Un set non si chiude se manca anche una sola persona della troupe. Dall’attore principale all’ultimo assistente, ogni ruolo serve perché il film arrivi in fondo. È da questa idea, il cinema come lavoro in cui nessuno è accessorio, che parte Cinema Inclusion Factory, un progetto che porterà persone con fragilità a formarsi nei mestieri del cinema e poi a lavorare su una produzione vera, al fianco di professionisti.
Il progetto, che si abbrevia in CIF, è ideato da Favola Fragile, un ente del terzo settore fondato dall’autore e produttore Leonardo Accattoli. Debutterà nelle prossime settimane nelle Marche, in collaborazione con l’AST di Macerata, mentre a Trieste è già avviato un secondo percorso con la Fondazione La Fonte Comunità Famiglia, che punta a diventare operativo nei primi mesi del 2027.
Come funziona Cinema Inclusion Factory
La novità sta nel tenere insieme due cose che di solito restano separate: la scuola e il lavoro. CIF unisce una Film Academy e un Production Hub in un unico percorso. Nei primi mesi i partecipanti sperimentano tutti i reparti, dalla recitazione alla scrittura, dalla regia alla produzione, fino ai mestieri tecnici e alla colonna sonora. Nessuno arriva con un ruolo assegnato: il posto di ciascuno emerge strada facendo, in base a quello che sa fare e che gli piace fare.
Nella seconda fase il gruppo va sul set e realizza una produzione audiovisiva professionale, con tempi, responsabilità e obiettivi da rispettare come in qualsiasi lavorazione. L’opera dovrebbe essere completata entro dicembre 2027.

Il precedente: il corto di Favola Fragile
Il progetto nasce da un’esperienza già fatta. L’anno scorso Favola Fragile ha girato il cortometraggio Spesso innamorarsi, raro fidanzarsi, sposarsi mai insieme a un gruppo di persone con disabilità cognitiva, con una troupe professionale e un direttore della fotografia, Vanni Mastrantonio, a firmare le immagini. Le foto dal set mostrano i partecipanti davanti alla macchina da presa ma anche dietro, al monitor di regia.
«Fare cinema professionale con persone fragili è possibile?» era la domanda da cui Accattoli era partito. Oggi la sua risposta è che non solo si può fare, ma che unire formazione e lavoro artistico condiviso potrebbe diventare un metodo.

Il senso del progetto: la persona prima dell’etichetta
Per Ilaria Bambozzi, project manager di Favola Fragile, il cinema ha un vantaggio sulle altre arti: è un lavoro paritario per natura, perché nessun film si porta a termine senza il contributo di tutti. Francesca Bettini, che ha progettato CIF, insiste invece sul metodo: secondo lei l’inclusione non si improvvisa, si progetta, costruendo tempi e spazi di lavoro reali e sicuri in cui le persone si sentano legittimate a esserci.
Accattoli lo dice in un altro modo. Il problema, spiega, spesso non è la fragilità ma l’etichetta che si porta dietro: «Quando una persona diventa la sua fragilità, è come se iniziasse a dimenticare di essere anche tutte le altre cose che fanno di lei una persona». L’obiettivo dichiarato non è partire dalla fragilità per fare un film, ma usare il film per superarla. E con due sedi già in cantiere, Marche e Trieste, l’idea è che la Factory cresca su altri territori.












