La bandiera palestinese arriva al Lido di Venezia via mare. Lunedì 7 settembre, alle 16.30, un’imbarcazione della Global Sumud Flotilla è attesa a Riva di Corinto, sullo spazio che Isola Edipo tiene aperto per tutta la durata della Mostra, e a bordo verrà issato il vessillo. Non è un gesto isolato: è il centro visibile di una campagna che, un anno dopo il primo appello, torna a chiedere al cinema di prendere posizione.
L’attracco e la conferenza stampa al Lido
L’iniziativa è promossa da Venice4Palestine insieme alla Global Sumud Flotilla e a Morion Laboratorio Occupato, con il sostegno di Isola Edipo e di Artists for Palestine Italia. Al momento dell’attracco è prevista una conferenza stampa congiunta, durante la quale gli attivisti della Flottiglia annunceranno, secondo il comunicato, le missioni che intendono intraprendere a ottobre, mentre i rappresentanti del collettivo illustreranno i dettagli dell’appuntamento del giorno successivo. Il comunicato parla di personalità del cinema e della cultura presenti alla Mostra, unitesi all’iniziativa nonostante gli impegni professionali: i nomi non vengono anticipati.
La scelta del luogo non è casuale. Isola Edipo, il cuore off del festival, ha dichiarato apertamente il proprio sostegno alla rete e mette a disposizione lo spazio di Riva di Corinto come punto d’incontro. La bandiera issata a bordo, spiegano gli organizzatori, vuole onorare i cineasti che hanno firmato i film palestinesi presenti quest’anno al Lido.
I due film palestinesi al centro dell’appello
È qui che la vicenda tocca il cinema nel senso più stretto, e non solo la cronaca. La selezione ufficiale dell’83ª Mostra ospita due titoli palestinesi, ed è in ragione della loro presenza che il gesto della bandiera prende forma.
Al Mowaten Osama (Citizen Osama), diretto da Ahmed Hassouna, è un documentario ambientato nel nord di Gaza, in programma in Venice Open, Fuori Concorso, come coproduzione tra Palestina e Francia. Segue Osama Al-Ashi, fotografo divenuto documentarista, che continua a filmare ciò che lo circonda mentre cerca di proteggere la moglie e il figlio appena nato. Sessantanove minuti girati dentro la guerra, non a distanza da essa.
Hiwar ma’ albahr (Conversation with the Sea), di Muayad Alayan, arriva invece in anteprima mondiale nella sezione Venezia Spotlight. Racconta di Kamal, un palestinese di sessant’anni che vive a Gerusalemme e a cui un tribunale israeliano ordina di saldare un debito previdenziale intestato al figlio, annegato decenni prima nel Mar Rosso e di cui non resta traccia ufficiale. Alayan parte da una vicenda familiare per affidarla alla finzione, tenendo insieme il registro intimo e quello politico.
Sono due sguardi diversi, il documentario e il racconto di finzione, che dicono la stessa cosa: la vita palestinese esiste, ha un volto e una storia, e il festival la mostra. Portarli al Lido è già una presa di posizione, prima ancora di ogni bandiera.

La richiesta alla Biennale e il nodo del vessillo
Attorno a questi due titoli ruota la domanda più discussa dell’appello: che la Mostra esponga la bandiera palestinese accanto a quelle degli altri Paesi rappresentati, per tutta la durata del festival. Il collettivo la presenta come una prassi già riconosciuta, legata ai Paesi delle opere in selezione. Il regolamento della Mostra, però, non disciplina i vessilli, e il programma ufficiale non ne annuncia l’esposizione: in assenza di una norma, la decisione resta nelle mani della Biennale. Da qui la scelta degli organizzatori di issare comunque la bandiera dove possono, a bordo dell’imbarcazione.
Dal molo alla Casa degli Autori
L’attracco è il primo di due appuntamenti ravvicinati. Il giorno seguente, martedì 8 settembre, alle 17.30, la campagna si sposta alla Casa degli Autori, ospite delle Giornate degli Autori, con il panel Eppure Gaza continua a bruciare: a cosa serve vedere se non ad agire?. Attorno al tavolo, secondo gli organizzatori, esperti di diritto internazionale, rappresentanti della Global Sumud Flotilla e dei portuali di USB Mare e Porti/CALP di Genova, per discutere strumenti legali e contrattuali con cui chi lavora nel cinema possa rifiutare quella che il collettivo definisce complicità.
L’appello che fa da cornice a queste giornate ha raccolto un elenco di firme di primo piano, dalla premio Nobel Annie Ernaux a Roger Waters, da Matteo Garrone ad Anna Foglietta, fino a Luigi Lo Cascio, Jasmine Trinca e Céline Sciamma. È il segno che, a Venezia, la questione non resta confinata ai margini del festival: attraversa la sala e il molo insieme.
Cosa resta, oltre il gesto
Una bandiera issata su una barca dura il tempo di una conferenza stampa. I due film restano, e resteranno anche quando i riflettori del Lido si saranno spenti. È forse questo il punto su cui la campagna e la Mostra, pur da posizioni diverse, finiscono per convergere: il cinema che sceglie di guardare dove altri distolgono lo sguardo. Che poi il guardare basti, o che occorra agire, è la domanda che gli stessi organizzatori si portano dietro fin dentro il titolo del loro incontro.












