Un bambino si rifiuta di consegnare la palla. È il 1975, la partita è di quelle che un ragazzino ricorda per tutta la vita, e il giovane Hal Jordan non ha nessuna intenzione di lasciare il monte di lancio. Lanterns apre il suo settimo episodio, The Jordan Boys’ Legacy, con questa immagine minuscola e testarda, e ci costruisce sopra l’ora più dolorosa e più riuscita della stagione. Dopo due puntate in cui Hal era diventato un cadavere da cui partire, la serie di HBO lo rimette al centro, e lo fa nel modo più spiazzante: raccontando che quel coraggio leggendario non era coraggio.
Lanterns 1×07, la coppia torna in pista con un Hal di vent’anni fa
Il sesto episodio si era chiuso con John Stewart che apriva la bara di Hal, infilava l’anello e ne evocava l’Halogram. Il settimo riparte da lì e trasforma la trovata in un poliziesco a due, la formula che la serie aveva accarezzato per tutta la prima metà della stagione. Solo che stavolta i ruoli sono rovesciati. Aaron Pierre interpreta un John più vecchio, stanco e navigato; Kyle Chandler presta il volto a una copia di Hal ferma al 2006, l’anno in cui l’anello ha salvato il suo ultimo backup. È un Hal che non sa nulla del disastro di Rushville, del carcere, della sceriffa Kerry. Deve farsi raccontare la propria vita da chi l’ha vista finire.
Il gioco funziona soprattutto quando la sceneggiatura, firmata da Damon Lindelof e Tom King, lo usa come strumento d’indagine. Il momento migliore è una piccola trappola: John racconta all’Halogram che al funerale erano presenti anche i membri del Corpo, Mogo compreso, e la proiezione capisce all’istante che qualcosa non torna. Chi conosce i fumetti sorride, visto che Mogo è un pianeta senziente; chi non li conosce assiste comunque a una scena da interrogatorio, con John che mette alla prova la memoria del suo testimone. È Chandler al meglio, spavaldo e affettuoso nello stesso respiro, un Hal che ricorda molto da vicino il fascino da bravo ragazzo che l’attore aveva già mostrato ai tempi di Ultime dal cielo.
L’eredità dei Jordan, quando l’assenza di paura è una ferita
Il cuore dell’episodio sta nel prologo del 1975. Martin Jordan, interpretato da Jake B. Miller, difende il figlio davanti all’allenatore e poi gli consegna la chiave di una cassaforte, da usare se un giorno gli dovesse succedere qualcosa, esattamente come aveva fatto suo padre con lui. Nello stesso scambio gli chiede di lasciar andare quella palla, perché tenerla stretta per sempre sfinisce. Sembra una lezione paterna qualsiasi. Diventa, un’ora più tardi, la chiave di tutto.
La rivelazione arriva nella parte finale, e Lanterns la maneggia con una delicatezza che non era scontata. Martin non è morto in un incidente aereo davanti agli occhi del figlio, come accade nei fumetti: si è tolto la vita, come aveva fatto prima di lui il nonno di Hal, e ha lasciato al ragazzo una lettera in cui chiamava quel dolore l’eredità dei Jordan, passata di padre in figlio. L’impavido Hal Jordan, l’uomo senza paura scelto dall’anello, non era coraggioso. Era terrorizzato all’idea di diventare come loro, e aveva trasformato quel terrore in sfrontatezza.

È una scelta forte, che riscrive uno dei personaggi più classici della DC, e la serie la giustifica mettendola in dialogo con la storia di John. Per sei episodi abbiamo visto come la paura di un padre abbia deformato l’infanzia di John Stewart, con quelle mele fatte esplodere sulla sua testa per insegnargli a non tremare. Adesso scopriamo che anche Hal portava addosso lo stesso marchio, solo meglio nascosto dietro il sorriso. Lanterns dice qualcosa di preciso e poco consolante sugli uomini e sul coraggio: spesso quello che chiamiamo eroismo è il rifiuto di ammettere ciò che ci spaventa, e il conto prima o poi arriva. Per una serie di supereroi è un’affermazione quasi sovversiva.
Kelly Macdonald e l’incontro che valeva tutta la sottotrama
Se la settimana scorsa il legame tra Hal e la sceriffa Kerry Kane era soprattutto raccontato, qui finalmente lo vediamo. L’Halogram chiede di incontrarla e Kelly Macdonald regge la scena con una misura rara: il sollievo, la diffidenza, il lutto che torna a galla davanti a un uomo che ha il volto di chi ha amato ma non ricorda nulla di lei. È la sua prova migliore nella serie, e basta un gesto, una mano sul viso, per rendere credibile una storia d’amore che fino a ieri stava solo nei dialoghi.
Quel gesto, però, è anche l’indizio che accende i sospetti dell’Halogram: e se fosse stata lei a uccidere Hal? La serie semina il dubbio con abilità, senza sciogliere il nodo. Più avanti, sul battello, John e la proiezione arrivano a formulare un’ipotesi ancora più scomoda, cioè che Hal possa aver seguito la strada del padre e che Kerry abbia fatto sparire la pistola. L’episodio non risponde, e fa bene: il giallo resta aperto per il finale.
Oltre il portale nero, il pianeta di Antaan e l’arrivo di Sinestro
La cassaforte di Hal, dopo tanta attesa, contiene poco: uno zaino con una borraccia, un poncho, barrette proteiche e una pistola. E un portale nero, che spedisce John e l’Halogram sul pianeta devastato di Antaan. Chi mastica Lanterna Verde riconosce la citazione: un buco nero di trasporto simile compariva già nel 1960, sul secondo numero di Green Lantern firmato da John Broome e Gil Kane, ed era la via d’accesso a Qward, il mondo dell’universo di antimateria da cui proviene l’anello giallo di Sinestro.
Lì scopriamo cosa ha fatto il Manhunter: ha liberato un gas capace di scatenare un terrore insostenibile, e la popolazione di una città sospesa nel cielo non è sopravvissuta. L’ambientazione è forse la parte meno rifinita dell’episodio, un paesaggio desolato che visivamente dice meno di quanto dovrebbe. Funziona molto meglio il viaggio in barca verso una luce lontana, sospeso e irreale, con una fabbrica misteriosa all’orizzonte che fa pensare alle atmosfere più visionarie del Twin Peaks del ritorno. Il gas colpisce anche John, riportandolo alle visioni del padre e dell’infanzia, e sarà l’Halogram a salvarlo appena in tempo. È qui, in questo momento di massima fragilità, che Hal gli consegna la verità sui Jordan: la scrittura sa che certe confessioni si fanno solo quando l’altro ha appena toccato il fondo.
Poi la sorpresa. Una figura incappucciata aggredisce l’Halogram, che svanisce, e pretende la barca; John la mette a terra con un pugno. Sotto il cappuccio c’è Sinestro. Ulrich Thomsen ha avuto finora pochi minuti a disposizione, ma li ha sfruttati bene, e l’idea di ritrovarlo su quel pianeta apre domande che il finale dovrà per forza affrontare: che rapporto c’è tra il gas della paura e il futuro Corpo di Sinestro, e che cosa ci fa lui laggiù.
Cosa zoppica ancora
Non tutto gira. La sottotrama di Maggie, con John costretto a mettere insieme 315.000 dollari per togliersela di torno e a chiedere aiuto ai fratelli Aaron e Marcus, continua a sembrare un corpo estraneo, un ingranaggio da thriller che toglie minuti senza aggiungere peso. Anche la cerimonia sportiva di Noah, il figlio di Kerry, serve soprattutto a fare da contrappunto al prologo, con un allenatore che elogia il gioco di squadra dove quello di Hal pretendeva l’obbedienza: il parallelo è chiaro, ma la scena da sola non regge. E l’allenatore del 1975 è talmente sopra le righe da sfiorare la caricatura.
Verso il finale di Lanterns
L’episodio si chiude tornando al 1975: il piccolo Hal va a riprendersi la palla che aveva lanciato via. Non riesce a lasciarla andare, come il padre non era riuscito a lasciar andare il proprio dolore. Diretto da Alik Sakharov, The Jordan Boys’ Legacy è il penultimo capitolo di una stagione che, passo falso del quinto episodio a parte, ha saputo sorprendere quasi ogni settimana, e ha trovato nella paura il vero tema del suo racconto su Lanterna Verde. Resta un solo episodio per dirci chi ha ucciso Hal Jordan, come John Stewart tornerà a indossare l’anello e che partita intende giocare Sinestro. Dopo un’ora così, la fiducia è ben riposta.
Il settimo episodio di Lanterns è disponibile su HBO Max dal 28 settembre; il finale di stagione arriva lunedì 5 ottobre.












