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‘Viaggio in Italia’, il Rossellini che invecchiò il cinema

Cinecittà celebra i 120 anni di Roberto Rossellini: il restauro in 4K debutta alla Mostra di Venezia e apre la rassegna americana tra Los Angeles e New York.

by Valeria Bernardo

Quando Viaggio in Italia arrivò nelle sale italiane, nel settembre del 1954, la critica lo liquidò senza appello. Struttura troppo libera, suono volutamente sporco, luce naturale al posto della messa in scena: a molti sembrò un film incompiuto. Bastarono pochi mesi perché, dall’altra parte delle Alpi, i giovani critici dei Cahiers du Cinéma ne facessero una bandiera. Uno di loro, Jacques Rivette, scrisse una frase rimasta celebre: con l’apparizione di Viaggio in Italia, tutti gli altri film erano improvvisamente invecchiati di dieci anni.

Settantadue anni dopo, quel film torna al centro della scena. Cinecittà ne presenta il restauro in 4K alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, primo passo di una rassegna che celebra i 120 anni dalla nascita di Roberto Rossellini e che nei mesi successivi approderà a Los Angeles e New York.

Il restauro che parte da Venezia

Il nuovo restauro in 4K, curato da Cinecittà, viene proiettato nella sezione Venezia Classici, quella dedicata ai grandi titoli del passato riportati al loro splendore. Appuntamento sabato 5 settembre, alle 14.00, in Sala Corinto. Non è una tappa isolata: la Mostra è il punto di partenza di un percorso più ampio, pensato per far viaggiare il film e riportarlo davanti al pubblico internazionale nell’anno del doppio anniversario, i 120 anni dalla nascita del maestro.

Restaurare Viaggio in Italia significa lavorare su un’opera che ha fatto della naturalezza la sua estetica: il bianco e nero solare di una Napoli reale, le ombre degli scavi, i volti colti quasi di sorpresa. Un materiale delicato, dove ogni intervento deve preservare l’imperfezione originaria invece di levigarla.

La rassegna americana, da Los Angeles a New York

Il titolo scelto per la retrospettiva è Roberto Rossellini Prefers Real Life. La manifestazione, ideata e promossa da Cinecittà con il Ministero della Cultura, nasce in collaborazione con l’Academy Museum di Los Angeles e con il Film Forum di New York.

La prima tappa è californiana: dal 4 novembre, e per tutto il mese, l’Academy Museum ospita la rassegna, inaugurata alla presenza di Isabella Rossellini. Dal 20 novembre il testimone passa a New York, al Film Forum, con la collaborazione di Bruce Goldstein e con la probabile aggiunta di un nuovo restauro.

Il programma attraversa l’intera carriera del regista: Roma città aperta, Paisà, Germania anno zero, L’amore, Stromboli, Francesco giullare di Dio, Viaggio in Italia, La macchina ammazzacattivi, Europa ’51, La paura, Giovanna d’Arco al rogo. Molti di questi titoli sono stati restaurati proprio da Cinecittà. Ad accompagnarli, tre documentari che raccontano l’uomo dietro il maestro: My Dad Is 100 Years Old di Isabella Rossellini, Viva Ingrid! di Alessandro Rossellini e Rossellini visto da Rossellini di Adriano Aprà.

Nel presentare l’iniziativa, Isabella Rossellini ha ricordato la curiosità del padre verso il cinema, le persone e il mondo, una curiosità che ha plasmato il suo stesso modo di guardare e di raccontare, e ha espresso la gioia di condividere quei film e di celebrarne l’eredità.

Il titolo, un omaggio firmato Truffaut

La rassegna prende il nome da un saggio che François Truffaut dedicò a Rossellini nel 1963, poi raccolto nel volume Les films de ma vie. In quelle pagine il critico e regista francese riconosceva nel cinema del maestro italiano una svolta decisiva e lo indicava, senza mezzi termini, come il padre della Nouvelle Vague per l’influenza esercitata sui giovani cineasti d’oltralpe.

Non era un omaggio isolato. Per l’intera redazione dei Cahiers du Cinéma, da André Bazin a Jean-Luc Godard, Rossellini era un punto di riferimento assoluto. Quando il distributore francese intervenne per tagliare e rimaneggiare Viaggio in Italia, furono proprio quei critici a mobilitarsi per difenderlo e farlo circolare integro. Un gruppo di ragazzi che di lì a poco avrebbe impugnato la macchina da presa e cambiato il volto del cinema europeo.

Il film che invecchiò tutto il cinema

La storia produttiva di Viaggio in Italia spiega molto della sua libertà. Il progetto doveva essere l’adattamento di Duo, romanzo di Colette del 1934 sulla crisi di una coppia. All’ultimo, però, i diritti del libro sfumarono, e Rossellini si trovò a riscrivere tutto in corsa, buttando giù la sera le scene che avrebbe girato l’indomani. Da quel disagio nacque il suo metodo più radicale: pochi appigli, molta realtà, la disponibilità a lasciare che il film si formasse davanti alla cinepresa.

Il pubblico e la critica italiani non erano pronti. Ci si aspettava un dramma costruito, si trovò un’opera che sembrava respirare invece di recitare. Furono i francesi a coglierne la portata. La lettera di Rivette sui Cahiers du Cinéma, nell’aprile del 1955, fissò per sempre il senso di quella scoperta: un film che, con la sua sola apparizione, rendeva vecchio tutto ciò che lo circondava.

Il tempo ha dato ragione a quei ragazzi. Viaggio in Italia è oggi considerato una cerniera tra il neorealismo e il cinema moderno, un’opera che anticipa l’estraneità e i silenzi che di lì a pochi anni sarebbero diventati la firma di Michelangelo Antonioni. Non un punto d’arrivo, ma una soglia.

Bergman e Sanders, un matrimonio alla deriva

Al centro del film ci sono Katherine e Alex Joyce, coppia inglese benestante arrivata nei dintorni di Napoli per vendere una villa ereditata. Tra i due, da subito, una freddezza che il viaggio non fa che portare in superficie. La Campania diventa lo specchio del loro disagio: lei si perde tra musei, rovine e processioni, lui cerca distrazioni altrove. La visita agli scavi di Pompei, davanti ai calchi di due amanti sorpresi dall’eruzione, spinge la crisi al culmine. Poi, nella confusione di una processione religiosa, i due si ritrovano quasi per caso e si abbracciano, riscoprendosi uniti.

A dare corpo a quella coppia sono Ingrid Bergman, nei panni di Katherine, e George Sanders in quelli di Alex. Per Bergman era la terza prova sotto la direzione del marito dopo Stromboli ed Europa ’51, e la lavorazione riflette la tensione che stava attraversando anche la loro vita privata. Girare la deriva di un matrimonio mentre il proprio scricchiolava conferì al film una verità che nessuna sceneggiatura avrebbe potuto scrivere a tavolino.

Un’eredità che non smette di crescere

Nei decenni successivi, Viaggio in Italia è diventato una lezione per generazioni di autori. Martin Scorsese gli ha reso omaggio fin dal titolo del suo documentario My Voyage to Italy, e più volte ha indicato Rossellini tra i maestri che ne hanno formato lo sguardo. Un film accolto malissimo alla nascita e poi eletto a pietra di paragone: la parabola di un’opera che ha avuto bisogno del tempo per essere capita.

Riportarlo oggi in 4K, e farlo viaggiare da Venezia fino ai due centri del cinema mondiale, non è solo un’operazione di conservazione. È il modo in cui l’Italia rivendica la propria parte in una storia che appartiene a tutti, e ricorda che certe soglie, una volta attraversate, non si richiudono più. Nell’anno dei 120 anni di Rossellini, il maestro torna esattamente dove merita di stare: al centro.

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