Il programma che ruota attorno a serie TV, wrestling, doppiaggio, podcast, animazione e perfino spazio ed esports non sembra inseguire un “tema” unico, quanto un’idea di festival come crocevia. Un luogo dove l’identità non la fa un solo headliner, ma la somma di linguaggi che oggi, volenti o nolenti, convivono nelle stesse timeline e nelle stesse conversazioni.
Il volto che più chiaramente attiva la nostalgia seriale è John C. McGinley, annunciato a Napoli come l’iconico Dr. Cox di Scrubs. La sua presenza funziona per una ragione che va oltre il puro richiamo affettivo: Cox è stato uno di quei personaggi capaci di rendere “memorabile” un tono, un ritmo, un modo di stare in scena. Portare McGinley in un talk e in un momento di incontro con i fan significa puntare sul valore della performance e della carriera, non soltanto sul feticcio della citazione. In un’epoca in cui le reunion e i revival sono parte della grammatica dell’intrattenimento, l’apparizione pubblica di un interprete così riconoscibile diventa una lente per ragionare su come si costruisce un’icona: con la scrittura, certo, ma anche con la voce, i tempi comici, la durezza e l’umanità che un attore riesce a stratificare nel tempo.
Sul versante opposto, COMICON si “tinge di mistero” con From, presentata con un’anteprima che include la proiezione esclusiva del terzo episodio e la presenza di Catalina Sandino Moreno e Scott McCord. Qui il festival lavora su un’altra leva: non la memoria, ma l’attesa. L’evento, così impostato, non serve soltanto a mostrare un contenuto; crea un rito collettivo attorno a una serie costruita sul meccanismo della domanda, del non detto, dell’ipotesi. E la scelta di affiancare ai protagonisti due fan d’eccezione come LDA e Aka7even, con una performance legata a un brano citato nel programma, segnala un punto cruciale della contemporaneità: la promozione non è più una linea retta che va dallo schermo al pubblico, ma un triangolo in cui entrano musica, fandom e presenza scenica.
Un altro snodo interessante è l’arrivo degli show della WWE su Netflix, celebrato attraverso un panel che chiama in causa due fan dichiarati come Maurizio Merluzzo e Victor Laszlo e, come ospite speciale, Zerocalcare. Qui il COMICON intercetta un fenomeno che da anni vive di reinvenzioni: il wrestling come narrazione seriale, come mitologia popolare, come spettacolo che alterna agonismo, personaggi e format. Portarlo in un contesto “da cultura pop” ha un senso quasi didattico, nel migliore dei modi: legittima l’idea che le storie non abitino solo cinema e serie, ma anche ring e palazzetti, e che la grammatica dell’intrattenimento contemporaneo abbia imparato a prendere in prestito da ogni parte.

Accanto a queste tre colonne portanti, il calendario disegna un festival che gioca di sponda tra media e generazioni. L’area performance e voce, per esempio, passa anche dalle attrici e doppiatrici Jane Perry e Kirsty Rider, annunciate in un appuntamento che tocca insieme TV e videogame. È una direzione ormai evidente: i performer non appartengono più a un singolo mezzo, e i personaggi “vivono” su piattaforme diverse, con continuità e contraddizioni che il pubblico accetta e spesso pretende. Nello stesso solco si inserisce Crystal Reed, volto riconoscibile di Teen Wolf e poi transitata in altri immaginari pop, dalla DC televisiva a Gotham. Presenze di questo tipo servono a misurare un dato culturale: l’ecosistema delle franchise non è una gabbia, ma una rete di ruoli e comunità.
Il COMICON, però, non si limita alla galassia dello schermo. Luca Parmitano porta sul palco un discorso che accosta simulazione digitale e spazio, in un panel che lo vede insieme a Leo Ortolani e Caparezza. L’idea, così com’è presentata, è potente: i videogiochi come palestra indiretta, come linguaggio che costruisce competenze, immaginari e perfino vocabolari condivisi. Non è necessario trasformare questo spunto in un manifesto; basta riconoscerne l’effetto festivaliero: far dialogare mondi che raramente condividono lo stesso pubblico in presenza, pur incrociandosi costantemente nella cultura.
Anche la componente “dal vivo” più pura, quella del racconto e dell’ironia, è trattata come evento: Tintoria torna con una puntata speciale con Sio, e la scelta ribadisce una tendenza: i podcast, quando escono dallo schermo del telefono, diventano spettacolo, comunità, appuntamento. Allo stesso modo, la proiezione evento di Millennium Actress di Satoshi Kon, presentata con introduzione e dibattito con i Criticoni e Dario Moccia, indica una direzione editoriale precisa: l’animazione come cinema da discutere, non come nicchia da celebrare in automatico. Il valore qui è nel contesto, nel dopo, nel modo in cui la visione diventa conversazione.
Dentro questo mosaico, spicca anche un incontro che allarga il perimetro: Elisabetta Dami racconta la nascita di Geronimo Stilton. La scelta ricorda che la cultura pop non è soltanto consumo audiovisivo; è anche editoria, costruzione di immaginari, relazione con lettori che crescono e si portano dietro quei mondi. In un festival spesso associato al “nuovo”, inserire un momento di racconto su un fenomeno editoriale significa riconoscere continuità e radici.
Infine, l’esport ufficiale con la eSerie A Goleador 2026, tra playoff, Final Eight e community event, completa l’idea di COMICON come spazio dove l’audience non è solo spettatrice. Il pubblico può assistere, seguire, ma anche salire sul palco e misurarsi con i pro player: una dinamica che rende fisico ciò che di solito resta online, e che riflette una domanda sempre più esplicita nei grandi eventi pop, quella di partecipare e non soltanto applaudire.
COMICON Napoli 2026, per come si presenta, sembra voler affermare un principio editoriale chiaro: la cultura pop non è un territorio unico, è una città con quartieri diversi. Il festival prova a farli comunicare, mettendo nello stesso percorso McGinley e From, WWE e Satoshi Kon, Parmitano e gli esports, i podcast e l’editoria per ragazzi. La scommessa, più che sulla quantità, è sulla coesistenza: far succedere, nello stesso luogo, esperienze che parlano lingue differenti ma condividono lo stesso bisogno, quello di essere vissute insieme.












