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Recensione: Lioness 3×04, l’uccellino che beve diventa tortura

La quarta puntata della terza stagione dà un nome al rapitore di Joe e mette in scena la tortura più crudele finora, ma nella seconda metà la tensione si allenta.

by Mauro Terrone

Avviso spoiler: da qui in avanti si entra nel dettaglio di “Calabroni assassini”, quarta puntata della terza stagione di Lioness. Chi non l’ha ancora vista può rimandare la lettura.

Un giocattolo da scrivania, uno di quegli uccellini di vetro che si piegano a intingere il becco nell’acqua con moto ipnotico, diventa lo strumento di tortura più disturbante che Lioness abbia messo in scena finora. Accade nella quarta puntata della terza stagione, “Calabroni assassini”, ed è l’immagine che resta più impressa di un’ora che parte a razzo e poi, un po’ alla volta, perde colpi.

Due linee temporali, un’unica caccia

“Calabroni assassini”, diretta da D.J. Caruso e firmata da Taylor Sheridan, alterna due piani temporali. Nel presente, la squadra di Joe e la CIA inseguono il commando dell’SVR che l’ha rapita alla chiusura dell’episodio precedente: un’operazione di recupero che, per una volta, va a vuoto. La scelta di mostrare l’intelligence americana che fallisce sul proprio terreno, pur con tutti i suoi mezzi di sorveglianza, è la cosa più interessante del blocco iniziale: rende i personaggi fallibili e quindi umani, e restituisce credibilità a un genere, quello dello spionaggio, che troppo spesso dipinge le agenzie come infallibili. La regia degli inserti in elicottero è concreta, fisica, e si sente che gli interpreti sono davvero lì dentro.

Nel passato, sei mesi prima, si ricostruisce la caccia alla talpa nata dal dossier di Oleksandra Balakin, l’agente ucraina infiltrata da tempo nei servizi russi. È il filone che dà senso al titolo: scuotere il nido per vedere cosa ne esce, provocare la rete russa e osservare chi reagisce.

Renat, finalmente un volto sulla minaccia

Fin qui la stagione aveva mostrato il rapimento di Joe solo per frammenti. “Calabroni assassini” gli assegna un nome e un volto: Renat. Le sue intenzioni restano ambigue, ma il suo discorso è netto: indebolire gli Stati Uniti dall’interno finché l’opinione pubblica non invochi un uomo forte al comando, un uomo forte che sarebbe però un burattino di Mosca. Joe non si scompone, convinta com’è che la Russia sia tutt’altro che nella posizione di dettare quel copione.

È qui che la puntata piazza la sua sequenza migliore. Per fiaccare Joe, Renat non ricorre alla violenza da manuale del genere, ma alla privazione del sonno: gocce d’acqua fatte cadere per ore con l’aiuto di quel banale uccellino bevitore. Trasformare un oggetto domestico, quasi comico, in dispositivo di tortura è un’idea gelida, e Zoe Saldaña la regge tutta con il corpo e lo sguardo, vendendo allo spettatore ogni singola goccia.

Dove il ritmo si spegne

Il guaio arriva quando l’episodio si sposta stabilmente nel passato. La lunga preparazione dell’operazione esca e la sua messa in atto risultano fiacche, prive della tensione che percorre la parte al presente. A pesare è soprattutto l’incontro con Petrov, una scena che aggiunge poco e sottrae minuti che sarebbero stati più utili accanto a Joe e alla sua squadra, in contrasto con i loro passi falsi nel presente. La richiesta vaga di Petrov, per giunta, complica i piani della CIA, che inizia a temere che smascherare in blocco gli operativi russi possa ritorcersi contro.

Il metodo Sheridan si riconosce tutto: raccontare in modo non lineare, dosare le informazioni e rimandare le rivelazioni vere agli ultimi due episodi. La strategia costruisce attesa, ma chiede in cambio pazienza, e “Calabroni assassini” mostra il rischio della formula: quando l’azione si ferma e la parola passa alla geopolitica, la puntata rallenta e la componente spionistica, che è il vero motore della serie, passa in secondo piano.

Il fronte di casa e il verdetto

Sullo sfondo continua a muoversi il fronte domestico, con Neal sempre più schiacciato dalla paura per una minaccia che ha ormai varcato la soglia di casa. È materia che regge, ma che funziona finché resta cucita al filo principale e non lo rallenta.

Il bilancio è quello di una puntata a due velocità. Quando Lioness resta operativa, tra il recupero fallito e la tortura dell’uccellino bevitore, tocca il punto più alto della stagione. Quando invece si affida agli scambi tra Byron, Meade, Mullins e Petrov, perde mordente e sembra prendere tempo in attesa del finale. “Calabroni assassini” parte come una delle ore migliori di questa terza stagione e si chiude come una delle più interlocutorie: la caccia è aperta, ma la parte più elettrizzante, per ora, resta quella che la serie ci mostra e non quella che ci racconta.

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