Quando Django uscì nelle sale nel 1966, il western non era più quello di una volta. O meglio: stava per smettere di esserlo definitivamente. Sergio Corbucci portava sul grande schermo un pistolero che trascinava una bara nel fango, vestito di nero, consumato da una vendetta silenziosa, in un West che non aveva nulla della grandiosità epica del cinema americano. Aveva invece polvere, sangue, razzismo e ambiguità morale. Aveva Franco Nero.
A sessant’anni da quella prima uscita, Django torna nelle sale italiane dal 16 giugno in una versione restaurata in 4K, accompagnata da un nuovo trailer e da un poster celebrativo realizzati per l’occasione. Il restauro è stato curato dalla Fondazione Cineteca di Bologna insieme a Surf Film, a partire dalla scansione del negativo camera originale e del negativo sonoro italiano. I lavori tecnici sono stati eseguiti presso L’Immagine Ritrovata.

Il film è ambientato in un villaggio di confine con il Messico, schiacciato dalla brutalità di due fazioni rivali. Django vi arriva come un fantasma, con quella bara che è diventata forse l’immagine più riconoscibile dell’intero spaghetti western. Non si tratta di un dettaglio estetico: la bara è parte integrante della grammatica visiva del film, un oggetto che concentra in sé tutta la tensione tra morte e vendetta che attraversa l’opera dall’inizio alla fine.
Corbucci costruì un western che si allontanava consapevolmente dai modelli classici. Dove il genere americano tendeva all’eroismo lineare, lui optava per il fango letterale e metaforico: un paesaggio morale degradato, popolato da figure che non offrivano rassicurazioni facili. Django non era un eroe nel senso tradizionale, ma un anti-eroe immerso in un universo dominato dal fanatismo e dalla violenza sistematica. È questa scelta a rendere il film ancora oggi leggibile ben oltre i confini del genere.

Contribuì enormemente al carattere memorabile dell’opera anche la colonna sonora firmata dal compositore Luis Bacalov, premiato con l’Oscar per il suo lavoro in altri contesti, con il celebre tema cantato da Rocky Roberts: una canzone che è entrata nell’immaginario collettivo tanto quanto le immagini del film.
Nel corso dei decenni, Django ha generato una catena lunga di sequel, imitazioni e omaggi distribuiti in tutto il mondo, dal Giappone agli Stati Uniti. Registi come Quentin Tarantino e Takashi Miike hanno dichiarato pubblicamente la loro ammirazione per il film di Corbucci, contribuendo a tenere vivo il mito anche presso generazioni che non erano nate quando il film uscì per la prima volta. L’influenza di Django si è estesa ben oltre il cinema, raggiungendo fumetti, serie televisive e cultura pop internazionale.

Il ritorno in sala in versione restaurata non è semplicemente un omaggio nostalgico. È la possibilità di vedere su grande schermo, con la qualità visiva che la tecnologia attuale permette, un film che nel 1966 ridefinì le coordinate di un intero genere. E che, a sessant’anni di distanza, non ha smesso di fare esattamente quello per cui era stato concepito: disturbare, affascinare, lasciare il segno.












