Damon Lindelof è stato licenziato da un film di Star Wars. Lo dice lui stesso, con quella candidezza disarmante che chi lo conosce come autore di Lost, The Leftovers e Watchmen riconosce immediatamente come parte del suo metodo: mettere a nudo le contraddizioni invece di nasconderle. E proprio quella tensione, quella voragine tra ciò che un franchise è stato e ciò che dovrebbe diventare, era al centro del progetto che stava sviluppando con Justin Britt-Gibson e Rayna McClendon prima che Lucasfilm ponesse fine alla collaborazione nel 2023.
Il progetto era legato a Rey, al futuro dell’Ordine Jedi dopo gli eventi di The Rise of Skywalker, e a tutto il peso narrativo che quella saga si portava appresso. Ma Lindelof ha chiarito che la sua ambizione andava ben oltre il semplice seguito. L’idea era trasformare il dibattito che da anni divide il fandom di Star Wars, quello tra chi vuole che il franchise onori il suo passato mitico e chi spinge verso un rinnovamento radicale, in materia narrativa esplicita, in conflitto drammaturgico, in storia.
“C’è una forza della nostalgia e c’è una forza della revisione, e sono in opposizione l’una all’altra”, ha spiegato Lindelof durante un’apparizione podcast, usando come paragone la Riforma Protestante: un’immagine insolita, certamente in stile Lindelof, ma tutt’altro che casuale. L’idea era portare quella rottura dentro l’universo di Star Wars, senza rompere la quarta parete, senza strizzare l’occhio allo spettatore, ma rendendola il cuore pulsante della vicenda.

Il problema non era la premessa
Lindelof riconosce di essere stato licenziato non perché la premessa fosse rifiutata, ma perché la scrittura si è rivelata straordinariamente difficile. La premessa era stata accettata. Era la pagina bianca, poi, a resistere. Trovare il tono giusto, collocare il film nel canone, definire il suo rapporto con l’episodio nove, stabilire se desse avvio a una nuova trilogia o stesse da solo: ogni decisione portava con sé il peso di un’intera mitologia.
“Tutte queste cose sono enormi, sono grandissime”, ha ammesso. E in quella grandiosità stava forse il problema fondamentale di un progetto che cercava di fare due cose insieme: raccontare una storia e commentare, dall’interno, la natura stessa del franchise che la conteneva.
Star Wars, nel decennio successivo alla Disney, ha vissuto esattamente quella crisi d’identità che Lindelof voleva mettere in scena. The Force Awakens aveva riportato al centro Han, Leia, Luke e la forza gravitazionale della trilogia originale, introducendo al tempo stesso Rey, Finn e Poe come nuovi protagonisti. La promessa implicita era che la saga avrebbe lasciato andare il passato per affidarsi a loro. Ma quella promessa non è mai stata del tutto mantenuta, e The Rise of Skywalker ha in qualche misura rappresentato il punto di massima tensione tra le due istanze: un film che ha cercato di soddisfare entrambe e che, almeno secondo una parte consistente del pubblico, non ha soddisfatto del tutto nessuna delle due.

Dove si trova il centro di Star Wars
La questione posta da Lindelof non è solo critica, ma quasi strategica: dove si trova, dopo il 2019, il centro emotivo e narrativo di Star Wars? La risposta era sembrata chiara dopo la trilogia sequel: Rey, Finn, Poe erano i nuovi protagonisti. Ma l’era dello streaming ha aggiunto nuove variabili. The Mandalorian e Grogu sono diventati figure centrali nell’affetto del pubblico. Ahsoka ha riportato in vita personaggi con radici profonde nell’universo animato. Il panorama si è frammentato, e la risposta a quella domanda è rimasta aperta.
“La nuova domanda è: Mando e Grogu sono ora il centro di Star Wars?”, ha detto Lindelof. Una domanda che, detto da chi ha lavorato per due anni a costruire una risposta diversa, suona come una riflessione genuina più che retorica.
Il film su Rey, nella versione ufficialmente annunciata da Lucasfilm al Star Wars Celebration Europe 2023, avrebbe dovuto essere diretto da Sharmeen Obaid-Chinoy, con Daisy Ridley di ritorno nel ruolo, e una sceneggiatura inizialmente affidata a Steven Knight. Anche Knight ha lasciato il progetto, e lo stato attuale della produzione resta incerto.

Quello che rimane, almeno per ora, è il racconto di un’idea ambiziosa: un film che provava a non scegliere tra nostalgia e futuro, ma a fare di quella scelta irrisolta il suo soggetto. Se fosse stata la strada giusta, non è dato saperlo. Ma il tipo di domande che poneva, a Star Wars e a sé stesso come franchise, restano senza risposta.












