Due coppie inseparabili, due paesaggi remoti costruiti apposta per inghiottirle. La terza giornata dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, giovedì 3 settembre, ha messo in gara soltanto due film, ma sono bastati a disegnare il primo vero campo di battaglia del concorso: Wild Horse Nine di Martin McDonagh e Bucking Fastard di Werner Herzog. Archiviata l’apertura affidata a George Clooney e al suo Leone d’oro alla carriera, il Lido è entrato nel vivo con una simmetria che vale più di una semplice coincidenza di cartellone.
McDonagh piazza due agenti della CIA legati da una complicità che è a suo modo una simbiosi sull’Isola di Pasqua, poco prima del golpe cileno del 1973. Herzog racconta due sorelle così fuse da parlare all’unisono, in un’Irlanda fiabesca e alternativa. Due registi lontanissimi per anagrafe e temperamento prendono la stessa struttura profonda, una coppia che il mondo non riesce a separare, e la piantano in un luogo mitico per osservare cosa resti di due persone quando tutto intorno si ferma. Uno lo fa con il mestiere millimetrico del grande sceneggiatore, l’altro inseguendo la sua ossessione di sempre. È qui il racconto vero della giornata.
Wild Horse Nine di McDonagh: il duello Malkovich-Rockwell che accende il concorso
Il segnale è arrivato dove pesa di più. Alla proiezione mattutina per gli accreditati, la platea più cinica del festival, quella che di solito riserva più fischi che applausi, è partita un’ovazione. Al secondo giorno di proiezioni, la parola Leone d’oro ha già cominciato a circolare.

McDonagh torna in concorso quattro anni dopo Gli spiriti dell’isola e fa quello che gli riesce meglio: mette al centro due uomini in guerra con se stessi e con l’autorità, killer non al soldo di un boss criminale ma dei servizi segreti, costretti a restare in un paradiso naturale che diventa ogni giorno più insopportabile. Chris e Lee, interpretati da John Malkovich e Sam Rockwell, vengono spediti da Santiago all’Isola di Pasqua dal loro capo di sezione, un Steve Buscemi che completa un terzo d’assi. La cornice storica è doppia e ambiziosa: il racconto oscilla tra le cospirazioni sull’omicidio Kennedy e il colpo di Stato che sta per rovesciare Salvador Allende, mentre la commedia nera si intreccia con la spy story, il western e il buddy movie fino a una sparatoria finale che cita apertamente Sentieri selvaggi.
Il motore, su cui la critica è quasi unanime, è la coppia protagonista: due personalità cinematografiche così forti da trasformare ogni scambio di battute in un duello, con Malkovich indicato da più parti come un candidato naturale alla stagione dei premi. Vale però la pena ascoltare anche la voce fuori dal coro, perché è quella che dice qualcosa di più interessante dell’entusiasmo del primo giorno. Il rischio è la familiarità: due uomini, molto dialogo, una relazione irrisolta, esplosioni improvvise di violenza, con echi fortissimi di In Bruges e dello stesso Gli spiriti dell’isola, un equilibrio meno preciso tra ferocia e ironia e un machismo spinto parecchio. La domanda che conta non è chi vince lo scontro di giornata, ma se questo sia McDonagh al suo apice o McDonagh comodo nel proprio stampo autoriale. Per ora è il nome più solido del palmarès, il che è diverso dall’essere già, come si è letto, il film dell’anno.
Bucking Fastard di Herzog: la verità estatica contro l’intelligenza artificiale
Sull’altro film la spaccatura è netta, e va raccontata per quello che è. Da un lato c’è chi lo indica come il titolo più bello visto finora al Lido, un’invenzione herzoghiana capace di diventare ossessione. Dall’altro chi lo giudica claudicante, difficile da promuovere a capolavoro, con momenti di pesante macchinosità e una regia affaticata, opinione condivisa da buona parte della stampa internazionale, che parla di un’oddità stancante in cui si sprecano due ottime interpretazioni e un grande concept.
Il film nasce da una storia vera, quella delle gemelle britanniche Greta e Freda Chaplin, finite negli anni Ottanta sui tabloid per una vicenda giudiziaria legata all’infatuazione condivisa per un vicino, e che Herzog inseguì per anni fino a intervistarle di persona. Sullo schermo diventano le sorelle irlandesi Jean e Joan Holbrooke, interpretate da Kate e Rooney Mara per la prima volta insieme, innamorate dello stesso uomo, un Orlando Bloom volutamente grottesco, con Domhnall Gleeson a completare il cast. Persino il titolo nasce da un lapsus: le due, nello stesso istante, invertirono le iniziali di due parole, prova ulteriore di una mente che sembra funzionare in sincronia.

Ma il cuore del film è altrove, ed è il pensiero più forte dell’intera giornata. La sincronia perturbante delle sorelle Mara, che camminano, parlano, si vestono e sbagliano all’unisono, è ottenuta artigianalmente, e Herzog ne fa una dichiarazione di poetica: la sua “verità estatica”, raggiungibile solo esagerando e inventando. In un’epoca in cui un algoritmo può generare qualsiasi immagine in un istante, guardare lo sforzo necessario a produrre quella simultaneità la rende ancora più impressionante. È un film dichiaratamente analogico, quasi un manifesto contro l’automazione dell’immagine, presentato peraltro in un festival aperto da un Clooney che dal palco aveva messo in guardia proprio sui rischi dell’intelligenza artificiale nel cinema. Ad aprire il film, dopo due pannelli neri, c’è la dedica a David Lynch che ha fatto scattare l’applauso della sala, e la collocazione nel solco del sacrificio dei puri caro al cinema di Lars von Trier è più che un’etichetta.
Difficilmente Bucking Fastard è un contendente serio al Leone, e i suoi difetti strutturali, l’impianto episodico e un terzo atto ripetitivo, sono reali. Eppure il film che divide è quasi sempre quello che tiene banco, e un Herzog imperfetto resta più vivo di molti film riusciti degli altri. È materiale da discutere, non da liquidare.
Mestiere contro estasi: due modi opposti di stare al cinema
Messi uno accanto all’altro, i due film raccontano due idee di regia agli antipodi. McDonagh è il drammaturgo che controlla ogni battuta, che cesella il ritmo tra tragico e comico con una precisione che oggi pochi possiedono, e che costruisce il senso attraverso la parola e il tempo comico. Herzog è l’opposto: rifiuta il controllo, cerca l’eccesso, affida il significato a una volpe che entra in campo o a una grotta che ospita un ufficio postale, e insegue una verità che non passa dalla sceneggiatura ma dallo sguardo spalancato di chi non si è abituato a niente. È la differenza tra chi scolpisce il cinema e chi lo lascia accadere. Che sedano nello stesso concorso, nello stesso giorno, con due coppie speculari perse in due paesaggi mitici, è il regalo più bello che la Mostra potesse fare a chi ama guardare il cinema come un campo di forze e non come una classifica.

Il fronte italiano e i contorni della giornata
Sul tappeto rosso la serata italiana l’ha presa il fuori concorso Nessun dolore di Gianni Amelio, che con Alessandro Borghi, Valeria Golino e Valerio Mastandrea aggiunge un capitolo al suo racconto lungo una carriera sui temi dell’immigrazione, dell’accoglienza e della redenzione personale: per ora un evento più che un titolo pienamente giudicato, in attesa dei riscontri della critica. Sempre giovedì Clooney è tornato davanti al pubblico per una masterclass dedicata alla sua carriera, mentre il fuori concorso ha proposto il documentario Everest: The Other Side, firmato dal duo premio Oscar Elizabeth Chai Vasarhelyi e Jimmy Chin. Hanno infine aperto i battenti due sezioni collaterali: la Settimana Internazionale della Critica con la favola nera Il grande Giaffa di Marco Santi, che affida a Edoardo Pesce il ruolo di un invisibile, e le Notti Veneziane delle Giornate degli Autori con Scarpe rotte di Roberta Torre.
Verso il Leone d’oro: cosa dice la terza giornata
Dopo tre giorni il quadro premi vede McDonagh come primo nome forte, con Wild Horse Nine installato in cima ai pronostici della vigilia. È bene però trattare questo dato per quello che è, l’umore di una mattinata, con quasi tutto il concorso ancora da vedere: mancano all’appello, tra gli altri, Nanni Moretti, Hirokazu Koreeda e Andrea Pallaoro con un film costruito sull’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci. La terza giornata, più che consegnare un vincitore, ha fissato la temperatura di questa edizione: grandi maestri, star internazionali e una sala pronta a lasciarsi conquistare da chi il cinema lo pensa ancora come un gesto d’autore. Il resto lo dirà il verdetto finale.












