Wisteria Lane sembra il posto più tranquillo del mondo: prati all’inglese, villette in fila, tende che si scostano appena al passaggio di un’auto. Poi una delle sue casalinghe modello, Mary Alice Young, prende una pistola e si toglie la vita in una mattina come tante. Da quello sparo, e dalla voce di una morta che comincia a raccontare, nasce Casalinghe disperate: la serie che ha preso la periferia americana più ordinata e ci ha nascosto sotto, con crudele eleganza, una scena del delitto permanente.
Wisteria Lane, il paradiso che nasconde qualcosa
Ideata da Marc Cherry e andata in onda su ABC dal 3 ottobre 2004 al 13 maggio 2012, la serie è ambientata su una strada immaginaria, Wisteria Lane, nella cittadina altrettanto fittizia di Fairview. Otto stagioni, centottanta episodi, un unico assunto ripetuto all’infinito: dietro ogni facciata impeccabile si nasconde qualcosa che nessuno deve sapere. Cherry parte proprio da lì, dall’idea che la rispettabilità di provincia sia una recita e che il vero materiale drammatico stia in ciò che i vicini si sforzano di non far vedere. La periferia perfetta non è lo sfondo, è il vero personaggio, e la sua superficie levigata serve solo a rendere più forte il contrasto con il marcio che cova sotto.

Una voce dall’aldilà e un mistero per ogni stagione
La trovata che tiene in piedi tutto è la narratrice: Mary Alice Young, interpretata da Brenda Strong, racconta le vicende delle sue amiche dopo la morte, osservando i vivi da un punto di vista che loro non possono raggiungere. È un espediente che dà alla serie il suo tono inconfondibile, sospeso tra il divertito e il funebre.
Su questa cornice, Cherry costruisce una macchina narrativa precisa: ogni stagione ruota attorno a un mistero e a un personaggio-chiave. La prima è il segreto di Mary Alice, la seconda la famiglia Applewhite e Betty, la terza Orson Hodge, la quarta l’arrivo di Katherine Mayfair, la quinta l’inquietante Dave Williams, la sesta Angie Bolen, la settima Paul Young. L’ottava e ultima ribalta lo schema e mette al centro un segreto che coinvolge direttamente le protagoniste. È questo motore da giallo, rinnovato di anno in anno, ad aver impedito alla serie di scivolare nella soap opera pura: la commedia domestica resta in primo piano, ma sotto continua a scorrere una corrente di sospetto.
Quattro donne e il gruppo che regge tutto
Il cuore emotivo non è il mistero, sono loro. Susan Mayer (Teri Hatcher), sentimentale e imbranata, sempre a un passo dalla catastrofe romantica. Lynette Scavo (Felicity Huffman), ex donna in carriera travolta dalla maternità e da una casa piena di figli. Bree Van de Kamp (Marcia Cross), perfezionista dai modi glaciali per cui l’apparenza è una religione. Gabrielle Solis (Eva Longoria), ex modella insoddisfatta che scopre a proprie spese quanto costi il matrimonio dorato che si è scelta. Attorno a loro, la vicina rivale Edie Britt (Nicollette Sheridan) e una galleria di caratteristi memorabili, dalla vecchia acida e formidabile Karen McCluskey in giù.
Quattro modi diversi di sopravvivere alla stessa strada, quattro archetipi che qualunque spettatrice poteva riconoscere in sé o nella porta accanto. Ed è il gruppo di amiche, il modo in cui queste donne si feriscono e si soccorrono a vicenda mentre tutto crolla, a tenere insieme le derive più assurde delle trame. Senza quel legame, i colpi di scena sarebbero solo meccanismi. Con quel legame, diventano il motivo per cui si torna su Wisteria Lane settimana dopo settimana.

Gli episodi catastrofe e il salto di cinque anni
Cherry sapeva che una serie lunga rischia la ripetizione, e ha inserito nel meccanismo due valvole di sfogo. La prima sono gli episodi catastrofe: dalla terza alla settima stagione, almeno una volta l’anno, un disastro si abbatte su Wisteria Lane e si porta via qualcuno. Il più celebre resta il tornado della quarta stagione, ma la formula, dallo sparo al supermercato all’incendio, serve sempre a ricordare che in questa commedia la morte è di casa.
La seconda mossa è ancora più audace: alla fine della quarta stagione la serie compie un salto in avanti di cinque anni. Un intero blocco di vita delle protagoniste viene cancellato e ritrovato più tardi, con matrimoni finiti, figli cresciuti, equilibri stravolti. È una scelta rara per un prodotto seriale così popolare, e ha dato alla narrazione una boccata d’ossigeno proprio nel momento in cui rischiava di ripetersi.
Marc Cherry, la rivincita di un autore
Dietro Wisteria Lane c’è la storia personale più cinematografica di tutte. Marc Cherry aveva scritto per The Golden Girls, poi una serie di flop e un agente che gli aveva sottratto del denaro lo avevano lasciato indebitato e ai margini dell’industria, al punto da doversi far prestare i soldi dalla madre. Fu proprio una conversazione con lei a suggerirgli l’idea di una serie sulle vite fratturate di quattro donne di provincia. HBO, Fox, CBS e NBC dissero di no. ABC scommise, e quella scommessa diventò uno dei più grandi successi televisivi del decennio, capace di riportare Cherry dal fondo alla vetta e di trasformarlo in uno dei rari autori-produttori conosciuti dal grande pubblico.

La sigla di Danny Elfman e la confezione della serie
Il tono da favola nera comincia dai titoli di testa, con la sigla firmata da Danny Elfman, premiata con l’Emmy, e la sequenza pop-surrealista che gioca con le icone del focolare domestico ribaltandole in chiave grottesca. La confezione è tutt’altro che casuale: girata a camera singola come un piccolo film, patinata, satura di colori da cartolina, la serie usa la propria bellezza levigata come parte del racconto, esattamente come le sue casalinghe usano il trucco e i sorrisi.
Dagli Emmy al successo internazionale
Il riconoscimento fu immediato e diffuso. L’episodio pilota valse a Charles McDougall l’Emmy per la regia, Felicity Huffman vinse l’Emmy come miglior attrice protagonista in una serie commedia nel 2005, Teri Hatcher conquistò il Golden Globe e il premio del sindacato degli attori, e la serie stessa fu incoronata ai Golden Globe come miglior commedia. Nei momenti migliori la serie superava i venti milioni di spettatori a episodio negli Stati Uniti, e la sua formula fu esportata e riadattata in diversi Paesi del mondo. “Casalinghe disperate” smise di essere un titolo e diventò un modo di dire.

In Italia, da Fox Life alla Rai
Nel nostro Paese la serie arrivò prima in esclusiva su Fox Life di Sky, dal febbraio 2005, e poco dopo in chiaro su Rai 2, dal settembre dello stesso anno, con le stagioni successive smistate negli anni tra Rai 3 e Rai 4. Il doppiaggio e la formula funzionarono anche da noi, tanto che l’espressione “casalinghe disperate” entrò nel linguaggio comune ben oltre il pubblico della serie. Negli anni Wisteria Lane è tornata più volte nei palinsesti in replica, segno di una popolarità che il tempo non ha spento.
L’eredità e il ritorno a Wisteria Lane
L’impronta lasciata è profonda. Il modello della periferia dorata che nasconde segreti ha nutrito una lunga stagione di commedie drammatiche al femminile, e persino il marchio The Real Housewives del reality deve qualcosa, nel nome e nel tono, all’invenzione di Cherry. L’autore, dal canto suo, ha proseguito su territori affini con Devious Maids e, più tardi, con Why Women Kill.
La strada, letteralmente, non ha smesso di attirare. È in sviluppo un progetto ambientato di nuovo su quella via, intitolato Wisteria Lane, portato avanti da Kerry Washington in veste di produttrice esecutiva insieme a Natalie Chaidez come autrice: un ritorno al luogo più che ai personaggi originali. Che il progetto arrivi al traguardo o meno, dice una cosa sola su Desperate Housewives: a distanza di oltre un decennio dalla fine, quel segreto dietro la porta di casa continua a fare gola. Perché la periferia perfetta, lo abbiamo imparato guardando Wisteria Lane, è sempre il posto dove è appena successo qualcosa.












