Grogu non recita. Non respira, non pensa, non sente. Eppure, da quando è apparso per la prima volta nel 2019 in The Mandalorian, milioni di persone si sono affezionate a lui come se fosse un essere vivente. Il merito non è solo della scrittura o del design: è il risultato di un lavoro artigianale preciso e collettivo, condotto da un team di cinque puppeteer che trasformano plastica, meccanismi e cavi in qualcosa di sorprendentemente umano.
Il puppeteer Mike Manzel, uno dei protagonisti di questo processo creativo, descrive il lavoro del team con un’immagine che rende l’idea meglio di qualsiasi spiegazione tecnica: è come suonare in una jazz band. Ognuno ha il suo strumento, ognuno ha il suo ruolo, ma il risultato è musica soltanto se tutti si ascoltano.
Grogu è una combinazione di rod puppetry e animatronics a controllo remoto. Manzel gestisce le braccia e mantiene un rod sul corpo per controllare i movimenti d’insieme, lavorando fisicamente vicino al pupazzo e venendo poi eliminato digitalmente in post-produzione. Dawn Dininger si occupa delle gambe. Jason Matthews controlla a distanza gli occhi, componente cruciale per ogni sfumatura espressiva. Victor Broadley gestisce le orecchie e la bocca, compreso il celebre sorriso. Trevor Hensley governa i movimenti della testa. Quando i cinque operatori lavorano in sincronia, il risultato è un personaggio che respira. Quando uno è fuori tempo, si sente.
La preparazione è intensa: il team riceve la sceneggiatura, analizza ogni scena, allestisce lo spazio e prova i movimenti girando video interni prima di ricevere il feedback del regista Jon Favreau. Ma la rigidità non funziona sul set. Favreau, secondo quanto raccontato da Manzel, parla direttamente al pupazzo durante le riprese: dice a Grogu come si sente, cosa prova in quella scena, e il team reagisce di conseguenza, improvvisando in tempo reale. Non è una metafora: è letteralmente la tecnica adottata.

Grogu comunica principalmente attraverso il volto, e il volto comunica attraverso gli occhi. Quando usa la Forza, gli occhi si stringono e il sopracciglio si abbassa: il personaggio si concentra. Quando è triste, le orecchie si abbassano. Ogni emozione ha la sua combinazione di movimenti, e trovare quella combinazione richiede anni di esperienza e prove continue.
Alcune espressioni restano difficili da replicare per ragioni puramente meccaniche: lo spazio interno al pupazzo è limitato e non tutto è tecnicamente possibile. Grogu, per esempio, non può applaudire. Una battuta pubblica di Conan O’Brien agli Oscar ha sfiorato proprio questo limite, e il team ha reagito con una certa ironia. Le lacune tecniche si aggirano con soluzioni alternative: un gesto diverso, una postura, un’inclinazione della testa che suggerisce l’emozione senza eseguirla letteralmente.
La camminata caratteristica di Grogu, quell’andatura oscillante che è diventata parte del suo DNA visivo, è evoluta nel tempo. Nella prima stagione di The Mandalorian il personaggio trascorreva buona parte del tempo nel suo passeggino o in braccio a Din Djarin: non erano ancora stati sviluppati i rod per i piedi, e Manzel simulava un piccolo trotto tenendo il pupazzo leggermente sollevato. Soltanto con The Book of Boba Fett sono stati introdotti i rod alle gambe, permettendo finalmente quei piccoli passi pestati che i fan conoscono bene.
Quando i movimenti richiesti dalla regia superano i limiti fisici del pupazzo, entra in scena Industrial Light and Magic, il reparto VFX di Lucasfilm. Il principio guida del team digitale, secondo quanto riportato da Manzel, è abbinare il lavoro CGI alla performance del pupazzo piuttosto che creare un personaggio autonomo: l’obiettivo è che lo spettatore non percepisca mai il confine tra le due tecnologie.

The Mandalorian and Grogu, in uscita nei cinema il 20 maggio 2026, ha posto al team una delle sfide tecnicamente più complesse della storia del personaggio: le scene di nuoto. Acqua ed elettronica non convivono facilmente, e Grogu è pieno di meccanismi e componenti sensibili. La soluzione ha richiesto lo sviluppo di una versione stagno del pupazzo, oltre ai due esemplari “eroi” normalmente utilizzati per le riprese principali e ad alcune versioni stunt. Manzel e Dininger hanno trascorso buona parte delle giornate di ripresa in acqua, gestendo il pupazzo in condizioni tutt’altro che ideali.
Il film segna anche un’evoluzione nella dinamica tra Grogu e Din Djarin, l’interpretato da Pedro Pascal. Se nelle serie il personaggio di Grogu era chiaramente il “figlio” protetto dal Mandaloriano, nel film il rapporto tende verso qualcosa di più paritario: Grogu come partner, non solo come cucciolo da salvare. Pascal, secondo quanto descritto da Manzel, interagisce con il pupazzo sul set come se fosse un unico personaggio: si rivolge direttamente a Grogu, reagisce a Grogu, lo guarda negli occhi. Il lavoro dei cinque puppeteer diventa invisibile, come deve essere.
Ed è esattamente in questa invisibilità che risiede il paradosso più affascinante di Grogu: un personaggio costruito da cinque persone, meccanismi e codice digitale, percepito come uno degli esseri più genuini dell’intero universo di Star Wars.












