A Venezia, quando le luci della sala si abbassano e lo schermo si accende, capita a volte di trovarsi davanti a un film che non è solo cinema, ma una lama affilata capace di incidere la realtà. Con No Other Choice, Park Chan-wook torna a raccontarci l’uomo contemporaneo e il suo smarrimento, firmando una satira che è al tempo stesso feroce e bellissima. Una storia che ci fa ridere e tremare, dove il sangue scorre con l’eleganza di un inchiostro, e la disperazione diventa paradossalmente spettacolo.

Il protagonista, You Man-su, è un operaio di cartiera che dopo venticinque anni viene gettato fuori come una macchina rotta. È qui che Park accende la miccia: Man-su non si arrende al destino, non accetta di cambiare pelle. Così immagina un piano folle, quasi da tragedia greca mascherata da commedia nera: attirare falsi candidati con un annuncio di lavoro e “eliminare la concorrenza”.

Ma non siamo davanti a un thriller qualunque. Come nota il Guardian, il film non segue la formula del serial killer, piuttosto scava nelle fratture della famiglia, nella mascolinità tossica, nel trauma e nell’alienazione di una società che divora i suoi figli. Il tono si sposta continuamente: da un’ironia grottesca che ricorda i cartoni animati, a sequenze oniriche che sembrano incubi lucidi, fino a un finale che lascia il gelo della consapevolezza.

Ogni inquadratura, come sottolinea Variety, porta con sé la prova che Park Chan-wook è forse “il regista più elegante del mondo”. Anche nel sangue, anche nel caos, c’è un senso di grazia: la sua macchina da presa trasforma la disperazione in una danza, il degrado in estetica, la crudeltà in arte.

Perché vederlo

Perché non è solo un film, ma un’esperienza che ci costringe a guardarci allo specchio.

Perché racconta la nostra epoca con una lucidità implacabile: il lavoro che scompare, la precarietà che diventa abisso, la paura di non avere un futuro.

Perché sa essere terribilmente attuale eppure universale, parlando a chiunque si sia sentito almeno una volta di non avere “nessun’altra scelta”.

E perché Park riesce a fare tutto questo con una leggerezza tragica, capace di trasformare la disperazione in spettacolo e di lasciare nello spettatore un sorriso amaro che non si spegne facilmente.

No Other Choice è una parabola crudele, un’elegia contemporanea travestita da commedia nera. È il cinema che diventa specchio, che ci fa ridere mentre ci mostra l’abisso, che ci seduce con la bellezza per poi colpirci con la verità. A Venezia si esce dalla sala con la sensazione che Park Chan-wook non abbia soltanto diretto un film: abbia costruito un rito collettivo, un canto dolente e raffinato sull’uomo e sul suo tempo. Un film che non si limita a intrattenere, ma che resta dentro, come un’eco difficile da zittire.