Taxi Driver è uno dei film più cupi mai usciti da Hollywood: un reduce insonne che sprofonda nella violenza, una New York malata di solitudine, un finale di cui si discute ancora oggi. Eppure, a sentire chi quel set lo ha vissuto da dentro, il momento più memorabile non fu girato davanti alla macchina da presa. Fu quando due giganti del cinema, Martin Scorsese e Robert De Niro, si ritrovarono incapaci di smettere di ridere davanti a una ragazzina di tredici anni.
A raccontarlo è stata Jodie Foster, ritrovatasi sul palco con Scorsese, De Niro e lo sceneggiatore Paul Schrader durante la reunion per i cinquant’anni del film al Tribeca Festival. All’epoca delle riprese Foster aveva tredici anni e interpretava Iris, la giovane prostituta che il protagonista vuole salvare. C’era una scena delicata da girare, e Scorsese stava provando a spiegarle un gesto: doveva abbassare la zip dei pantaloni di De Niro. Solo che né il regista né l’attore riuscivano ad arrivare in fondo alla frase senza scoppiare a ridere.
Il motivo, ha spiegato Foster, non era né la malizia né la volgarità. Era il contrario: erano talmente a disagio all’idea di dover dare quell’indicazione a una bambina che non ci riuscivano. De Niro diceva “glielo spiego io”, poi ricominciava a ridacchiare. Scorsese provava a dare la nota, e si bloccava. Due tra i più grandi talenti della storia del cinema, paralizzati dall’imbarazzo.

A sbloccare la situazione fu la più piccola di tutti. Stanca di aspettare, Foster prese in mano la regia per loro e mise in fila i passaggi con il tono pratico di chi non capisce dove sia il problema: prima abbasso la zip, poi faccio così, poi vado di là, qual è la difficoltà? La persona più composta e professionale sul set di uno dei film più duri da girare era la tredicenne.
Non era un caso isolato. Scorsese ha ricordato di averla conosciuta a undici anni, ancora in divisa scolastica, già con anni di lavoro alle spalle e un’autorità che lo aveva spiazzato: si era seduta e gli aveva parlato da pari, come a dire “sì, lo so fare, nessun problema, e tu cosa giri dopo?”. Lei stessa ha riassunto più volte la sua filosofia con i registi in una formula semplice: dimmi cosa vuoi, io lo faccio. A tredici anni la applicava già meglio degli adulti che aveva intorno.
C’è anche un dettaglio che spiega da dove venisse tutto questo. L’amore di Foster per il cinema nacque grazie alla madre, che la portava a vedere film europei, la Nouvelle Vague francese, il cinema giapponese. Ma fu l’ingresso al rallentatore di De Niro in un bar in Mean Streets, sulle note dei Rolling Stones, ad accendere la scintilla definitiva. Da lì in poi avrebbe accettato qualsiasi cosa Scorsese le avesse offerto.
Ed è proprio questo a rendere l’aneddoto così bello: ribalta il cliché. Immaginiamo il regista tormentato che dirige la bambina fragile, e invece la realtà era fatta di due adulti nervosi e di una ragazzina che insegnava loro la calma. Forse è lì, su quel set del 1976, che si intravede già la Jodie Foster che avremmo conosciuto: due Oscar, la sedia da regista, un’autorità che a tredici anni era praticamente già formata. Il film più buio della carriera di tutti loro nascondeva, dietro le quinte, una piccola storia di protezione e di sangue freddo.












