C’è qualcosa in Monster che riesce a catturare il buio più profondo dell’animo umano. Sarà per la firma disturbante e ipnotica di Ryan Murphy e Ian Brennan, o forse per quella capacità rara di trasformare la cronaca in mito, e la realtà in incubo. Fatto sta che, dopo il successo travolgente della prima stagione dedicata a Jeffrey Dahmer – più di un miliardo di ore di visione in meno di sessanta giorni – e la seconda sui fratelli Menendez, la serie antologica si è ritagliata un posto d’onore tra i titoli più visti e discussi di sempre su Netflix. Ora, con la terza stagione, il male assume un volto diverso, ancora più antico, radicato nella terra, nei silenzi e nelle ossessioni domestiche. E quel volto è quello di Ed Gein.

Lontano dai serial killer mediatici e teatrali, Ed Gein era un uomo minuto, solitario, cresciuto all’ombra di una madre dispotica e ultrareligiosa, in un paesino sperduto del Wisconsin negli anni ’50. Viveva in una fattoria fatiscente, isolato dal mondo, ma il suo nome avrebbe finito per influenzare decenni di cinema horror. Monster: The Ed Gein Story, disponibile su Netflix dal 3 ottobre 2025, racconta la vera origine di alcune delle figure più spaventose del grande schermo, da Norman Bates a Leatherface. Ma lo fa andando oltre la superficie: indagando la mente, la follia silenziosa, il trauma e la distorsione dell’amore filiale.

La serie ci riporta in un’America rurale e inquieta, dove il silenzio è più assordante delle urla. Ed Gein non è solo un assassino: è il risultato di un’educazione fanatica, di una madre ossessiva e di una solitudine che diventa delirio. Non ha mai usato una motosega, come erroneamente suggerito da alcune immagini promozionali: non era spettacolare, ma meticoloso, disturbante, freddo. Scavava tombe, creava trofei, e viveva in una casa-museo dell’orrore, tra resti umani e reliquie deformate dall’amore patologico per Augusta, sua madre.

Murphy e Brennan tornano a esplorare non solo i crimini, ma la costruzione dell’immaginario. Perché questa non è solo una storia vera: è il seme di decine di racconti cinematografici. Con Monster, il true crime si trasforma ancora una volta in qualcosa di più: una riflessione estetica, culturale, psicologica sul male e sulle sue rappresentazioni.

Il cast: trasformazioni e presenze inquietanti

Il protagonista assoluto è Charlie Hunnam, irriconoscibile nei panni di Ed Gein. Un ruolo sfidante, radicale, che lo porta lontano dagli eroi tormentati di Sons of Anarchy per calarsi in una figura disturbante e sottilmente tragica.

Accanto a lui, Laurie Metcalf interpreta Augusta Gein, madre-padrone, vera origine del male.

Nel cast troviamo anche:

Tom Hollander nel ruolo di Alfred Hitchcock,

Olivia Williams in quello di Alma Reville,

Suzanna Son, Vicky Krieps (nei panni di Ilse Koch),

Joey Pollari, Lesley Manville, Tyler Jacob Moore, Mimi Kennedy,

Will Brill, Robin Weigert,

e, in un’apparizione sorprendente, Addison Rae.

L’inserimento di Hitchcock nella narrazione suggerisce un dialogo metacinematografico: come se il racconto di Gein fosse anche una riflessione su come il cinema stesso ha imparato a “digerire” il male.

Monster: The Ed Gein Story non è una serie da binge-watching spensierato. È un viaggio nell’orrore più puro, quello che non ha bisogno di urla né di sangue a fiumi. È la storia di un uomo spezzato, e di un Paese che non ha mai smesso di trasformare i suoi mostri in leggende.

Con questa terza stagione, Monster conferma la sua forza narrativa e la capacità di trasformare le crepe dell’America in racconti universali. Ed è proprio questo il vero terrore: sapere che certi incubi non sono nati nei romanzi o nei film, ma nella realtà. Una realtà che, a volte, ha il volto più banale del vicino di casa.

Netflix ci invita a guardarci dentro. E stavolta, quello che vedremo, potrebbe davvero non piacerci.

Di Martina Bernardo

Vengo da un galassia lontana lontana... Appassionata di cinema e serie tv anche nella vita precedente e devota ai Musical