Nel dicembre del 1963, tra i saloni innevati di Cortina d’Ampezzo, un ladro gentiluomo dallo smoking impeccabile prepara il colpo della vita: rubare la Pantera Rosa, il diamante più grande del mondo, così chiamato per un difetto al centro della pietra che, guardato controluce, ricorda una pantera nell’atto di spiccare il salto. Il ladro ha il volto di David Niven, la sua preda quello di una giovanissima Claudia Cardinale, e attorno a loro Blake Edwards costruisce una commedia elegante di seduzioni e doppi giochi. In quel congegno raffinato c’è anche un ispettore della polizia francese, un comprimario destinato a inciampare in ogni indagine. Doveva restare sullo sfondo. Sessant’anni dopo, del diamante non si ricorda quasi nessuno, mentre quell’ispettore è diventato una delle maschere comiche più celebri del cinema.
La storia della Pantera Rosa è la storia di questo ribaltamento. Una serie progettata attorno a un intrigo criminale che finisce per appartenere per intero a un personaggio secondario, Jacques Clouseau, e all’attore che gli presta il corpo e la voce, Peter Sellers. È anche la storia di un sodalizio creativo tanto fecondo quanto autodistruttivo, quello tra Sellers e Edwards, e di un paradosso commerciale: la cosa più duratura di tutta la saga non è nessuno dei film, ma la pantera animata dei titoli di testa e il tema che Henry Mancini le ha cucito addosso. E infine è la storia di un problema che nessuno, in oltre mezzo secolo, è riuscito davvero a risolvere: cosa si fa quando il centro di una serie non si può sostituire.

Il film si chiamava come un diamante, poi arrivò Clouseau
La Pantera Rosa (The Pink Panther) esce prima in Italia, il 18 dicembre 1963, e solo tre mesi dopo negli Stati Uniti. Il protagonista, sulla carta, è Sir Charles Lytton, il playboy inglese di David Niven. Clouseau è il marito tradito e maldestro che gli dà la caccia senza mai capire cosa gli accade intorno, nemmeno nella propria camera d’albergo. La comicità del primo film non nasce ancora dall’incompetenza investigativa, ma da una cecità quasi metafisica del personaggio rispetto al mondo. Sellers è bravissimo, ma è un ingranaggio tra gli altri.
A cambiare tutto è il film successivo, e non per un disegno preciso. Uno sparo nel buio (A Shot in the Dark, 1964) non era stato concepito come un capitolo della Pantera Rosa. Nasceva come adattamento di una pièce teatrale, L’Idiote del francese Marcel Achard, passata in inglese per mano di Harry Kurnitz. Sellers era già legato al progetto, ma non sopportava la sceneggiatura. La United Artists chiamò Edwards per trattenere il suo attore, ed Edwards accettò a una condizione: riscrivere tutto da capo. Insieme a un giovane William Peter Blatty, il futuro autore de L’esorcista, prese quella storia e ci innestò dentro l’ispettore Clouseau, spostando l’intero baricentro sul personaggio comico.
È in Uno sparo nel buio che nasce la saga come la conosciamo. Qui Sellers comincia a caricare l’accento francese esasperato che diventerà un marchio. Qui compaiono le figure che accompagneranno Clouseau per vent’anni: il commissario Dreyfus di Herbert Lom, che l’incompetenza dell’ispettore trascinerà lentamente alla follia; il domestico Kato di Burt Kwouk, incaricato di aggredirlo a sorpresa per tenerlo allenato; l’assistente François. Molti considerano ancora oggi questo secondo film il migliore della serie. Ed è un film che, in origine, non doveva nemmeno esistere. La Pantera Rosa, in fondo, è una saga che si è costruita per accumulo di incidenti, esattamente come le indagini del suo protagonista.

Edwards e Sellers, il controllo contro il caos
Il motore di tutto questo è un rapporto difficile. Blake Edwards era un regista di commedia dal controllo maniacale, un architetto della slapstick che costruiva le gag come meccanismi di precisione, calcolando tempi, traiettorie e cadute al fotogramma. Peter Sellers era il suo esatto contrario: un genio dell’improvvisazione, ingovernabile, capace di trasformare una scena in oro puro e di far saltare una produzione per un capriccio. La leggenda hollywoodiana lo dipinge come un attore con cui era quasi impossibile lavorare, uno che abbandonava i set e si rifiutava di girare per motivi imperscrutabili.
Già durante Uno sparo nel buio il rapporto era logoro. I due, secondo le cronache, si sarebbero ripromessi di non lavorare mai più insieme. Ed è qui che si apre la crepa più significativa nella storia della saga: quando la United Artists prova a proseguire senza di loro. Nel 1968 esce L’infallibile ispettore Clouseau? (Inspector Clouseau), diretto da Bud Yorkin, con Alan Arkin nei panni dell’ispettore. Niente Edwards, niente Sellers. È il primo tentativo di ricastare Clouseau, ed è anche il primo fallimento su quel fronte: un film oggi dimenticato, un corpo estraneo che la saga non ha mai davvero riconosciuto come proprio.
Il paradosso è che quel sodalizio conflittuale era anche l’unico che funzionasse. Il rigore di Edwards dava forma al caos di Sellers, e il caos di Sellers dava vita al rigore di Edwards. Non a caso il rapporto tra i due specchia quello di Clouseau con l’ordine e la catastrofe: un uomo convinto di avere tutto sotto controllo mentre distrugge sistematicamente ogni stanza in cui entra. Quando i due si riconciliano, a metà degli anni Settanta, la serie non solo riparte, ma tocca il suo apice.

Il ritorno e l’apice, dal 1975 al 1978
A rimettere in moto la macchina è un’esigenza tutta di Edwards. Reduce da alcuni insuccessi, il regista aveva bisogno di ricostruire la propria reputazione. Il produttore Lew Grade gli suggerì di tornare alla Pantera Rosa, ed Edwards accettò a patto di riavere Sellers. Nasce così La Pantera Rosa colpisce ancora (The Return of the Pink Panther, 1975), che riporta in scena anche Sir Charles Lytton, stavolta col volto di Christopher Plummer. Le sequenze animate dei titoli vengono affidate al grande Richard Williams. Il film è un trionfo al botteghino, con incassi enormi rispetto al budget, e riapre di colpo un filone che sembrava chiuso.
Da lì la serie procede a ritmo serrato. La Pantera Rosa sfida l’ispettore Clouseau (The Pink Panther Strikes Again, 1976) porta il commissario Dreyfus, ormai definitivamente impazzito, a trasformarsi in un cattivo da film di spionaggio capace di minacciare il mondo intero pur di eliminare Clouseau. La vendetta della Pantera Rosa (Revenge of the Pink Panther, 1978) segna l’ultima apparizione di Sellers in un film girato appositamente per lui. È interessante notare come, capitolo dopo capitolo, la trama del diamante scivoli in secondo piano fino a scomparire quasi del tutto: alla serie non serve più. Il pubblico non entra in sala per sapere chi ha rubato la Pantera Rosa, ma per vedere Clouseau lasciato da solo in una stanza a combattere contro un telefono, un aspirapolvere o un paio di guanti. La comicità della saga è direttamente proporzionale alla quantità di tempo che Sellers passa sullo schermo, e la serie lo ha capito.

La pantera che non parla, come la mascotte e il tema di Mancini hanno superato i film
Mentre i film si susseguono, accade qualcosa di curioso e in fondo unico. L’elemento più longevo della saga non è né Clouseau né Edwards, ma la pantera rosa disegnata, quella creatura elegante e silenziosa comparsa nei titoli di testa del primo film. La animarono David DePatie e Friz Freleng, e il loro primo cortometraggio dedicato al personaggio, La kosa rosa (The Pink Phink, 1964), vinse l’Oscar per il miglior corto d’animazione: la prima volta nella storia che uno studio conquistava la statuetta con il suo film d’esordio. Da lì partì una valanga: oltre cento cortometraggi prodotti fino al 1980, un programma televisivo che ha definito i sabati mattina di generazioni di bambini, una nuova serie animata negli anni Novanta.
La pantera diventa autonoma. Non parla, non ha bisogno di dialoghi, comunica tutto con la postura e lo sguardo, e per moltissimi spettatori nel mondo è quella l’immagine che il nome Pantera Rosa evoca, non il diamante e nemmeno l’ispettore in gabardine. A saldare il tutto è la musica. Il tema che Henry Mancini scrive per il film del 1963, una linea di sassofono felpata e insinuante, diventa una delle melodie più riconoscibili mai composte per il cinema. Curiosamente non vinse l’Oscar: fu candidato alla migliore colonna sonora ma perse proprio contro Mary Poppins. Si prese però diversi Grammy, e soprattutto si prese l’immortalità, sopravvivendo a ogni singolo film della serie. Chi non ha mai visto un solo capitolo della saga sa canticchiare quel tema. È il contrappunto più eloquente a tutta questa storia: di un’opera cinematografica, a volte, ciò che resta non è il film, ma la sua sigla e il suo logo.
La saga che non sa lasciare andare Clouseau
Il 24 luglio 1980, a Londra, Peter Sellers muore per un attacco di cuore. Ha cinquantaquattro anni e un fisico segnato da una malattia cardiaca che lo perseguitava dal 1964, proprio l’anno in cui era diventato una star mondiale. Aveva appena regalato al cinema una delle sue prove più memorabili, il giardiniere Chance di Oltre il giardino, candidata all’Oscar. E stava lavorando, in quei giorni, alla sceneggiatura di un nuovo film di Clouseau che voleva scrivere di suo pugno. Il centro della saga se ne andava mentre era ancora intento a plasmarla.
Quello che accade dopo è uno dei capitoli più singolari e discutibili della storia del cinema comico. Edwards non si rassegna. Sulle orme della Pantera Rosa (Trail of the Pink Panther, 1982) è un film costruito attorno a un Clouseau assente: la sua presenza è fatta interamente di scene tagliate e scarti girati da Sellers per i capitoli precedenti, rimontati in una nuova storia che vede l’ispettore sparire misteriosamente. Gli eredi dell’attore fecero causa, e l’uso di quel materiale fu giudicato illegittimo, ma il film uscì comunque nelle sale. È difficile immaginare un’immagine più letterale dell’incapacità di una serie di separarsi dal suo protagonista: tenerlo in scena anche da morto, montandone i fantasmi.
I tentativi di andare avanti senza di lui sono un catalogo di sconfitte. Pantera Rosa, il mistero Clouseau (Curse of the Pink Panther, 1983) prova a lanciare un nuovo protagonista, il goffo detective americano Clifton Sleigh interpretato da Ted Wass, incaricato di ritrovare Clouseau scomparso, con tanto di camuffamento e un cameo di Roger Moore nei panni dell’ispettore rifatto dalla chirurgia plastica. Un fiasco. Dieci anni più tardi, Edwards ci riprova con un’idea più affettuosa: Il figlio della Pantera Rosa (Son of the Pink Panther, 1993) affida a Roberto Benigni il ruolo di Jacques Gambrelli, figlio illegittimo di Clouseau che ne ha ereditato il disastroso talento. Tornano Herbert Lom nei panni di Dreyfus e un Kato invecchiato, e torna persino Claudia Cardinale, non più principessa del Lugash ma madre del protagonista. Il film è un insuccesso quasi ovunque, e curiosamente trova un pubblico solo in Italia, dove Benigni traina la gran parte degli incassi mondiali. All’attore toscano vale però una candidatura ai Razzie Awards, e a Edwards costa il commiato dalla regia: sarà il suo ultimo film. La saga, di fatto, si spegne su un tentativo di ricastare Clouseau attraverso il sangue, dandogli un erede. Nemmeno questo funziona.

I reboot e il nuovo Clouseau
La memoria della Pantera Rosa torna a circolare a metà degli anni Duemila con due rilanci hollywoodiani affidati a Steve Martin, comico di razza chiamato a rifondare l’ispettore per un nuovo pubblico. La Pantera Rosa (2006), diretto da Shawn Levy con Kevin Kline nei panni di Dreyfus, e La Pantera Rosa 2 (2009), diretto da Harald Zwart con John Cleese, incassano più dei predecessori diretti da Edwards ma non lasciano il segno. La loro funzione, alla fine, è quella di ricordare al pubblico quanto fosse insostituibile l’originale. Martin è bravo, ma proprio la sua bravura misura la distanza: Clouseau resta, nell’immaginario, il volto e la voce di Peter Sellers.
Ed eccoci al presente, e al capitolo forse più rivelatore. È in sviluppo, per Amazon MGM, un nuovo film della Pantera Rosa diretto da Jeff Fowler, su sceneggiatura di Chris Bremner. Il progetto è un ibrido di ripresa dal vero e animazione digitale, e vede Eddie Murphy nel ruolo di Clouseau, che l’attore ha confermato pubblicamente nel 2025. L’idea è far incontrare per la prima volta l’ispettore in carne e ossa e la pantera animata, che nel film sarebbe una sorta di amico immaginario del protagonista, nato da un evento traumatico. Al momento in cui scriviamo il film è ancora in pre-produzione e non ha una data di uscita, un dato che potrebbe cambiare da un momento all’altro.
C’è qualcosa di profondamente coerente in questa svolta. Per oltre quarant’anni la saga ha provato a sostituire Peter Sellers con un altro corpo, da Alan Arkin a Ted Wass, da Benigni a Steve Martin, senza mai riuscirci del tutto. Adesso, forse, ha smesso di provarci nel modo consueto. Affidandosi all’animazione, e fondendo l’uomo con quella pantera silenziosa che è sempre stata la vera sopravvissuta della serie, la Pantera Rosa sembra ammettere una verità che si portava dietro fin dai titoli di testa del 1963: il diamante era solo un pretesto, l’ispettore era irripetibile, e l’unica cosa davvero immortale, alla fine, era il disegno rosa che ballava sulle note di Mancini. Una saga che non ha mai saputo ricastare il suo centro, e che oggi torna proprio da lì, dal punto in cui tutto era cominciato.












