forti restrizioni alla procreazione medicalmente assistita, vietando in particolare la fecondazione eterologa, che sarebbe stata dichiarata incostituzionale solo nel 2014: il viaggio dei due protagonisti fotografa con esattezza il turismo procreativo di quegli anni.

Il terzo episodio è forse il gesto più audace: due uomini, interpretati da Sergio Rubini e Antonio Albanese, decidono di sposarsi tra mille complicazioni. Portare il matrimonio tra persone dello stesso sesso dentro una commedia italiana mainstream nel 2007 significava anticipare di quasi un decennio il dibattito pubblico, visto che le unioni civili in Italia sarebbero state riconosciute per legge soltanto nel 2016.

Chiude la storia di Ernesto, un Verdone maturo che perde la testa per una giovane spagnola, lascia la moglie, tenta di ricominciare a vivere come un ventenne e viene fermato da un infarto che lo riporta a casa. Il tradimento e la paura di invecchiare, di nuovo, sotto la scorza della risata.

Manuale d’amore 3, Robert De Niro parla italiano

Il capitolo che tutti ricordano è il terzo, uscito nel 2011, e il motivo ha un nome e un cognome: Robert De Niro. L’attore americano interpreta Adrian, un ex professore universitario che si è trasferito a Roma e che si innamora di Viola, una donna molto più giovane, una ex spogliarellista figlia del portiere del suo palazzo, interpretata da Monica Bellucci. Accanto a loro, nel terzo episodio, c’è Michele Placido nei panni di Augusto.

Il dettaglio che rende memorabile la sua interpretazione è che De Niro recita in italiano con la propria voce, rinunciando al doppiaggio di Ferruccio Amendola che per decenni lo aveva accompagnato nelle sale italiane. Sentirlo pronunciare parole d’amore con quell’accento imperfetto è, per lo spettatore italiano, un piccolo evento affettivo prima ancora che cinematografico.

Il film cambia struttura e si divide in tre episodi corrispondenti ad altrettante stagioni: giovinezza, maturità e oltre la maturità. Nel primo, Roberto, un giovane avvocato interpretato da Scamarcio in procinto di sposarsi, viene travolto dall’incontro con la misteriosa Micol, cui presta il volto Laura Chiatti. Nel secondo, Fabio, un affermato conduttore televisivo fedele alla moglie da venticinque anni, interpretato da Verdone, cade nella trappola di una donna che non è chi dice di essere, Eliana, ruolo che vale a Donatella Finocchiaro una candidatura al Nastro d’Argento. Nel terzo tocca appunto ad Adrian e Viola, con l’episodio che affronta il tema più scomodo di tutti: il diritto al desiderio e all’amore quando si è superata una certa età. A legare le tre storie, il tassista Cupido.

Come i film leggeri raccontano cose serie

Qui sta il cuore della questione, e vale la pena prendere posizione. La trilogia di Veronesi non è cinema d’autore, e la critica, spesso, l’ha trattata con sufficienza, rimproverandole superficialità e una certa ripetitività della formula. Eppure sarebbe un errore liquidarla come intrattenimento innocuo, perché quei film hanno fatto una cosa che il cinema serio italiano di quegli anni faceva di rado: hanno portato milioni di spettatori a ridere di divorzio, disabilità, procreazione assistita, omosessualità e vecchiaia.

La commedia funziona da cavallo di Troia. È la stessa lezione della grande commedia all’italiana, quella di Dino Risi, Mario Monicelli ed Ettore Scola, capace di nascondere dentro la risata la denuncia sociale più feroce. La leggerezza abbassa le difese: chi entra in sala per divertirsi si ritrova, senza accorgersene, a ragionare su una coppia gay che vuole sposarsi o su un uomo anziano che ha ancora diritto a desiderare. La battuta non anestetizza il tema, lo rende avvicinabile.

Il limite è evidente e va detto con onestà: nessuno di questi episodi scava fino in fondo, e il rischio di trattare argomenti delicati con leggerezza eccessiva è sempre in agguato. Ma proprio la scelta di metterli in scena, davanti a un pubblico vastissimo e non abituato a incontrarli al cinema, resta il merito maggiore della saga. Il valore dei Manuale d’amore è più sociologico che artistico: sono un istantanea dei costumi italiani tra il 2005 e il 2011, di cosa si poteva dire e di come lo si diceva.

Cosa resta della trilogia

A distanza di anni, i tre film raccontano un paese in movimento. Alcuni dei temi che nel 2007 sembravano provocazioni da commedia, le unioni tra persone dello stesso sesso, la fecondazione assistita, hanno poi trovato spazio nelle leggi e nel dibattito quotidiano. Rivedere la trilogia oggi significa misurare quanta strada è stata fatta e quanta ne resta.

Per chi cerca una commedia da riscoprire, i Manuale d’amore offrono un doppio piacere: la risata garantita di un gruppo di interpreti in stato di grazia e il piccolo brivido di riconoscere, sotto le gag, questioni che ci riguardano tutti. E poi c’è quel professore americano che scende da un taxi e prova a dire ti amo in italiano. Basterebbe quello a giustificare la visione.

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