Home Serie TV“A knight of the seven kingdoms”: le differenze rispetto a Game of Thrones

“A knight of the seven kingdoms”: le differenze rispetto a Game of Thrones

by Mauro Terrone

Il fantasy televisivo, negli ultimi anni, ha spesso inseguito la scala: mappe sempre più grandi, profezie sempre più rumorose, creature sempre più “mitiche”, guerre sempre più totali.

“A knight of the seven kingdoms” (Il cavaliere dei sette Regni), però, parte con un messaggio chiarissimo: in questo angolo di Westeros la meraviglia non nasce dall’eccesso, ma dalla misura. C’è un gesto, all’inizio, che funziona come dichiarazione d’intenti: il tema musicale che richiama le serie precedenti affiora per un attimo e poi viene interrotto bruscamente, sostituito da un momento volutamente prosaico legato al protagonista. Non è una presa di distanza polemica: è un modo per dire allo spettatore che sta entrando in un racconto diverso, e soprattutto in un diverso modo di adattare George R.R. Martin.

La serie nasce da “The Hedge Knight”, la prima novella del ciclo “Tales of Dunk and Egg”. E infatti qui non ci sono draghi in scena, né grandi battaglie, né il parco “prestige” di volti celebri che spesso accompagna i fantasy di alto profilo. Al centro c’è Duncan “Dunk” l’Alto (Peter Claffey), un uomo impacciato e ostinato, deciso a diventare cavaliere. Alla morte del suo mentore, Ser Arlan di Pennytree (Danny Webb), Dunk si ritrova solo con il cavallo Sweetfoot e un’idea pratica per sopravvivere: partecipare a un torneo per guadagnare qualcosa e, magari, legittimarsi.

Il problema è che, in questo mondo, diventare cavaliere non è solo questione di coraggio: servono credenziali, legami, riconoscimento. Dunk deve muoversi tra gerarchie e convenzioni cercando appoggi, mentre sul suo cammino compare Egg (Dexter Sol Ansell), un ragazzino che Dunk prova a respingere ma che, di fatto, non riesce a scrollarsi di dosso. È qui che la serie comincia a far valere la sua carta più forte: la relazione tra i due.

Dunk ed Egg diventano il motore emotivo del racconto, una delle amicizie più tenere e interessanti viste in questo universo televisivo. Dunk tenta di mantenere un’autorità “da adulto”, ma spesso cede alle richieste del compagno, anche quando rischiano di complicare ogni cosa. Egg, dal canto suo, porta addosso una malinconia insolita per la sua età: fa domande sulle canzoni e sulle storie che gli uomini si raccontano, cercando significati che Dunk non sempre afferra. Soprattutto, sembra desiderare un legame con un adulto che lo tratti come una persona, non come un intralcio.

Una scena notturna, piccola eppure rivelatrice, riassume bene il tono: Egg indica una stella cadente e parla della fortuna che porterebbe a chi la vede; Dunk lo invita a dormire, ma finisce per capire cosa c’è dietro quell’osservazione. Gli altri cavalieri, dice Egg, dormono in tende che li separano dal cielo, mentre loro restano all’aperto. “Quindi la fortuna è solo nostra?”, sembra confermare Dunk. È una parentesi intima che sostituisce l’enfasi epica con qualcosa di più raro: la vulnerabilità.

Intorno a loro ruota un mondo comunque vivo, fatto di incontri e caratteri che si impongono senza rubare la scena al cuore del racconto. Tra questi ci sono Lyonel Baratheon (Daniel Ings), edonistico e ingombrante, e Raymun Fossoway (Shaun Thomas), più caldo e immediatamente “amico”. Ma la storia resta ancorata a quell’asse: un uomo solo e un ragazzo ancora più solo, che trovano l’uno nell’altro l’unica cosa capace di proteggerli dalla durezza dell’epoca.

Eppure sarebbe un errore scambiare questa dimensione raccolta per leggerezza permanente. La serie, pur partendo con un’impronta più luminosa, cambia marcia a metà stagione: i primi tre episodi sono diretti da Owen Harris, mentre la seconda metà passa a Sarah Adina Smith, e il tono si fa più scuro. Le ombre, prima solo accennate, emergono con forza quando Dunk prende una decisione che mette in pericolo la sua vita e incrina l’equilibrio del regno.

Il volto più evidente di questa svolta è il principe Aerion Targaryen (Finn Bennett), presente al torneo con una violenza che sembra cercare un pretesto per esplodere. Bennett lo interpreta con una follia controllata, sempre sul punto di affiorare: un antagonista affascinante proprio perché la sua fame di guerra stride con un Westeros che, almeno in superficie, è in tempo di pace.

E il fantasy, allora? Qui sta la mossa più intelligente dell’adattamento: la serie non rinnega l’elemento fantastico, lo sposta. Nel corso dei sei episodi circolano sussurri di sogni che si avverano, di draghi ormai morti, di terre lontane che sembrano irraggiungibili. La magia non invade la scena, ma resta nell’aria come memoria, come mito, come promessa. È un Westeros segnato da battaglie passate, già inclinato verso quei cambiamenti che, col tempo, condurranno agli eventi conosciuti dal pubblico delle serie precedenti.

In questo senso, “A knight of the seven kingdoms” è diventata per molti un candidato forte a essere considerato il miglior adattamento fantasy del decennio: non perché alza l’asticella dell’apparato spettacolare, ma perché stringe il campo e punta sulla sostanza. La narrazione è più compatta, l’attenzione al materiale d’origine è dichiarata, e la costruzione dei personaggi lavora di fino, senza scorciatoie.

Westeros resta un luogo crudele, dove la morte può arrivare in modo orribile. Ma qui c’è anche spazio per la speranza: quella che passa dalla lealtà reciproca, dall’ostinazione a restare umani dentro un sistema disumano, dalla possibilità che un torneo e un cielo senza tenda sopra la testa valgano più di qualsiasi trono, almeno per capire chi si è. E se oggi il fantasy televisivo rischia di confondere il “più grande” con il “più importante”, questa serie ricorda un principio elementare: a volte, in un mondo enorme, la storia più potente è quella che sa restare vicina alle persone.

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