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Venezia 83, il giorno in cui il cinema ha processato l’IA

Al forum The Future of Creativity, Clooney, Gyllenhaal e Tornatore compattano il fronte dello scetticismo, mentre il Concorso guarda dentro il trauma.

by Valeria Bernardo

Venezia 83 arriva al suo terzo giorno e mette in scena un confronto che pesa più di qualsiasi tappeto rosso: quello tra il cinema e l’intelligenza artificiale. Alla Scuola Grande della Misericordia, George Clooney, Maggie Gyllenhaal, Alberto Barbera e Giuseppe Tornatore si sono seduti allo stesso tavolo per il forum The Future of Creativity, e ne è uscito un fronte sorprendentemente compatto: diffidenza, quasi allarme.

L’intelligenza artificiale sul banco degli imputati

Clooney ha raccontato di aver visto un video in cui compariva seduto accanto a Barack Obama a pronunciare frasi mai dette, e di un finto podcast che gli attribuiva parole inventate. La battuta amara è arrivata subito dopo: un conto è ridere di un deepfake, un altro è vederne uno in cui qualcuno annuncia il lancio di una testata nucleare. Il rischio, ha avvertito, è che questa roba finisca per condizionare il voto, e la regolamentazione governativa non lo rassicura, perché i governi cambiano. Sullo stesso palco l’attore ha anche chiuso le porte a una candidatura alla Casa Bianca: a 65 anni, ha detto, servono voci nuove.

Maggie Gyllenhaal, presidente della giuria del Concorso, ha portato un’esperienza diretta e fallimentare: aveva provato a usare l’IA per un progetto dedicato a Marilyn Monroe, addestrando lo strumento sulle immagini della diva, ma il risultato era troppo poco umano e il lavoro è stato abbandonato. Tornatore, dal canto suo, ha evocato Val Kilmer riportato sullo schermo dopo la morte e il sogno di poter dirigere Buster Keaton, riconoscendo il fascino della cosa ma parlando apertamente di una folle promessa di immortalità, e di un confine oltre il quale sarebbe meglio non spingersi. Tre generazioni di cinema, un solo verdetto: lo strumento non è pronto, e forse il problema non è tecnico ma umano.

Il concorso e i suoi demoni

Lontano dai forum, il Concorso ha messo in fila due film che si guardano dentro. 15/18 (A Place to Heal) di Cédric Kahn segue Lucia, diciassette anni, accompagnata dalla polizia in un reparto di neuropsichiatria per adolescenti, dove ritrova una vecchia amica e un piccolo gruppo di ragazzi alle prese ognuno con i propri fantasmi. Mr. Nelson, Did You Kill People? di Shinya Tsukamoto, con Geoffrey Rush, racconta invece Allen Nelson, marine spedito nel Vietnam del 1966 con in testa l’idea eroica della guerra vista al cinema, e travolto da tutt’altro.

Restava caldo, intanto, l’eco di Wild Horse Nine di Martin McDonagh, il noir sull’anima ambientato sull’Isola di Pasqua alla vigilia del golpe cileno del 1973: la sua parata di star era sfilata la sera precedente, ma la critica continuava a rilanciare la prova di John Malkovich accanto a Sam Rockwell come una delle più memorabili viste finora al Lido.

L’Italia che prende posizione

Il cinema italiano ha scelto la strada dell’impegno. In Orizzonti è arrivato La città dei vivi di Edoardo Gabbriellini, tratto dall’inchiesta di Nicola Lagioia sull’omicidio di Luca Varani: il regista ha spiegato di aver ribaltato la prospettiva del libro per restituire dignità alla vittima, e Valerio Mastandrea ha parlato di un film capace di accendere la luce in stanze dove i media non erano mai entrati. Alle Giornate degli Autori, Balcanica di Nicola Sorcinelli ha portato Matilda De Angelis nei panni di una dottoressa che incrocia la fuga di un direttore d’orchestra afghano e di suo figlio dopo il bando della musica: sul palco, l’attrice ha rivendicato l’arte come metafora della libertà di espressione, e l’azione come unico antidoto all’impotenza.

Dal red carpet alle premiazioni

La giornata ha avuto anche il suo lato luminoso. Susan Sarandon è arrivata al Lido per il Premio Mimmo Rotella ad Andrea Pallaoro, regista di The Echo Chamber, il film in Concorso con Luca Marinelli costruito su una sceneggiatura che rappresenta l’ultima eredità artistica di Bernardo Bertolucci. Chloé Zhao ha tenuto la sua masterclass, mentre Jane Fonda, 88 anni, ha ritirato il DVF Award di Diane von Furstenberg dichiarando di vivere tempi spaventosi ma di non avere paura di Donald Trump. Sul tappeto rosso e agli arrivi si sono viste, tra le altre, Laura Dern, Kate Mara ed Emilia Schüle. La Biennale, dal canto suo, ha rivendicato numeri di sala in crescita rispetto allo scorso anno.

Oggi Moretti, gli Oasis e Pattinson

La quarta giornata, sabato 5 settembre, cambia completamente registro. Il momento più atteso è il ritorno di Nanni Moretti al Lido a trentasette anni dall’ultima volta: presenta in Concorso Succederà questa notte, ispirato ai racconti di Eshkol Nevo, con un gruppo di interpreti che comprende Louis Garrel, Jasmine Trinca, Hippolyte Girardot e Angela Finocchiaro. Prima di lui, sempre in gara, Robert Pattinson porta Primetime di Lance Oppenheim, di cui è anche produttore. La sera si accende con il documentario Oasis: Don’t Look Back in Anger di Dylan Southern e Will Lovelace, con Liam e Noel Gallagher annunciati sul red carpet, e si chiude a notte fonda con la proiezione che schiera Al Pacino e Kiefer Sutherland. Dopo una giornata passata a diffidare delle macchine, il cinema torna a fare quello che sa fare meglio: riempire una sala.

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