Nel maggio del 2018 Lucasfilm portò in sala quello che, sulla carta, doveva essere l’affare più sicuro della galassia: le origini di Han Solo, il contrabbandiere che quarant’anni prima aveva fatto innamorare mezzo pianeta con un mezzo sorriso e una battuta al momento giusto. Solo: A Star Wars Story arrivò invece nei cinema con addosso una cattiva reputazione già scritta, e ne uscì con un primato che nessun altro titolo del franchise aveva mai conosciuto: l’unico film della saga ad aver perso denaro durante lo sfruttamento in sala. Da allora quel risultato lo ha inseguito come un’ombra, trasformandolo nel simbolo del passo falso targato Disney. Vale la pena tornarci sopra, perché la storia che i numeri raccontano non coincide con la storia che si vede sullo schermo.
Un film nato sotto una cattiva stella
Per capire il destino di Solo bisogna partire da quando è uscito, non da cosa contiene. Il film approdò nelle sale appena cinque mesi dopo Star Wars: Gli ultimi Jedi, l’intervallo più breve mai registrato tra due uscite cinematografiche della saga. E quei cinque mesi non erano stati mesi qualunque: il film di Rian Johnson aveva spaccato il fandom in due fazioni che ancora oggi non si parlano, lasciando una parte del pubblico esausta, arrabbiata, poco disposta a tornare in sala per un altro capitolo così presto.
A quel clima già teso si aggiunse il caos produttivo. I registi originali, Phil Lord e Christopher Miller, la coppia dietro a commedie brillanti come 21 Jump Street e The Lego Movie, vennero licenziati a riprese inoltrate per divergenze sul tono con Lucasfilm. Al loro posto subentrò Ron Howard, mestierante solidissimo e premio Oscar, che rigirò una quantità enorme di materiale. I reshoot fecero lievitare i costi fino a cifre monstre: un budget di produzione di 275 milioni di dollari, spinto verso i 300 dai rifacimenti, che ne fecero uno dei film di Star Wars più costosi di sempre.
C’era poi la questione più delicata di tutte: il volto. Affidare a un attore il ruolo che il pubblico associa in modo quasi cellulare a Harrison Ford era una scommessa temeraria. Alden Ehrenreich ereditava un personaggio iconico, e ogni indiscrezione sul set, comprese le voci su un suo presunto disagio con lo stile improvvisativo di Lord e Miller, alimentò lo scetticismo prima ancora che qualcuno vedesse un fotogramma. Solo, insomma, entrò in campo già in svantaggio, con il pubblico prevenuto e la stampa pronta a scrivere il necrologio.

La crescita di Han Solo, cuore segreto del film
Eppure, sgombrato il campo dal rumore, resta un film che sa esattamente cosa vuole raccontare: come si diventa Han Solo. Non l’eroe, non il pilota leggendario, ma il ragazzo cinico e ferito che nel 1977 avremmo incontrato in una bettola di Mos Eisley.
Il percorso parte da Corellia, dove un giovane in fuga sogna una sola cosa, la libertà: una nave tutta sua e un orizzonte senza padroni. Da lì il film costruisce la sua educazione sentimentale attraverso due figure. La prima è Tobias Beckett, interpretato da Woody Harrelson, il mentore ambiguo che insegna a Han la lezione più amara della galassia: fidarsi di nessuno, sospettare di tutti, colpire per primo. La seconda è Qi’ra, il volto di Emilia Clarke, l’amore d’infanzia che sceglie la sopravvivenza dentro il sindacato criminale Crimson Dawn e lascia Han con una ferita che non si rimargina.
È in questa dialettica tra il sogno di libertà e la disillusione appresa a caro prezzo che il film trova il suo motore. Ogni tappa dell’avventura, dal furto sul treno tra le montagne innevate alla scommessa persa e vinta con Lando Calrissian, un Donald Glover che ruba la scena a ogni comparsa, non è mera azione: è un mattone nell’edificazione del carattere che conosciamo. Quando alla fine Han incassa il tradimento e impara a portarlo, capiamo che il cinico che sfoggia una pistola facile e un cuore blindato non è nato così. È diventato così. Questo è il vero racconto delle origini, e il film lo porta a termine con una coerenza che spesso gli viene negata.

I grandi temi di Star Wars visti dal basso
La forza meno riconosciuta di Solo sta nel modo in cui raccoglie il DNA tematico della saga e lo osserva da un’angolazione inedita. Star Wars è quasi sempre una storia di Jedi e Sith, di poteri mistici e destini cosmici. Solo scende invece nella melma, tra i contrabbandieri e i sindacati del crimine, e da lì racconta gli stessi temi con occhi diversi.
L’Impero, per esempio, non appare qui come l’astrazione geometrica delle grandi battaglie spaziali, ma come una macchina che stritola dal basso: recluta con l’inganno, spedisce i poveracci al fronte, riduce le vite a carne da cannone. La fanteria imperiale vista dalla trincea è più inquietante di mille Star Destroyer. Allo stesso modo, il conflitto tra libertà e controllo, che nella trilogia originale è epica ribelle contro tirannia, in Solo diventa una faccenda intima e sporca: la libertà è quella di chi non ha nulla e prova a fabbricarsela rubando, mentendo, correndo il rischio.
Ci sono poi la lealtà e il tradimento, il tema che percorre tutta la saga dei Skywalker e che qui si concentra nella scelta morale dentro il crimine. Beckett incarna la sfiducia come filosofia di vita; Qi’ra la sopravvivenza che divora l’affetto; Han, in mezzo, deve decidere che tipo di uomo diventare. Perfino l’amicizia che definirà la sua esistenza, quella con Chewbacca, nasce da un gesto di solidarietà tra reietti, non da un dovere cavalleresco. Il film prende sul serio questi materiali e li tratta con rispetto, senza ridurli a citazione. E lo fa avvolgendolo tutto in una colonna sonora robusta firmata da John Powell.
C’è infine il piacere del genere puro. Solo è un western spaziale e un film di rapina prima ancora di essere un tassello del canone: un heist movie che si muove con l’agilità di un classico, un modo di intendere il cinema d’avventura. Non è poco, per un film che quasi tutti hanno archiviato senza vederlo davvero.

Perché Solo ha fallito al botteghino
Se il film funziona, come si spiega il tonfo? La risposta sta quasi interamente fuori dallo schermo. Solo incassò circa 393 milioni di dollari nel mondo a fronte di un costo di produzione di 275 milioni gonfiato dai reshoot. Considerando le spese di marketing e la quota che resta agli esercenti, un film deve grosso modo raddoppiare il budget per rientrare: Solo non ci andò nemmeno vicino, diventando l’unico titolo live-action di Star Wars a chiudere in perdita la corsa in sala.
L’apertura racconta già tutto. Il film debuttò negli Stati Uniti con 84 milioni di dollari nel weekend dei tre giorni, circa 103 nel lungo fine settimana del Memorial Day: l’esordio più basso di ogni Star Wars dell’era Disney, molto al di sotto delle previsioni degli analisti, che parlavano di 130-150 milioni. La caduta nella seconda settimana, oltre il sessanta per cento, confermò che il pubblico non stava rispondendo.
I fattori si sommarono come tessere di un domino. La sovraesposizione del marchio, con tre film in cinque mesi, aveva saturato l’appetito degli spettatori. Il fandom, ancora in trincea dopo Gli ultimi Jedi, non aveva voglia di correre in sala. La campagna promozionale arrivò tardi e confusa, complice il cambio di regia che aveva tenuto il film in una nebbia di incertezza. La diffidenza verso il ricambio di Ford non si era mai davvero sciolta. E poi c’era la concorrenza: Solo si trovò stretto tra la coda lunghissima di Avengers: Infinity War e l’uscita di Deadpool 2, due macchine da incasso che avevano già prosciugato i portafogli e l’attenzione del pubblico giovane. Nessuno di questi elementi riguarda la qualità del film. Riguardano il momento, il contesto, la strategia. Solo non fallì perché era brutto. Fallì perché uscì nel peggiore momento possibile, nel modo peggiore possibile.

Il rumore che ha coperto il segnale
C’è un’altra ragione, più sottile, per cui Solo è stato guardato storto per anni, e ha a che fare con la compagnia che si è trovato attorno. L’era Disney di Star Wars ha prodotto una quantità di materiale diseguale, e i titoli deboli hanno finito per gettare un’ombra anche su quelli riusciti, appannando la capacità del pubblico di distinguere.
La trilogia sequel resta l’esempio più vistoso: tre film, Il risveglio della Forza, Gli ultimi Jedi e L’ascesa di Skywalker, girati senza una rotta condivisa, con ogni capitolo che smontava le premesse del precedente. Il risultato fu una saga centrale che non sapeva dove stesse andando, e che consumò una quota enorme della fiducia degli spettatori e fece passare la voglia di considerare l’uscita di uno Star Wars come evento per andare al cinema. Sul versante televisivo la storia si ripeté. The Book of Boba Fett, arrivato tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022, prese il personaggio più mitizzato del franchise e lo consegnò a una serie fiacca e sfilacciata. Obi-Wan Kenobi, nel maggio 2022, riportò Ewan McGregor nel ruolo amatissimo ma tradì gran parte delle aspettative con una scrittura debole. E la parabola toccò il fondo con The Acolyte nel 2024, cancellata dopo una sola stagione da otto episodi: una serie che divise ferocemente il pubblico e che Disney chiuse ammettendo che i risultati non giustificavano il costo.
In questo paesaggio si consuma l’ingiustizia più grande dell’era Disney, ed è anche il miglior alleato per difendere Solo. Perché mentre il franchise inanellava passi falsi, Lucasfilm produceva anche Andor, la serie con Diego Luna nata come prequel di Rogue One, che quasi tutti oggi riconoscono come la vetta assoluta dello Star Wars dell’intera epoca Disney. Due stagioni, la seconda uscita nel 2025 e conclusiva, scrittura adulta, politica, senza una sola concessione al fan service: la dimostrazione lampante che, quando Star Wars prende sul serio il racconto, tocca livelli che poche serie raggiungono.
Eppure, e qui sta il punto, la qualità non si è tradotta in visioni. Andor ha faticato a farsi guardare quanto prodotti ben più deboli. Alla partenza raccolse 624 milioni di minuti visti negli Stati Uniti per la premiere dei primi tre episodi: un numero rispettabile, ma molto lontano dagli oltre un miliardo di minuti che Obi-Wan Kenobi aveva macinato in appena tre giorni, pur essendo una serie accolta con delusione. Il miglior prodotto della galassia, meno visto della delusione che l’ha preceduto. Solo e Andor condividono così lo stesso destino beffardo: gemme trattate con sospetto, uscite nel clima sbagliato, giudicate per la loro cornice più che per il loro contenuto. Il rumore dei titoli deboli ha coperto il segnale di quelli forti.

La rivalutazione: da bersaglio a gioiello
La buona notizia è che il tempo, con Solo, ha cominciato a fare giustizia. Il film che era stato il bersaglio preferito dei social è diventato negli anni oggetto di una riscoperta costante. Video-saggi, discussioni tra appassionati e riletture critiche lo hanno promosso a titolo sottovalutato, gemma nascosta dell’era Disney, film che cresce a ogni nuova visione. La sua natura di avventura solida e godibile, priva delle pretese cosmiche degli altri capitoli, si è rivelata perfetta per il consumo domestico, dove il pubblico lo ha incontrato senza il peso delle aspettative da grande evento.
Lo stesso Alden Ehrenreich ha raccontato di aver notato un cambiamento nella percezione, un affetto crescente verso un film che al debutto era stato liquidato senza appello. La rivalutazione non cancella il tonfo al botteghino, che resta un fatto contabile inciso nella storia del franchise. Ma lo ridimensiona, lo spiega, lo restituisce alle sue vere cause. Solo: A Star Wars Story non è il fallimento che il risultato in sala lascia intendere. È un buon film, a tratti ottimo, che ha avuto la sfortuna di nascere nel momento sbagliato e di finire schiacciato dal peso di un franchise che stava perdendo la bussola. Rivisto oggi, lontano dal frastuono del 2018, racconta con onestà come nasce una leggenda. E questo, per un film di origini, è esattamente il compito che gli spettava.












