C’è una frase che da sola racconta lo spirito di tutta l’operazione: il Morandini lo definì il film più brutto della storia del cinema italiano, e il suo regista Ciro Ippolito ne andava fiero, sostenendo che proprio quella stroncatura lo aveva reso immortale. Stiamo parlando di Arrapaho, il delirio western-demenziale del 1984 interpretato dagli Squallor, che dal 15 giugno torna sul grande schermo in versione restaurata grazie alla Cineteca di Bologna, all’interno del progetto Il Cinema Ritrovato. Ed è l’occasione perfetta per raccontare non solo un film volutamente disastroso, ma il gruppo geniale e irriverente che ci sta dietro.
Per capire Arrapaho bisogna prima capire chi lo ha generato. Gli Squallor non erano una band di sconosciuti goliardi: erano quattro tra i professionisti più affermati della discografia italiana, che decisero di mettere in piedi un progetto parallelo per dare sfogo a tutto ciò che la musica ufficiale non permetteva. Il nucleo era formato dal paroliere Daniele Pace, dal compositore e arrangiatore Totò Savio, dall’autore Giancarlo Bigazzi e da Alfredo Cerruti, la inconfondibile “voce narrante” del gruppo. A loro si era unito nei primissimi tempi anche Elio Gariboldi, che lasciò presto il progetto.
Per dare la misura del paradosso: Bigazzi è lo stesso autore dietro i grandi successi di Umberto Tozzi, Raf e Marco Masini. Persone di questo calibro, che da sole muovevano una fetta enorme del fatturato di una major come la CGD, si ritrovavano in segreto a incidere dischi sboccati, dissacranti e privi di qualsiasi senso del pudore. Era proprio questo il punto: lo squallore del nome era una dichiarazione di intenti.

L’altra grande stranezza degli Squallor è che, per gran parte della loro storia, scelsero deliberatamente di non mostrarsi. Niente concerti, niente passaggi radiofonici, niente volti associati alla musica. Eppure, contro ogni logica commerciale, i loro album furono un successo dopo l’altro. Titoli impronunciabili in un salotto perbene, monologhi surreali di Cerruti recitati con quella voce nasale e solenne, parodie feroci del costume italiano: tutto funzionava proprio perché si muoveva fuori dalle regole.
Dietro la facciata da ragazzacci, però, c’era una vena satirica autentica. Pezzi come la loro parodia delle grandi operazioni umanitarie internazionali smascheravano l’ipocrisia dell’Occidente benestante con una lucidità che andava ben oltre la semplice volgarità. Era satira sociale travestita da demenzialità, e questa è forse la chiave per capire la loro grandezza.
Nel 1984 il regista e produttore napoletano Ciro Ippolito, che veniva dal cinema popolare e dalle sceneggiate con Mario Merola, ebbe l’idea di dare un volto a quelle canzoni. Ispirandosi all’album omonimo uscito l’anno precedente, costruì attorno agli Squallor un western demenziale girato in una quindicina di giorni nei dintorni di Roma, riciclando perfino spezzoni di repertorio da altri film.

La trama, se così si può chiamare, è puro pretesto: Scella Pezzata, figlia del capo tribù Palla Pesante, è promessa sposa al poco attraente Cavallo Pazzo, ma è innamorata del giovane Arrapaho. A complicare le cose, lo stesso Arrapaho è desiderato anche da Luna Caprese, della tribù rivale. I nomi delle tribù e dei personaggi dicono già tutto sul registro dell’operazione. Nel cast, accanto agli Squallor, figurano l’attore svizzero Urs Althaus e Tini Cansino, allora volto noto del programma Drive In.
La cosa più interessante è che Arrapaho è diventato esattamente l’opposto di ciò che la critica decretò. Stroncato come il peggior film italiano di sempre, accolto come un’oscenità, è invece sopravvissuto a tutto e si è trasformato in un autentico oggetto di culto, amato dai ragazzi degli anni Ottanta e tramandato negli anni come uno scult diventato cult. C’è chi, come lo studioso Roberto Poppi, è arrivato a definirlo un capolavoro assoluto del cinema trash.
Il segreto sta nello stesso spirito che animava i dischi: il gioco aperto e consapevole con il cattivo gusto, il basso costo rivendicato con orgoglio, una comicità che ammicca al non-sense alla Monty Python più che alla commedia all’italiana tradizionale. Non è un film fatto male per incompetenza: è fatto male di proposito, e in quella scelta c’è una poetica precisa.

Va detto con onestà: Arrapaho e gli Squallor giocavano su un umorismo che oggi, in più punti, risulta apertamente scorretto, infarcito di allusioni e stereotipi che la sensibilità contemporanea fatica ad accettare. È lo stesso terreno su cui, anni dopo, si sarebbe mosso il filone dei cinepanettoni. Recuperare oggi questo film non significa quindi proporlo per farci ridere a cuor leggero, quanto offrire la possibilità di rivedere un pezzo anomalo e irripetibile della nostra storia culturale, contestualizzandolo per quello che era.
L’operazione della Cineteca di Bologna è preziosa proprio perché allarga lo sguardo: il recupero del patrimonio cinematografico smette di riguardare solo i grandi titoli d’autore e abbraccia anche il cinema popolare, persino quello più estremo e divisivo. Vedere Arrapaho restaurato in sala dal 15 giugno è un’occasione per immergersi nello spirito anarchico di un gruppo che, dietro la maschera della volgarità, è stato una delle avanguardie più libere e geniali della cultura italiana del Novecento.












