Home Paramount +Recensione: ‘Lioness 3×06’, il salvataggio di Joe appeso a un filo

Recensione: ‘Lioness 3×06’, il salvataggio di Joe appeso a un filo

Il sesto episodio ribalta il colpevole e trasforma la sola preparazione del salvataggio in un'ora tesissima, ma ci lascia ancora una volta con il fiato sospeso.

by Mauro Terrone

Attenzione: questa recensione contiene spoiler sull’episodio 6 della terza stagione di ‘Special Ops: Lioness’.

Per cinque episodi Special Ops: Lioness ci ha convinti di sapere chi tenesse in pugno Joe. Sugar Land, sesto capitolo della terza stagione firmato da Taylor Sheridan e diretto da D.J. Caruso, smonta quella certezza nel giro di un’ora e ci consegna la puntata più adrenalinica del ciclo, costruita su una tensione che non concede un attimo di respiro. Persino la sola preparazione dell’operazione di salvataggio vale il prezzo della visione.

La pista russa era un depistaggio

Il colpo di scena arriva e riscrive la stagione. Per sei episodi ogni personaggio ha lavorato sull’idea che dietro il rapimento ci fosse la Russia, una vendetta per Aleksi Yurimov. Sugar Land rovescia il tavolo e indica l’Iran. Renat, l’uomo dell’SVR agganciato all’ambasciata russa, è stato pagato profumatamente per prelevare Joe, e ha usato agenti a contratto bielorussi, lo stesso schema russo di sempre, proprio per tenere la CIA lontana dalla vera mano iraniana. A cose fatte consegna Joe a Babat, l’agente iraniano che la porterà fino in fondo: le amputa un dito del piede e le promette di tenerla in vita, perché serva da esempio.

Il meccanismo della falsa bandiera è l’idea più intelligente della stagione, ed è qui che Sheridan mostra il mestiere. Un dubbio però resta, ed è nostro: spostare la regia sull’Iran significa scegliere un nemico geopolitico comodo, e rischia di appiattire quella zona grigia, tutta corruzione interna e complicità americane, che finora era la parte più scomoda e interessante del racconto.

© Paramount+

Un’operazione di salvataggio con il cronometro in mano

La seconda metà dell’episodio è puro nervosismo procedurale. Kyle rintraccia Oleksandra Balakin, finita sotto protezione testimoni a Tulsa con una nuova identità, e la sua lettura della situazione è la chiave di volta: nessun aereo è mai decollato senza piano di volo, quindi Joe non ha mai lasciato lo spazio aereo americano, e un’operazione da oltre cento milioni di dollari restringe di colpo la lista dei mandanti. È lei a mettere l’Iran in cima ai sospetti, a decifrare lo schema bielorusso e a ipotizzare persino il decollo da un terminal privato vicino Houston.

Da lì il conto alla rovescia. Amber Whelan riduce tutto a tre finestre utili per riprendersi Joe viva: la casa sicura, il transito tra i veicoli, l’ingresso al terminal. Superato l’imbarco, non c’è più partita. La squadra neutralizza l’aereo e il suo equipaggio di scorta, ma perde nello stesso momento l’occasione più pulita per l’intercettazione. E poi il quasi contatto che fa male: due operatori arrivano davanti alla casa giusta, quella dove Joe è tenuta prigioniera, e vengono dirottati altrove un istante prima di scoprirla. Babat la sposta poco dopo. Il montaggio di queste sequenze è la ragione per cui la puntata funziona: non serve nemmeno lo scontro finale, basta la coreografia dell’attesa a tenerci inchiodati.

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Il passato si chiude in fretta, forse troppa

Nel frattempo la linea temporale del passato viene archiviata. Il Segretario di Stato Edwin Mullins convoca il senatore Ryan Olson a colazione, dove ad aspettarlo ci sono Joe, Kaitlyn Meade e Byron Westfield. Le opzioni sono due, dimissioni immediate o incriminazione con sequestro di ogni bene, finché Joe, rimasta sola con lui, ne aggiunge una terza. Olson sceglie quella, e si toglie la vita su un’autostrada della Virginia. Sullo sfondo la retata si allarga a oltre trentasette persone e l’FBI arriva a bussare all’ambasciata russa.

È una chiusura efficiente, ma anche un po’ troppo ordinata: il filone dello spionaggio interno viene ripiegato con la fretta di chi deve liberare spazio per il salvataggio, e un intreccio che prometteva ambiguità si scioglie in un elenco di arresti.

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Un finale che ci lascia di nuovo sospesi

Il vero asso della puntata è il modo in cui ci saluta. La squadra è arrivata vicinissima, di nuovo, e di nuovo il bersaglio le sfugge tra le dita nel momento sbagliato. Con due episodi ancora davanti, non è affatto scontato che il salvataggio vero e proprio arrivi la settimana prossima: il finale è costruito apposta per farci temere l’ennesima occasione mancata, e questa incertezza, unita alla crudeltà messa in campo da Babat, è la carta più spietata ed efficace di Sugar Land. Ci lascia con la sensazione che, per quanto la preparazione sia stata impeccabile, potremmo vedere la squadra fallire ancora prima di riuscirci.

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