Ogni sabato una donna torna allo stesso tavolo affacciato su Piazza Santa Croce, a Firenze, e apparecchia per due. Di fronte a lei dovrebbe sedere il suo promesso sposo, ucciso dall’esplosione di una mina all’indomani della Seconda guerra mondiale. Intorno le epoche si succedono, gli abiti cambiano, la piazza si riempie e si svuota di generazioni diverse. Lei resta ferma, prigioniera di un lutto che il tempo non scioglie. È questa l’immagine al centro di Dinner with Dante, il cortometraggio diretto da Cecilia Miniucchi e scritto da Katherine Schimmel, premiato alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Il Premio Kinéo a Venezia 83
Dinner with Dante riceve il Premio Kinéo “Diamanti al Cinema” come miglior cortometraggio. Il riconoscimento, storico appuntamento collaterale della Mostra che quest’anno festeggia venticinque anni dalla fondazione, viene consegnato durante la serata di premiazione al Lido. Un traguardo che pesa doppio per un’opera nata fuori dai grandi circuiti produttivi: girata interamente a Firenze, con mezzi contenuti e una comunità locale coinvolta in prima persona, porta a Venezia un tema che il cinema torna a interrogare con urgenza, quello delle ferite che i conflitti lasciano nelle persone molto oltre la loro fine ufficiale.

Le ferite invisibili della guerra
Il cuore del film non è la battaglia, ma ciò che resta quando la battaglia è finita. La protagonista non muore nell’esplosione che le porta via l’uomo amato: sopravvive, e proprio la sopravvivenza diventa la sua condanna. Ogni settimana rifà lo stesso gesto, rioccupa lo stesso posto, immagina la stessa cena mai consumata. Il dolore personale si allarga fino a diventare una riflessione universale sul trauma e sul valore della pace, senza bisogno di dichiararlo: basta osservare una figura sola che continua ad attendere qualcuno che non arriverà.
Accanto a lei, muta e immobile, la statua di Dante Alighieri che presidia la piazza. Con quel volto di pietra la donna intrattiene un dialogo silenzioso, un confronto tra due immobilità: quella del monumento, che attraversa i secoli, e quella del suo lutto, che attraversa i decenni senza mutare. Un accostamento che dà al racconto la sua misura, personale e insieme collettiva, e che intreccia la memoria di una singola vita a quella di una città e di un Paese.

Firenze, il bianco e nero e il tempo sospeso
La scelta di mantenere un’unica ambientazione, Piazza Santa Croce, trasforma il luogo in uno spazio fuori dal tempo. Il film attraversa decenni di storia, dal primo dopoguerra ai giorni nostri, ma non si sposta mai: a cambiare sono i costumi, i dettagli, l’atmosfera, mentre la donna e il suo tavolo restano identici. Il bianco e nero non è nostalgia: è lo strumento che rende senza data la vicenda, cancella i riferimenti cronologici immediati e lascia emergere solo l’essenziale, uno sguardo, un’attesa, un’assenza.
A rafforzare questa dimensione contribuisce la colonna sonora, costruita su un ronzio vocale femminile che accompagna l’intera durata. Non una melodia, ma una vibrazione continua: la voce interiore della protagonista e, insieme, quella di tutte le persone che la guerra e il trauma hanno ridotto al silenzio, dentro e fuori.

Un’unica interprete e una comunità
La regia affida tutto alla forza espressiva di una sola interprete, l’attrice italiana Gaia Bottazzi, di base a Londra. Il movimento è ridotto al minimo, il coinvolgimento nasce dagli occhi e dalle pause più che dai gesti: una prova di sottrazione, dove ogni espressione deve reggere il peso di ciò che non viene detto. Attorno a lei, la produzione ha scelto di lavorare quasi esclusivamente con volontari del territorio fiorentino, per custodire l’autenticità e la voce della comunità che quei luoghi li abita davvero. Alla direzione della fotografia c’è Cyrion Willems, mentre la sceneggiatura porta la firma di Katherine Schimmel, da anni impegnata sui temi dei diritti umani, che ha concepito il progetto come un richiamo alle vittime innocenti di ogni conflitto.
Cecilia Miniucchi, uno sguardo italiano a Hollywood
Dietro la macchina da presa c’è una regista dal percorso poco comune. Nata a Terni e formatasi negli Stati Uniti, Cecilia Miniucchi ha imparato il mestiere accanto a Lina Wertmüller, sua mentore, e ha attraversato la Zoetrope di Francis Ford Coppola. Il suo esordio nel lungometraggio, Expired, le è valso una candidatura alla Camera d’Or a Cannes dopo il passaggio al Sundance; è poi arrivato Life Upside Down, con Bob Odenkirk, Radha Mitchell e Danny Huston, presentato a Venezia. Più di recente, la commedia No Place Like Rome le ha portato due Premi Kinéo. Con Dinner with Dante torna a un registro intimo e civile, mettendo il linguaggio del cinema al servizio di una sola, ostinata domanda sulla memoria e sulla pace.












