Al Marché du Film di Cannes 2026, tra pitch session e proiezioni riservate agli addetti ai lavori, un film ha catalizzato l’attenzione in modo del tutto insolito. Non per il cast, non per il budget di una major, ma per l’assenza di entrambi. Hell Grind, action-fantasy diretto dal regista kazako Aitore Zholdaskali, si presenta come il primo lungometraggio “AI native” della storia del cinema: nessun attore in carne e ossa, nessun set fisico, nessuna troupe tradizionale. Solo software generativi, migliaia di iterazioni e due settimane di elaborazione video.
Il film racconta le vicende di quattro giovani ladri, Roco, Lulu, Jax e Rein, che entrano in possesso di un’antica reliquia capace di aprire un portale verso gli inferi. Da quel momento il viaggio si dispiega attraverso scenari visivamente ibridi: templi tibetani, atmosfere dal Giappone feudale, una progressiva trasformazione del protagonista Roco che il film inquadra come dramma interiore oltre che spettacolo visivo. La frase promozionale scelta per sintetizzare il progetto è “Fantasy come tragedia. Azione come lutto”: una dichiarazione di intenti che ambisce a collocare Hell Grind al di sopra del semplice esercizio tecnologico.
Scritto da Zholdaskali insieme ad Adilkhan Yerzhanov, il film è stato realizzato interamente attraverso la piattaforma Higgsfield AI, con sede a San Francisco, sfruttando modelli generativi come Dreamina-Seedance 2.0, Soul Cinema e Soul Cast. La durata complessiva è di 95 minuti. Per costruire i soli primi 25 minuti del film, il team ha elaborato oltre 16.000 generazioni video, selezionando e rifinendo il materiale fino ad arrivare a poco più di 250 inquadrature definitive. Un dato che racconta bene quanto l’automazione, in questo contesto, non significhi assenza di lavoro umano: la selezione, la supervisione e la direzione artistica restano processi intensi, anche quando il pennello è un algoritmo.

Il dato economico è quello che ha fatto più rumore. Secondo Alex Mashrabov, CEO e cofondatore di Higgsfield, una produzione equivalente realizzata con metodi tradizionali avrebbe richiesto circa 50 milioni di dollari. Hell Grind è stato completato con meno di 500.000 dollari. Un rapporto di circa 1 a 100 che, nel contesto di un’industria abituata a ragionare in termini di decine di milioni già in fase di sviluppo, suona come qualcosa di più di una nota a margine.
Per Zholdaskali, la traiettoria di questa tecnologia ricorda quanto accaduto nell’industria musicale con l’arrivo dei laptop da produzione: strumenti che hanno abbattuto le barriere d’ingresso e permesso a una generazione di artisti di realizzare lavori ambiziosi senza dipendere da strutture industriali consolidate. La stessa logica, applicata al cinema, potrebbe aprire possibilità concrete per registi provenienti da contesti geografici e produttivi distanti dai grandi circuiti, che oggi si trovano spesso a dover attendere anni prima di vedere un progetto finanziato.
Il rovescio della medaglia è già al centro di un dibattito che attraversa l’industria audiovisiva globale. Sceneggiatori, artisti VFX, montatori e tecnici osservano una trasformazione che sembra procedere a velocità superiore a qualsiasi precedente innovazione tecnologica nel settore. La preoccupazione non riguarda tanto il singolo film, quanto la direzione di marcia: se i costi possono ridursi di due ordini di grandezza, cosa succede alle professioni che su quei costi si reggono?
La storia del cinema, però, invita a una lettura più sfumata. Ogni trasformazione tecnologica significativa, dall’avvento del sonoro alla diffusione del digitale, ha modificato profondamente i linguaggi e i mestieri del settore senza cancellarne la sostanza creativa. Hell Grind potrebbe non essere il film che sostituisce Hollywood, ma il primo segnale tangibile di una nuova fase in cui creatività umana e strumenti generativi imparano a coesistere, ridefinendo i confini di cosa significa fare cinema e, soprattutto, chi può permettersi di farlo.












