Eppure, guardando la sua carriera, il punto non è la tecnologia in sé. È il modo in cui Serkis ha usato corpo, voce e presenza scenica per dare credibilità emotiva a personaggi che, spesso, non esistono davanti alla cinepresa. Nato a Londra (Ruislip Manor) il 20 aprile 1964, Serkis cresce in un contesto familiare multiculturale: il padre Clement era un medico iracheno di origini armene, la madre Lylie un’insegnante inglese che lavorava con bambini disabili. Durante l’infanzia e l’adolescenza trascorre anche estati in Medio Oriente, in città come Tiro, Sidone, Damasco e Baghdad: un’esperienza che contribuisce a formare uno sguardo aperto verso mondi e linguaggi diversi. Prima di diventare attore, si appassiona al disegno e alle arti visive; alla Lancaster University studia pittura e teatro, immaginando inizialmente un percorso più vicino alla scenografia. Poi arriva il palco: recita in diverse produzioni studentesche e, da lì, la traiettoria cambia.
Il passaggio che segna un prima e un dopo è Gollum nella trilogia de Il Signore degli Anelli. Serkis viene coinvolto inizialmente come doppiatore, ma il risultato convince Peter Jackson al punto da affidargli anche i movimenti del personaggio. Per la voce, Serkis trova un’idea diventata celebre: l’ispirazione arriva dai suoni dei suoi gatti mentre tossiscono le palle di pelo, trasformati in un timbro disturbante e immediatamente riconoscibile. Il lavoro su Gollum entra nell’immaginario collettivo anche per le condizioni pratiche, a volte molto artigianali, con alcune riprese realizzate persino sul tappeto di casa di Jackson e poi inviate per completare gli effetti digitali. Quella performance viene oggi citata tra le più importanti dell’era moderna e Gollum è stato inserito tra i 100 più grandi personaggi del cinema.

Dopo Gollum, Serkis diventa il volto “invisibile” di un modo nuovo di fare cinema: nel 2005 interpreta King Kong, sempre per Jackson, studiando per mesi i movimenti dei gorilla allo zoo di Londra per rendere credibile ogni gesto. Dal 2011 al 2017 è Cesare nella trilogia reboot de Il pianeta delle scimmie, un ruolo spesso ricordato per la capacità di far passare umanità e leadership attraverso una creatura digitale. E nella nuova trilogia di Star Wars presta corpo e voce a Snoke, Leader Supremo. Nel frattempo partecipa anche a progetti dove la performance capture è un tassello di un lavoro più ampio: Le avventure di Tintin di Spielberg e Avengers: Age of Ultron (dove appare anche in carne e ossa come Ulysses Klaue, personaggio che riprende poi in Black Panther).
Ridurre Serkis al solo motion capture, però, non racconta tutto. Nel suo percorso ci sono ruoli “tradizionali” in film come The Prestige di Christopher Nolan, Inkheart – La leggenda di cuore d’inchiostro e Ladri di cadaveri – Burke & Hare. E c’è una dimostrazione recente di versatilità che molti spettatori hanno notato: nel 2022 entra nell’universo Star Wars anche con Andor, dove interpreta dal vivo uno straordinario Kino Loy con una interpretazione che ha lasciato un segno profondo nella serie pur avendo partecipato in sole 3 puntate, confermando che il suo mestiere non dipende da tute sensorizzate o da un set digitale.

A un certo punto, questa competenza diventa anche un progetto industriale e creativo. Nel 2011 Serkis fonda a Londra The Imaginarium Studios, uno spazio specializzato in performance capture destinato a diventare un punto di riferimento nel settore. È anche qui che matura l’altra metà della sua identità professionale: regista e produttore. Debutta alla regia con Ogni tuo respiro (2017), prosegue con Mowgli – Il figlio della giungla (2018), una versione più cupa del racconto di Kipling rispetto all’immaginario Disney, e nel 2021 dirige Venom: La furia di Carnage, sequel con Tom Hardy.
I riconoscimenti accompagnano questo percorso, tra premi legati alle performance e candidature per ruoli lontani dal fantasy: vince un Empire Award e due Saturn Awards per interpretazioni in motion capture; ottiene una nomination al Golden Globe per Longford (2008), dove interpreta il serial killer Ian Brady, e una candidatura ai BAFTA per Sex & Drugs & Rock & Roll (2010), nei panni del musicista Ian Dury. Nel 2020 riceve un BAFTA per il contributo eccezionale al cinema britannico e nel 2021 viene insignito dell’Ordine dell’Impero Britannico (OBE) per i servizi al dramma e alla recitazione.

Sul versante personale, Serkis è sposato dal 2002 con l’attrice Lorraine Ashbourne; hanno tre figli, Ruby, Sonny e Louis Ashbourne Serkis. Louis ha intrapreso a sua volta la strada della recitazione ed è apparso, tra gli altri, in The Kid Who Would Be King. Serkis è noto per una certa riservatezza: tende a parlare poco della famiglia, se non in rare occasioni.
E poi ci sono gli aneddoti che restituiscono la fisicità, spesso estrema, del suo lavoro. Durante le riprese de Le due torri, per una scena di Gollum, deve indossare una muta da sub e lanciarsi in acqua gelata. Possiede uno dei due anelli originali usati nella trilogia de Il Signore degli Anelli (l’altro è nelle mani di Elijah Wood). E in casa, a quanto raccontato, la voce di Gollum è diventata anche un modo per divertire i figli, soprattutto quando si comportavano male. Serkis ha anche pubblicato un libro di memorie, Gollum: How We Made Movie Magic, dedicato al dietro le quinte dell’esperienza con la trilogia di Jackson.

Negli ultimi anni, il suo rapporto con la performance si è esteso anche al videogioco narrativo. Serkis presta voce e interpretazione a Renoir in Clair Obscur: Expedition 33, un RPG a turni ambientato in un universo fantasy ispirato alla Belle Époque. Il titolo si distingue per un impianto estetico molto curato e per l’attenzione ai personaggi: nella storia, Renoir è coinvolto in una lotta contro la misteriosa Paintress, un’entità che ogni anno priva l’umanità di intere generazioni. Serkis ha dichiarato di essere rimasto colpito dalla forza visiva e dalla componente narrativa del progetto, descrivendolo come un’esperienza particolare anche rispetto al cinema.
Se c’è una linea che unisce tutto, non è il “trucco” digitale: è la continuità tra teatro del corpo, disciplina dell’osservazione (dai gorilla studiati allo zoo alle posture di un personaggio spezzato come Gollum) e capacità di trasformare la tecnologia in recitazione. È qui che Andy Serkis ha costruito la sua impronta: non facendo dimenticare l’artificio, ma rendendolo credibile abbastanza da farci dimenticare, per due ore, che non stiamo guardando un volto umano.












