RECENSIONE SENZA SPOILER
Ho aspettato. Ho visto Disclosure Day una prima volta, sono uscito dalla sala con la testa piena di immagini e una sensazione contraddittoria, e ho deciso di rimandare la recensione. Volevo tornarci. Volevo capire se quello che mi era sembrato un eccesso era davvero tale, o se era invece il modo in cui Spielberg, a settantanove anni, ha scelto di rimettere mano alla fantascienza dopo un quarto di secolo. La seconda visione ha sciolto quasi tutti i dubbi: questo è un film che chiede di essere guardato due volte, e alla seconda restituisce parecchio.
Spielberg torna alla fantascienza venticinque anni dopo A.I. Intelligenza Artificiale con un film che parla della necessità di una connessione empatica con persone reali e del potere unificante di un’immagine vera, ricordandoci che un blockbuster può essere moralmente e tematicamente complesso mentre ti diverte. È una dichiarazione di poetica più che una semplice rentrée di genere, e va presa sul serio.
Un esperto di cybersicurezza diventa informatore per rivelare segreti sugli alieni, finisce braccato da una corporation, mentre una meteorologa fa esperienza di fenomeni strani e si unisce a lui per provare che esiste vita oltre la nostra conoscenza. Da qui parte una corsa che si apre con quello che in altri film sarebbe la fine del primo atto, disorientando lo spettatore quasi immediatamente in un modo che ci costringe a prestare attenzione. Questa scelta strutturale è il primo segnale che Spielberg non vuole accompagnarci per mano, e probabilmente è anche il motivo per cui la prima visione lascia un po’ affannati.

Il cast principale è il vero motore. Il supporting cast è solido, in particolare i ruoli chiave di Hewson e Russell, ma il film appartiene al suo quartetto, tutti all’altezza di personaggi molto più complessi di quanto i trailer lascino intendere. Emily Blunt qui fa qualcosa che mi è rimasto addosso: dà al suo personaggio una specie di vigilanza interiore, una qualità di sguardo che ti convince che stia davvero vedendo cose che noi non vediamo. Non sorprende che gli attori siano molto bravi, e Blunt in particolare ti faccia sentire che sta vedendo il perturbante: è la chiave emotiva del film, e senza di lei l’impalcatura non reggerebbe.
Josh O’Connor costruisce un Daniel ostinato e fragile insieme, un informatore che non è mai un eroe pulito. Colin Firth e Colman Domingo lavorano sui registri opposti del potere, uno verticale e istituzionale, l’altro più ambiguo. Eve Hewson e Wyatt Russell, nei ruoli di contorno, sono i due perni che tengono insieme il tono. E poi c’è Elizabeth Marvel: il suo personaggio di ex Madre Superiora, accanto al passato da novizia di Jane, apre una delle linee tematiche più interessanti del film, anche se alcune scene possono risultare un po’ brusche nell’esplorazione tematica. È un difetto vero. Ma è il tipo di difetto che si nota solo perché tutto il resto è più sottile.
C’è un punto in cui Disclosure Day perde un po’ il filo, ed è giusto dirlo. C’è così tanto in questo film che la sceneggiatura di David Koepp a volte inciampa nel tentativo di spiegare tutto, ma Spielberg, il cast corale e la sua squadra straordinaria sono sempre lì a rimettere in piedi il film, tenendolo in movimento in un modo che richiama i passati successi sci-fi di Spielberg senza mai sembrare ripetitivo. La sensazione, alla prima visione, è di un copione che corre più veloce di quanto si possa metabolizzare. Col senno del poi, molti dei dettagli apparentemente buttati lì sono in realtà funzionali a un disegno più ampio.

Visivamente, Janusz Kamiński fa il lavoro che ci si aspetta da uno dei migliori direttori della fotografia in circolazione. La macchina da presa è quasi sempre in movimento, di solito ruotando attorno ai personaggi, rompendo gli assi attesi dell’azione e tenendo lo spettatore in equilibrio precario. La fotografia raramente si esibisce, ma quando lo fa toglie il fiato: un magnifico piano sequenza in cui Daniel si avvicina a una fattoria, e poi la sequenza tra un’auto e un treno, pezzo di puro cinema che giustifica da solo il biglietto.
E poi c’è John Williams. Una colonna sonora fantastica che amplifica tensione e umanità ancora più in alto. Non è la sua partitura più melodicamente memorabile, ed è una scelta. Spielberg ha spiegato l’approccio: Williams ha detto che questa volta non avrebbe scritto musica per guidare il film, ma musica sotto il film per dargli una leggera spinta in avanti. Il regista ha indicato Incontri ravvicinati del terzo tipo e Indiana Jones come punto di riferimento per lo stile più sinfonico e tematico di Williams, concludendo che qui è più sottile, ma è ancora puro genio. Si sente proprio questo: una partitura che lavora di sponda, mai di proscenio.
Il cuore del film è anche il motivo per cui ho voluto rivederlo. Con Disclosure Day, Spielberg è meno interessato all’impatto che all’effetto a catena. Cosa succederebbe se sapessimo la verità? Ci unirebbe o ci dividerebbe ulteriormente? E cosa accadrebbe alla fede e alla religione se scoprissimo altri “esseri supremi”? Sono domande grosse, e il film ha l’onestà di non risolverle. Le mette in scena, le interroga, ma non fornisce una morale comoda.

Non tutti i critici sono convinti di questo approccio, va detto. C’è chi sostiene, e l’obiezione ha un suo peso, che dove Incontri ravvicinati toccava il mistero con un’innocenza al tempo stesso sognante e spettacolare, Disclosure Day somiglia a un thriller-docudrama troppo netto in ciò che crede. È un’obiezione che capisco. Ma alla seconda visione mi è sembrata meno fondata: il film non è cinico, è solo cresciuto. Sa che oggi non si può più filmare lo stupore come nel 1977, perché lo stupore stesso ha cambiato natura. E qui Spielberg lo dice in modo brutale, con una sola immagine ricorrente: decenni dopo aver inventato la sua inquadratura iconica, il volto stupefatto davanti a meraviglie che non vediamo, sembra affaticato dalla consapevolezza che oggi il momento della rivelazione assomiglierebbe a una persona che fissa il proprio telefono.
È in quella consapevolezza che il film diventa davvero interessante. Non vuole essere Incontri ravvicinati 2026. Vuole essere un film su cosa è successo allo sguardo collettivo nel frattempo.
Le scene finali di Disclosure Day sono tra le più emotivamente travolgenti della carriera di Spielberg in modi che non si prevedono. Si appoggiano alla sua sentimentalità, e meno male. In un tempo dominato dal cinismo incessante, avere un maestro così che crede ancora nel potere del cinema che trasporta è un regalo.

Alla prima visione ero rimasto perplesso: mi era sembrato che il film cambiasse registro troppo bruscamente. Ora ho capito che quel cambio di registro è il film. È lì che Spielberg sgancia tutto il dispositivo da thriller anni Settanta e mostra cosa stava davvero raccontando. Chiude con una sola parola che verrà letta come un cliffhanger giocoso, ma che suona piuttosto come una supplica: una speranza per un futuro in cui “voglio credere”.
Disclosure Day non è perfetto. La sceneggiatura di Koepp, in certi passaggi, vorrebbe dirci troppo e troppo in fretta: alcune sequenze di inseguimento si moltiplicano oltre il necessario, come se il film non si fidasse del proprio ritmo e cercasse di compensare con l’azione quello che stava già comunicando benissimo con le parole e gli sguardi. Alcune sottotrame, quella religiosa in particolare, avrebbero meritato più tempo. E chi cerca lo stupore puro degli alieni-bambini-spettatori di quarant’anni fa potrebbe restare interdetto.
Ma è un film che cresce, e parecchio. È Spielberg che, a quasi ottant’anni, dimostra di non essere qui per ripetersi. Si tiene addosso il suo sentimentalismo, lo rivendica, e lo usa come strumento politico in un’epoca che del sentimento ha imparato a diffidare. Per questo vale la pena vederlo in sala, possibilmente due volte. La prima per lasciarsi travolgere. La seconda per accorgersi di quanto lavoro c’è dietro quella corsa che sembrava solo una corsa.
Scheda tecnica
Cast principale
- Emily Blunt – Margaret Fairchild
- Josh O'Connor – Daniel Kellner
- Colin Firth – Noah Scanlon
- Eve Hewson – Jane Blankenship
- Colman Domingo – Hugo Wakefield
- Wyatt Russell – Jackson
- Henry Lloyd-Hughes – Casper Boyd












