Il secondo lungometraggio di Clint Bentley, dopo L’ultima corsa, trova nella dimensione epica e intimista insieme il suo territorio naturale, dove il contatto dell’uomo con l’universo non è armonia malickiana ma fatalismo puro, destino che incombe e si compie.
Il riferimento al cinema di Terrence Malick è immediato, quasi inevitabile. Ma qui la natura non è rifugio metafisico: è forza vivente che può nutrire o distruggere, come gli alberi che cadono e uccidono nel momento in cui vengono tagliati, o quelli a cui sono appese scarpe come reliquie di vite passate. Train Dreams è un viaggio nel tempo fisico e mentale, dove le azioni si mescolano ai ricordi e il presente è mostrato come qualcosa che è già avvenuto, già perduto.
Tratto dal racconto omonimo di Denis Johnson del 2002, il film ripercorre la vita di Robert Grainier nel nord-ovest americano all’inizio del Novecento. Rimasto orfano da bambino, bracciante e taglialegna instancabile, Robert si allontana da casa per lunghi periodi per costruire una nuova fattoria. Sembra aver trovato la felicità accanto alla moglie Gladys e alla figlia Kate, ma una terribile tragedia spezza questo equilibrio fragile. Come il treno che attraversa la galleria, la vita di Robert diventa un transito tra epoche, tra mondi che scompaiono.
Joel Edgerton offre una prova di rara intensità controllata. Nei suoi occhi vive un senso di incombente solitudine, attraversa gli avvenimenti come testimone involontario del Novecento. Il suo corpo porta le forme dell’identità e dell’alienazione che hanno attraversato la filmografia di David Fincher, diventando l’unico residuo di un passato prima dell’avvento della modernità con cui convive negli ultimi anni della sua vita, negli anni Sessanta. È un’interpretazione che sussurra invece di gridare, che accumula peso emotivo in ogni sguardo.
Accanto a lui, Felicity Jones appare come continua apparizione onirica, alla maniera delle dive anni Quaranta, una Jennifer Jones dei boschi e delle praterie. Anche i frammenti di felicità, come la scena in cui Robert e Gladys segnano il perimetro della casa dei loro sogni con dei sassi, sono mostrati già come ricordi, passato che continuerà a seguirlo per sempre. Bentley ha il dono di trasformare il presente in nostalgia immediata.
Il regista trova un miracoloso senso della misura nell’utilizzo della voce fuori campo, mai invadente, che diventa racconto orale sovrapposto alle immagini. La accompagna la colonna sonora composta da Bryce Dessner con la collaborazione di Nick Cave, autore del brano omonimo nei titoli di coda che chiude il film con malinconica potenza. Lo sguardo di Bentley è apparentemente controllato, quasi sobrio nel senso che non cerca di imporre uno stile, ma poi apre orizzonti imprevisti e inesplorati.
Train Dreams è un ritratto semplice ma toccante dove la natura diventa forma vivente e il cinema mostra l’impotenza davanti al destino ma anche davanti l’ingiustizia e la prevaricazione, come la brutalità verso i lavoratori cinesi. Non è una storia vera ma è raccontata come se lo fosse, con quella capacità di trasformare una vita normale, quasi trasparente e insignificante, in qualcosa di straordinario attraverso il potere dell’immaginazione e dei sogni.
Non basta uno sguardo visionario per costruire un film così. Ci vuole anche un trasporto sentimentale coinvolgente, e Clint Bentley possiede entrambi questi doni. Per questo il cammino di Robert Grainier trova la luce come quello di Benjamin Button, anche se procede in direzioni opposte. Il film, distribuito su Netflix con un cast che include anche Kerry Condon, William H. Macy e Paul Schneider, potrebbe rivelarsi la sorpresa dei prossimi Oscar, portando sul palco una riflessione poetica sul Novecento americano e sulla capacità del cinema di rendere immortale ciò che sembrava destinato all’oblio.












