La scena di apertura dell’episodio finale di The Boys è un funerale. Un rito familiare, intimo, per Frenchie, morto nella settima puntata. È un inizio volutamente basso di tono, quasi programmatico: questa serie, nella sua conclusione, ha deciso di non urlare.
“Reboot the Universe” è l’ottavo e ultimo episodio della quinta stagione, disponibile su Prime Video, e porta a compimento una storia iniziata nel 2019 con un’energia tagliente che negli anni si è progressivamente levigata. Il titolo dell’episodio riprende il piano di Patriota: annunciare la sua seconda venuta in diretta nazionale, a Pasqua, con una messa in scena messianica che include anche una frecciata all’indirizzo di Marvel, sotto forma di countdown con sedia vuota. Il dettaglio dice molto sul tono con cui la serie ha gestito il proprio ultimo anno: ironica, autoreferenziale, ma meno mordente di un tempo.
Il cuore emotivo dell’episodio appartiene a Kimiko. Dopo la morte di Frenchie, la sua nuova e devastante capacità, ribattezzata nel gergo dei personaggi “tit blast”, è bloccata da un dolore che supera qualsiasi rabbia. Butcher arruola Sister Sage per provocarla, con risultati parziali. Il momento che funziona davvero arriva dopo: Kimiko ha una visione di Frenchie, che le dice che la sua vera forza non è mai stata la furia, ma il cuore. È una scena sentimentale, quasi da cartone animato degli anni Ottanta, eppure funziona. In una stagione spesso fredda, quella visione è uno dei pochi momenti in cui la serie ricorda di cosa era capace quando si lasciava andare all’emozione senza calcolarla troppo.
Sul piano dell’azione, i Boys entrano alla Casa Bianca per tendere un agguato a Patriota, cadono in una trappola, vengono salvati da Ashley in un momento di ribellione, poi si dividono. Mother’s Milk e Hughie eliminano Oh-Father. Starlight si occupa del Deep, scagliandolo in mare. Nessuna delle due morti lascia una traccia particolare: sono esecuzioni narrative, non sequenze costruite per rimanere in mente.

Il momento più atteso è ovviamente la morte di Patriota. Kimiko, spinta dalla visione di Frenchie, colpisce lui, Ryan e un’altra figura con la sua esplosione che priva i Supes dei loro poteri. Patriota, indifeso e vociante, viene ucciso da Butcher davanti alle telecamere di tutto il mondo. È una morte volutamente squallida, priva di grandiosità. Il problema non è l’esecuzione in sé, ma quanto ci è voluto per arrivarci: una stagione intera costruita attorno a un’escalation di retorica e autodivinizzazione che ha finito per anestetizzare lo spettatore. Quando Patriota muore, quello che si prova assomiglia più a sollievo che a soddisfazione. La serie sembra consapevole di questo: Butcher, dopo un brevissimo senso di trionfo, si guarda intorno e non sente nulla.
Nelle sequenze finali, la narrazione si smista rapidamente. Ashley prende il merito del piano, viene messa sotto impeachment. Ryan rifiuta l’offerta di Butcher di formare una famiglia. Il cane Terrore muore nel sonno. Butcher, incapace di accettare che la morte di Patriota non sia sufficiente a fermare Vought, decide di usare il virus per colpire il quartier generale dell’azienda. Hughie lo ferma, da solo. I due si danno pace. Butcher muore per un colpo di pistola.
Per gli altri, lieti fine distribuiti con efficienza: Ryan va con Mother’s Milk, Kimiko parte per la Francia in onore di Frenchie, Singer torna alla presidenza, Hughie e Annie aspettano una figlia a cui daranno il nome della ex ragazza di Hughie, scelta che la serie stessa sembra trattare come marginale, ma che lascia qualche perplessità.
Il finale è ordinato, funzionale, emotivamente onesto nei momenti che sceglie di privilegiare. Non è un disastro. Eppure non riesce a riscattare retroattivamente una stagione che ha sofferto di sceneggiatura poco ispirata, ritmo lento e un budget visivo che sembrava consapevole dei propri limiti. La maggior parte degli episodi si è svolta in interni, con due o tre personaggi per scena, con rare aperture verso esterno. Se si trattasse di una scelta stilistica o di un vincolo produttivo, non è dato saperlo con certezza. Il risultato, però, era percepibile.

Quello che resta di The Boys, a cinque stagioni di distanza, è comunque sostanziale: almeno tre stagioni di televisione genuinamente brillante, una satira sul potere e sul culto della personalità che ha avuto il merito di non risparmiarsi, e un personaggio come Patriota che ha incarnato meglio di chiunque altro cosa succede quando la mancanza di empatia incontra il potere assoluto. Il finale non cancella nulla di tutto questo. Lo chiude, semplicemente, con meno forza di quanto la storia avrebbe potuto meritare.
Vale la pena notare che Soldatino e i personaggi di Gen V rimangono in vita, lasciando formalmente aperta la porta a continuazioni future. Non è un cliffhanger, ma un segnale che l’universo narrativo non si considera esaurito.
Tutti gli otto episodi della quinta stagione di The Boys sono disponibili su Prime Video.
