In difesa di Jacob parte da una certezza rassicurante e la smonta un tassello alla volta. Andy Barber è un vice procuratore distrettuale stimato, marito devoto e padre modello, finché il figlio quattordicenne Jacob non viene accusato dell’omicidio di un compagno di classe, Ben Rifkin. Da quel momento la miniserie Apple TV+ smette di comportarsi come un giallo e comincia a interrogare qualcosa di più scomodo: fino a che punto una famiglia è disposta a spingersi per proteggere uno dei suoi, e cosa resta di noi quando scegliamo di non voler sapere la verità.
Tratta dal romanzo di William Landay del 2012 e affidata alla scrittura di Mark Bomback, la serie è diretta in tutti gli otto episodi da Morten Tyldum. Al centro c’è un Chris Evans che depone lo scudo di Captain America per un ruolo molto più opaco, sostenuto da Michelle Dockery e dal giovane Jaeden Martell in un nucleo familiare che il processo eroderà dall’interno.

In difesa di Jacob, la trama e il ribaltamento del punto di vista
Il colpo di genio della serie sta nel collocare il protagonista dalla parte sbagliata del suo stesso mestiere. Andy conosce ogni ingranaggio del sistema giudiziario, lo ha servito per una vita, e proprio per questo sa quanto sia fragile la presunzione di innocenza quando l’imputato è un ragazzino silenzioso e isolato. Il ritrovamento di un coltello nella stanza di Jacob, l’impronta sulla felpa della vittima, un racconto pubblicato online che somiglia in modo inquietante alla dinamica dell’omicidio: ogni indizio viene mostrato al padre prima ancora che alla giuria, e ogni volta Andy sceglie cosa vedere e cosa nascondere.
È qui che In difesa di Jacob smette di somigliare a un procedurale e diventa un dramma sulla percezione. Non conta tanto cosa sia successo davvero, quanto cosa i Barber siano disposti a credere. E man mano che il sospetto si insinua tra Andy e la moglie Laurie, il vero campo di battaglia si sposta dal tribunale al tavolo della cucina.

Un legal thriller che rifiuta il verdetto
La scelta più coraggiosa della serie è anche quella che ha diviso il pubblico: In difesa di Jacob non dice mai se Jacob abbia ucciso Ben Rifkin. Chi si aspetta la rivelazione tipica del giallo giudiziario resta a mani vuote, e non per pigrizia di scrittura (#1). La sospensione del giudizio è la tesi stessa del racconto. Bomback costruisce un legal thriller che si rifiuta di emettere sentenza e lascia lo spettatore nella stessa posizione dei genitori: convinti a intermittenza, incapaci di guardare in faccia la possibilità più terribile.
Funziona perché la regia di Tyldum tiene un registro trattenuto, quasi clinico, e perché la colonna sonora di Ólafur Arnalds lavora per sottrazione, insinuando un’inquietudine costante senza mai sottolinearla. Il difetto, semmai, è nel mezzo: la parte centrale della miniserie indugia più del necessario, dilata udienze e interrogatori, e un paio di episodi avrebbero guadagnato da un montaggio più asciutto. Ma è un prezzo che il finale ripaga.
Billy Barber e il gene dell’omicidio: quando l’amore diventa complicità
Il personaggio che dà alla serie la sua carica più disturbante non compare quasi mai fuori da una cella. Billy Barber, il padre di Andy interpretato da un glaciale J.K. Simmons, è un assassino condannato, e la sua stessa esistenza introduce il sospetto più velenoso della storia: quello di un gene dell’omicidio trasmesso di generazione in generazione, dal nonno al nipote, saltando forse solo il padre.
Billy non chiede a nessuno se Jacob sia colpevole. Quando Andy gli confida di sospettare Leonard Patz, il nonno si limita a domandargli se ne sia sicuro, e in quella domanda c’è già tutta la sua indifferenza morale: la verità non lo riguarda, gli interessa solo che il nipote non finisca come lui. È lui a orchestrare dal carcere l’eliminazione di Patz, mascherata da suicidio con tanto di confessione, per fabbricare al ragazzo un colpevole pronto all’uso.
Nel confronto finale tra padre e figlio, Billy consegna ad Andy la frase che riassume l’intera serie: puoi essere un brav’uomo o un buon padre, ora scegli. È l’amore ridotto al suo grado più incondizionato e più spaventoso, un affetto disposto a uccidere e a mentire a prescindere dai fatti. La difesa di Jacob, nel titolo, non è quella dell’avvocata in aula: è questa, sotterranea e sporca, che nessuno ha chiesto e che si sarebbe messa in moto comunque, colpevole o innocente.

Il finale di In difesa di Jacob spiegato (contiene spoiler)
Scagionato Jacob grazie alla falsa confessione di Patz, i Barber tentano di ricominciare e partono per una vacanza in Messico. Lì il ragazzo conosce una coetanea, Hope Connors, e per qualche giorno sembra tornare la normalità. Poi Hope scompare dopo una serata in spiaggia, e il dubbio che i genitori avevano faticato a soffocare torna a galla con violenza, alimentato dal ricordo di una macchia sospetta sui vestiti del figlio.
Qui la serie compie la sua deviazione più significativa rispetto al romanzo di Landay, e vale la pena conoscerla. Nel libro Hope viene ritrovata morta e Jacob muore nell’incidente d’auto provocato da Laurie: due elementi che di fatto sigillano la colpevolezza del ragazzo. La serie fa l’opposto. Hope viene ritrovata viva, drogata e allontanata dalla festa, e allo schianto in auto sopravvivono sia Jacob, in coma, sia Laurie, ferita e con la memoria offuscata proprio su quei minuti decisivi.
Togliendo il secondo cadavere e la morte del figlio, Bomback rinuncia programmaticamente a ogni prova definitiva. Non solo non sappiamo se Jacob abbia ucciso Ben, ma non sappiamo nemmeno se Laurie abbia sterzato per disperazione o per fermare un assassino, né cosa penserà della madre il figlio qualora si risvegli. La serie ci lascia esattamente dove voleva: senza verdetto, costretti a scegliere in cosa credere, con la scomoda consapevolezza che una parte della famiglia, quella di Billy, avrebbe protetto il ragazzo comunque.

In difesa di Jacob, cosa funziona e cosa no
Al netto di un ritmo che nella parte centrale perde tono, In difesa di Jacob resta uno dei drammi giudiziari più intelligenti prodotti da Apple TV+. Chris Evans regge un ruolo di padre in negazione con una sobrietà che non ti aspetti, Michelle Dockery costruisce nel silenzio la parabola più dolorosa della serie, e J.K. Simmons ruba ogni scena in cui appare. Ma il vero merito è di scrittura: la scelta di non dare un colpevole non è un cerino spento in mano allo spettatore, è il cuore del discorso. La serie non parla di chi ha ucciso Ben Rifkin, parla di cosa siamo disposti a credere per amore e di quanto sia sottile la linea che separa la difesa dalla complicità. Ed è un tema che, a differenza di molti thriller a orologeria, non si spegne dopo la sigla finale.












