Home CuriositàToy Story 5: il vero nemico di Woody e Buzz è un tablet

Toy Story 5: il vero nemico di Woody e Buzz è un tablet

Andrew Stanton riporta la saga in sala il 18 giugno 2026 con Lilypad, un tablet che mette in crisi il senso stesso del gioco.

by Valeria Bernardo

Il nemico più temibile che Woody e Buzz abbiano mai affrontato non è Sid, non è Lotso, non è nemmeno la malinconica prospettiva di finire in soffitta. È un tablet a forma di rana. Detta così sembra una battuta, e in parte lo è: ma è anche la sintesi più onesta di dove Pixar ha deciso di portare la sua saga più amata trent’anni dopo il primo film. Toy Story 5 è il quinto capitolo principale della serie e il sequel di Toy Story 4 del 2019, diretto da Andrew Stanton e scritto da Stanton e Kenna Harris. E la tesi che porta in sala è chiara: nel 2026, il vero antagonista dei giocattoli non è un altro giocattolo. È lo schermo.

Cosa sappiamo del film

Partiamo dai dati certi. Il film arriva nei cinema italiani il 18 giugno 2026, anticipando di un giorno il debutto americano del 19 giugno. Alla regia c’è Andrew Stanton, già autore di “WALL•E”, “Alla ricerca di Nemo” e “Alla ricerca di Dory”, affiancato in co-regia da Kenna Harris e con Lindsey Collins alla produzione. Il ritorno di Stanton è uno dei dati più interessanti del progetto, e ci tornerò più avanti.

C’è poi un dettaglio che racconta molto del tono. Negli Stati Uniti Toy Story 5 è il primo capitolo della saga a ricevere la classificazione PG, mentre i quattro film precedenti erano tutti G. Per chi non mastica il sistema americano: una “G” indica un film adatto a tutti senza riserve, mentre “PG” sta per Parental Guidance, ovvero un invito ai genitori a dare un’occhiata perché qualche contenuto potrebbe non essere ideale per i più piccoli. Non è un divieto, è una sfumatura. In Italia, dove la classificazione funziona in modo diverso, quel “PG” non si traduce in una restrizione vera e propria: va letto soprattutto come un segnale di tono. Eppure, sulla carta, fa di questo il Toy Story più maturo di sempre, ed è un indizio interessante su quanto in profondità il film voglia spingersi.

Il cast vocale originale ricompone la squadra storica. Sono confermati Tom Hanks come Woody, Tim Allen come Buzz Lightyear, Joan Cusack come Jessie, Greta Lee come Lilypad, Conan O’Brien come Smarty Pants e Tony Hale come Forky. Randy Newman torna a firmare la colonna sonora, sua decima collaborazione con Pixar; il 1° giugno Taylor Swift ha annunciato il brano originale “I Knew It, I Knew You”, scritto e prodotto con Jack Antonoff e pubblicato il 5 giugno 2026. Se volete approfondire la canzone e perché è stata pensata specificamente per Jessie, ne abbiamo parlato qui .

Per il pubblico italiano c’è anche la curiosità del doppiaggio. Tornano le voci storiche della saga, con Angelo Maggi su Woody, Massimo Dapporto su Buzz Lightyear, Ilaria Stagni su Jessie e Luca Laurenti su Forky, mentre Katia Follesa presta la voce a Lilypad. La sorpresa è Sal Da Vinci, reduce dalla vittoria a Sanremo, che doppia Pizza cu ‘e llente, un misterioso giocattolo dimenticato a cui nella versione originale dà voce nientemeno che Bad Bunny.

Il dato più significativo, però, riguarda gli equilibri interni alla banda. Dopo che Woody ha lasciato Bonnie per restare con Bo Peep e aiutare i giocattoli abbandonati a ritrovare i loro proprietari, Jessie diventa la leader della stanza di Bonnie, con Buzz Lightyear come suo vice; ma Bonnie, ora otto anni, si è invaghita del suo nuovo gioco preferito, un tablet a forma di rana di nome Lilypad. Tradotto: Woody e Buzz arretrano, Jessie passa in prima linea. È un cambio di prospettiva non da poco, ed è coerente con un film che parla di chi resta indietro mentre il mondo cambia.

Giocattoli contro tecnologia: la posta in gioco

Qui sta il cuore del film, e qui Pixar gioca una mano rischiosa. Tornando in sala a giugno per il suo quinto capitolo, la saga affronta la questione contemporanea di come il tempo davanti agli schermi influenzi i bambini: l’antagonista principale è Lilypad, un tablet intelligente chiaramente modellato sul LeapPad di LeapFrog, che offre a Bonnie il mondo intero a portata di dito e rappresenta una minaccia esistenziale per Woody, Buzz, Jessie e il resto della banda inanimata.

La cosa interessante è che Lilypad non è un cattivo in senso classico. Non vuole conquistare il mondo, non rapisce i giocattoli, non li butta nel cestino. Fa qualcosa di peggio: li rende superflui. Nelle clip diffuse, il tono del personaggio è quello dell’assistente vocale fin troppo zelante, una presenza che asseconda, traduce, intrattiene e non ascolta davvero. In uno scambio del trailer, Jessie le dice “voglio parlarti, dispositivo”, e Lilypad risponde “ti prego, chiamami Lily”; Jessie spiega che lei e i giocattoli hanno passato l’estate a cercare di far fare amicizia a Bonnie, ma Lilypad ha rovinato tutto, e a quel punto Jessie sbotta: “non mi stai nemmeno ascoltando”. È una scena minima e perfetta: il tablet che traduce in un’altra lingua invece di rispondere è esattamente l’esperienza che chiunque abbia provato a interagire con un’IA conosce a memoria.

Il filo rosso della saga: i temi seri sotto la superficie

Toy Story è sempre stata una saga camuffata. Sotto la patina del film d’animazione per famiglie, ogni capitolo ha portato in sala un tema adulto che si conficcava sotto pelle. Il primo film, nel 1995, raccontava la gelosia e la paura di essere sostituiti, con la crisi d’identità di Buzz convinto di essere un vero ranger spaziale. Il secondo affrontava di petto l’invecchiare e l’abbandono, dando a Jessie un passato che ancora oggi è una delle sequenze più strazianti dello studio. Il terzo metteva in scena il crescere e il lasciar andare, con quella scena dell’inceneritore in cui i giocattoli si tengono per mano davanti al fuoco, accettando la fine. Il quarto, il più filosofico, lavorava sull’identità e sullo scopo attraverso Forky, che non capisce perché lui debba essere un giocattolo e non spazzatura.

Toy Story 5 prende questa scala e ci aggiunge un gradino. Dopo l’abbandono, dopo la mortalità, dopo lo scopo, arriva il tema che oggi tocca più da vicino genitori e figli: l’irrilevanza. Non essere buttati via, non essere distrutti, ma semplicemente smettere di contare. Il conflitto principale del film si concentra su una nuova minaccia per i giocattoli, la tecnologia, e Jessie sarà al centro della storia. Non è un caso che tocchi a lei: Jessie è il personaggio della saga che ha già conosciuto cosa significa essere dimenticati.

Il contesto reale e l’ironia di Stanton

Pixar che racconta i pericoli dello schermo è una notizia che meriterebbe da sola un saggio. Pixar è uno studio che vive di immagini in movimento, di prodotti che i bambini consumano davanti a un display, e ora ci dice che troppi schermi rovinano l’infanzia. L’ironia è palese, ma non per forza è un cortocircuito: Pixar ha sempre giocato a smontarsi da sola, e il pubblico adulto è abituato a leggerla in trasparenza.

Il dato più rilevante, però, è il nome del regista. Per Andrew Stanton è il quarto film Pixar da regista, dopo “Alla ricerca di Nemo”, “WALL-E” e “Alla ricerca di Dory”. Stanton è l’uomo di WALL-E, ovvero del film in cui Pixar mostrava un’umanità futura ridotta a corpi obesi incollati a poltrone con uno schermo davanti agli occhi, incapace persino di camminare. Diciotto anni dopo, lo stesso regista torna sullo stesso tema da un’angolazione diversa, più piccola e più domestica: non più l’umanità in fuga su un’astronave, ma una bambina di otto anni nella cameretta. È coerente, e ha il peso di un’ossessione autoriale.

Le domande aperte

Restano sul tavolo tre interrogativi che il film dovrà sciogliere. Il primo: sarà un film didascalico o saprà tenere il sottotesto sotto? Pixar ha la mano leggera quando vuole, ma il tema “schermi cattivi” è il tipo di argomento che può scivolare nella predica nel giro di una sequenza. Lo studio stesso ha lasciato intendere che Lilypad non sia un cattivo nel senso tradizionale, e questo è un buon segno: significa che il film sembra interessato alla complessità, non al manicheismo.

Il secondo: dove si colloca Woody dopo la scelta di Toy Story 4? Il trailer accenna all’atteso ricongiungimento tra Woody e Buzz dopo che alla fine di Toy Story 4 il cowboy aveva deciso di lasciare la banda per aiutare i giocattoli smarriti. Come ci si arrivi, al momento, è parte del mistero promozionale.

Il terzo: è la fine? Trent’anni dopo il primo film, con il personaggio principale storico che passa a un ruolo di spalla, viene da chiederselo. Pixar non lo ha dichiarato, e finché non lo fa è solo speculazione.

Considerazioni finali

Toy Story funziona da sempre perché parla di cose enormi facendo finta di parlare di pupazzi. Funziona perché un cowboy di stoffa che ha paura di essere messo da parte è, a livello emotivo, identico a un genitore che teme di non servire più. Funziona perché una cowgirl chiusa in uno scatolone è la sintesi visiva di chiunque si sia sentito dimenticato. E adesso, con Lilypad, la saga prova a fare la stessa operazione con il presente più ingombrante: il rapporto tra bambini e dispositivi, raccontato non come una predica ma come una crisi di senso vista dalla parte di chi viene messo da parte.

Se il film riuscirà a tenere insieme tutto questo senza diventare un trattato, avremo il quinto capitolo all’altezza dei precedenti. Se inciamperà, sarà comunque interessante vederlo provare. Perché Pixar che torna a chiedersi cosa significhi essere utili, in un mondo che ha cambiato definizione di gioco, è esattamente il film che la saga doveva fare adesso. Non un capriccio commerciale, ma il passo successivo logico di una storia che, da trent’anni, racconta agli adulti cosa vuol dire crescere fingendo di intrattenere i bambini.

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