Home Serie TV‘Spazio 1999’, la serie che ha due anime inconciliabili

‘Spazio 1999’, la serie che ha due anime inconciliabili

Dalla prima stagione metafisica alla svolta d'azione voluta dagli americani, fino all'Aquila disegnata da Brian Johnson: storia di una serie di culto.

by Mauro Terrone

Nel 1999 la Luna smette di appartenere alla Terra. Un deposito di scorie nucleari sepolto sulla faccia nascosta del satellite esplode, e la detonazione scaglia la Luna e i 311 abitanti della Base Alpha fuori dall’orbita, verso il buio. È l’incidente scientificamente più insostenibile mai piazzato all’origine di una serie di fantascienza, e insieme è la premessa che ha reso Spazio 1999 un oggetto di culto per mezzo secolo. Perché la serie di Gerry e Sylvia Anderson non ha mai voluto essere plausibile: ha voluto essere grande, misteriosa, malinconica. E per una stagione ci è riuscita come quasi nessun’altra produzione televisiva del suo tempo.

Poi qualcosa si è rotto. Non nella Luna alla deriva, ma nella sala di produzione. E quella frattura racconta molto di cosa significhi fare fantascienza in televisione quando l’ambizione degli autori incontra le richieste di chi paga.

La serie più costosa della televisione britannica

Spazio 1999 arriva al debutto britannico nel 1975 come l’ultima produzione firmata dalla coppia Gerry e Sylvia Anderson, gli stessi di Thunderbirds, UFO e di una lunga stagione di serie realizzate con i pupazzi della cosiddetta Supermarionation. Con Spazio 1999 gli Anderson abbandonano definitivamente i fili e le marionette per il live action, e lo fanno con un budget senza precedenti: la serie diventa la più costosa mai prodotta per la televisione britannica fino a quel momento, con una spesa complessiva vicina ai sette milioni di sterline sulle due stagioni.

Non è una cifra sprecata. Si vede tutta sullo schermo, nella pulizia del design, nella cura dei modellini, nella fotografia di Frank Watts che tratta gli interni della Base Alpha con la severità di un film e non con la fretta di un telefilm. Protagonisti sono Martin Landau nel ruolo del comandante John Koenig e Barbara Bain in quello della dottoressa Helena Russell, all’epoca marito e moglie anche nella vita. Con loro, nella prima stagione, il professor Victor Bergman interpretato da Barry Morse: la mente filosofica della base, il personaggio attraverso cui la serie si concede le sue domande più grandi.

Un dettaglio che in Italia si tende a dimenticare: la prima stagione è una coproduzione della RAI. Il coinvolgimento della televisione italiana non fu solo economico. L’accordo prevedeva la presenza di interpreti italiani come guest star, e così negli episodi comparvero Gianni Garko, Giancarlo Prete, Orso Maria Guerrini e Carla Romanelli. Spazio 1999, prima ancora di essere doppiata, era in parte anche una serie nostra.

Le due anime di Spazio 1999

Chi ha amato Spazio 1999 ha quasi sempre amato una delle sue due stagioni molto più dell’altra. E non è una questione di gusto casuale: sono due serie diverse, sotto lo stesso titolo.

La prima stagione, prodotta da Sylvia Anderson, è un oggetto strano e coraggioso. Procede per rarefazione, non per azione. Guarda dichiaratamente a 2001: Odissea nello spazio di Kubrick, ne eredita il ritmo lento, il silenzio, il senso di piccolezza umana davanti a un cosmo che non si lascia spiegare. Gli episodi migliori sono quasi metafisici: la Base Alpha incontra entità incomprensibili, forze che sfiorano il misticismo, misteri che restano tali anche a puntata finita. È fantascienza che accetta di non avere risposte, e affida a Bergman e a Koenig il compito di porre le domande. Persino Isaac Asimov, dopo aver visto il pilot, liquidò come assurda l’idea della Luna sbalzata via da un’esplosione. Aveva ragione sul piano scientifico. Ma stava misurando con il righello sbagliato una serie che di scienza non voleva sapere.

La seconda stagione è un’altra cosa. Alla partenza di Sylvia Anderson, con la coppia Anderson ormai separata anche professionalmente, ITC affida la produzione all’americano Fred Freiberger, arrivato con l’etichetta ingombrante di chi aveva guidato la terza e ultima stagione di Star Trek. Le richieste vennero dagli uffici americani della rete, che consideravano la prima stagione un mezzo fallimento commerciale e volevano più azione, più ritmo, più appeal per il pubblico statunitense. Freiberger eseguì. Il grande set della Main Mission venne sostituito da un Command Center più piccolo, i costumi cambiarono, la musica cambiò, il professor Bergman e altri personaggi sparirono senza spiegazioni. Al loro posto arrivò Maya, l’aliena mutaforma interpretata da Catherine Schell, pensata dichiaratamente come lo Spock di cui Freiberger sentiva la mancanza. La serie diventò più veloce, più spettacolare e, secondo molti, molto più banale: il mostro della settimana prese il posto del mistero della settimana.

Non tutto nella seconda stagione è da buttare, e Maya resta un personaggio amato. Ma il salto tonale è netto, e ancora oggi divide chi guarda la serie. È il caso da manuale di una produzione ambiziosa piegata alle logiche commerciali di chi finanzia: la storia di Spazio 1999 è anche la storia di questo braccio di ferro.

L’Aquila, la nave che sembrava vera

Se una sola immagine sopravvive di Spazio 1999, è quella dell’Aquila. E c’è un motivo preciso per cui è diventata una delle astronavi più iconiche della fantascienza: mai, prima, una nave stellare aveva dato una simile impressione di logica e di funzione. Non era un giocattolo aerodinamico né un fuseliera lucida da poster. Era un mezzo da lavoro, un veicolo utilitario progettato per fare un mestiere e per sembrare capace di farlo davvero.

Il merito è di Brian Johnson, il maestro degli effetti speciali che aveva lavorato ai modelli lunari di 2001 di Kubrick e che di quell’esperienza portò dentro Spazio 1999 la lezione più importante: dettagliare le superfici, riempirle di componenti, farle sembrare costruite pezzo per pezzo. Johnson concepì l’Aquila come una struttura modulare: un modulo di comando anteriore, la sezione centrale intercambiabile a seconda della missione, la travatura e i motori posteriori. Il nome originale del progetto lo diceva tutto: Modular Transportation Unit, unità di trasporto modulare. La sezione centrale poteva essere staccata e sostituita: cargo, laboratorio, modulo passeggeri, modulo medico. Una stessa nave, mille funzioni. È questa versatilità dichiarata a rendere l’Aquila credibile in un modo in cui pochissime astronavi lo sono: guardandola, capisci come funziona e a cosa serve.

L’influenza fu enorme. George Lucas visitò gli studi degli effetti durante le riprese, e il gusto per le astronavi vissute, sporche, funzionali che caratterizza Guerre stellari deve molto alla scuola che Johnson stava formando in quegli anni. Lo stesso Johnson, subito dopo Spazio 1999, sarebbe entrato nella storia del cinema di fantascienza firmando gli effetti di Alien e de L’Impero colpisce ancora, e vincendo l’Oscar. Il suo lavoro sull’Aquila non era un episodio isolato: era il laboratorio di un linguaggio visivo destinato a definire il decennio successivo.

Quella credibilità ha lasciato un’eredità concreta anche sul mercato del collezionismo, dove i modellini dell’Aquila sono tra gli oggetti più ricercati della fantascienza televisiva. Non parliamo solo delle innumerevoli riproduzioni in scala prodotte negli anni per gli appassionati. Il modello di scena originale più grande, quello da 44 pollici usato in 45 dei 48 episodi della serie, è stato battuto a un’asta londinese nel novembre 2021 per 125.000 sterline, circa 153.000 dollari. Una cifra che dice quanto quell’oggetto conti nella memoria di chi è cresciuto guardando la Luna alla deriva.

Brian Johnson si è spento nel maggio del 2026, a ottantasei anni. L’Aquila che ha disegnato continua a volare nell’immaginario di chiunque abbia creduto, anche solo per un’ora davanti allo schermo, che una nave così potesse esistere sul serio.

Spazio 1999 in Italia, tra RAI e sigle indimenticabili

La storia italiana di Spazio 1999 è una vicenda a sé, e per il pubblico di casa nostra vale quanto quella originale. La serie arrivò sulla Rete 2 della RAI dal gennaio 1976, seconda serie di fantascienza a raggiungere il grande pubblico italiano dopo UFO, con cui condivide ambientazione e stile ma non l’atmosfera: più filosofica, meno militaresca.

Ci sono due dettagli che ogni appassionato italiano conosce. Il primo sono le sigle. La seconda stagione andò in onda sulla RAI con una sigla finale firmata da Guido e Maurizio De Angelis, intitolata S.O.S. Spazio 1999: un brano che è entrato nella memoria collettiva di una generazione di telespettatori quanto la serie stessa. Il secondo è la vicenda quasi leggendaria dell’audio perduto. Di un episodio della prima stagione, per anni, l’unica traccia audio italiana disponibile fu una registrazione amatoriale su audiocassetta, catturata da un telespettatore appoggiando il microfono di un registratore accanto al televisore, in un’epoca che non conosceva ancora il videoregistratore. Il doppiaggio integrale sarebbe stato ritrovato solo anni dopo, quasi per caso, tramite un collezionista.

Oggi la serie ha trovato una nuova casa. Rai Teche, in collaborazione con ITV, ha curato la riedizione restaurata in alta definizione della prima stagione, presentata al Lucca Comics & Games e disponibile su RaiPlay dal 30 ottobre 2022, in italiano e in inglese. Un modo per riscoprire, con la qualità d’immagine che merita, una serie che parlava del futuro e che oggi è diventata un pezzo del nostro passato televisivo.

Perché Spazio 1999 resiste

A distanza di cinquant’anni dal debutto, Spazio 1999 continua a fare proseliti, e non solo tra chi c’era. La premessa scientifica resta indifendibile, la seconda stagione resta discussa, alcune ingenuità restano tali. Eppure la serie sopravvive, e lo fa per le stesse ragioni per cui è nata: per l’ambizione di guardare al cosmo con timore e non con arroganza, per un design che ha insegnato al cinema come si costruisce un’astronave credibile, per quella malinconia di fondo di un pugno di esseri umani alla deriva, senza casa, senza rotta, che continuano a esplorare comunque.

La Luna non torna mai indietro. Ed è forse questa la cosa più moderna di tutte: una fantascienza che non promette salvezza, ma solo il coraggio di andare avanti nel buio.

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