Chi ha amato la scala dei film di Pacific Rim raramente parlava soltanto della stazza dei Kaiju o degli Jaeger schierati contro di loro. Pacific Rim – La zona oscura, il cui titolo originale è Pacific Rim: The Black, è una serie televisiva animata in stile anime, giapponese-americana, che espande la storia dei film Pacific Rim del 2013 e Pacific Rim – La rivolta del 2018. Ed è proprio nel dettaglio del mondo, più che nelle dimensioni dei combattenti, che la saga aveva costruito la sua vera ambizione.
Il limite dei due lungometraggi, per quanto spettacolari, stava altrove: entrambi mostravano solo scorci di un universo enorme, lasciando l’impressione di sfiorare appena il potenziale narrativo del franchise. La serie animata nasce per colmare quel vuoto, e lo fa con più tempo a disposizione di quanto qualsiasi film avrebbe potuto concedere.

Un’Australia svuotata e un viaggio senza rete
La prima stagione ha debuttato su Netflix il 4 marzo 2021, mentre la seconda e ultima è uscita il 19 aprile 2022. Anche in Italia il debutto è stato contemporaneo, il 4 marzo 2021, sempre su Netflix. Nel complesso la serie conta 14 episodi, con una durata compresa tra i 21 e i 29 minuti ciascuno.
La cornice è quella che gli appassionati aspettavano da tempo. Un tempo i Kaiju emergevano dalla costa del Pacifico per affrontare i giganteschi robot, gli Jaeger, costruiti per combatterli, ma quel tempo è passato: ora l’Australia è stata invasa dai Kaiju, costringendo all’evacuazione di un intero continente.
Al centro ci sono due fratelli. La serie segue Taylor e la sorella minore Hayley, che imparano a pilotare uno Jaeger abbandonato attraversando un’Australia post-apocalittica invasa dai mostri, alla ricerca dei genitori partiti verso Sydney con il proprio Jaeger. Lo Jaeger che i due mettono in moto è un vecchio mezzo da addestramento, l’Atlas Destroyer, e la vicenda si colloca circa cinque anni dopo gli eventi di Pacific Rim – La rivolta.

La mitologia spinta in territori nuovi
Qui la serie smette di essere un semplice adattamento e prende rischi veri. Al posto delle grandi città da difendere subentra la pura sopravvivenza, e questo permette di mostrare le conseguenze di lungo periodo della guerra ai Kaiju, un aspetto che i film potevano solo evocare. L’ambientazione desolata diventa così parte integrante del racconto, non un semplice sfondo.
Le direzioni più audaci arrivano sul piano della mitologia. La serie introduce ibridi tra uomo e Kaiju come elemento centrale della trama, e fa emergere culti religiosi che venerano i mostri anziché temerli soltanto. È uno spostamento netto rispetto allo status quo dei film, dove la reazione dell’umanità restava confinata alla paura. La seconda stagione mostra finalmente il volto del nemico, qualcosa che va oltre i soli Kaiju: una congrega chiamata “sorelle”, che ha il controllo su questi enormi mostri.

Un anime che funziona anche senza aver visto i film
Il pregio maggiore de La zona oscura è che regge in piedi da solo. L’atmosfera post-apocalittica è immersiva, il paesaggio australiano in rovina trasmette isolamento e pericolo, e la minaccia costante dei Kaiju carica di tensione anche i momenti più quieti. Il formato anime, poi, libera l’azione: gli scontri tra Jaeger e Kaiju conservano la scala spettacolare del franchise ma si muovono con una fluidità difficile da ottenere in live action, e lo stile visivo dà alla serie un’identità propria invece di limitarsi a imitare i film.
Anche i personaggi tengono. Taylor e Hayley hanno motivazioni comprensibili, personalità distinte e un’evoluzione credibile, mentre il contorno è popolato di figure interessanti. Nel cast di doppiatori figurano Gideon Adlon nel ruolo di Hayley Travis, Calum Worthy come Taylor Travis, Victoria Grace come Mei, Erica Lindbeck come Loa, Andy McPhee nei panni di Shane, Martin Klebba come Spyder e Leonardo Nam come Rickter.
Il risultato è una serie che non si accontenta di essere un buon spin-off, ma si impone come solida fantascienza animata a sé stante. Per chi ha amato i film, è il tassello mancante; per chi non li ha mai visti, un ottimo punto d’ingresso in un mondo che, finalmente, ha avuto lo spazio per respirare.












